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mercoledì 1 novembre 2017

#Pasolini, 42 anni dopo; Roma lo ricorda ...

Dal 1975, quasi nel momento esatto in cui Massimo Consoli ha saputo che il poeta di Casarsa era stato ammazzato , Pier Paolo Pasolini viene ricordato ininterrottamente. Tantissime le iniziative. Di seguito alcune iniziative dal 1975 ad oggi, non tutte perché non sostenuto dalla memoria. In occasione del primo anniversario della morte di Pasolini il premio di letteratura “Triangolo Rosa” assume il nome “Triangolo Rosa – Pier Paolo Pasolini”.


L’edizione di quell’anno viene vinta da Piero Montana, poeta e scrittore, “uno dei più grandi” per carica passionale e ideologica.

Senza dimenticare la prima “marcia gay” avvenuta il 30 ottobre 1976. Massimo Consoli, insieme ad amici [Dario Bellezza, Riccardo Peloso], e ad esponenti del Partito Radicale organizza e da vita ad una manifestazione per commemorare Pasolini. La manifestazione è vietata ma ha ugualmente corso. Il corteo raggiunge Palazzo Chigi passando davanti la sede del Partito Comunista in via delle Botteghe Oscure. Massimo Consoli, allora Presidente dell’ “Ompo’s” [la più antica associazione culturale gay] lancia lo slogan "Che cosa fa il PCI?". Slogan che viene ripetuto da tutti i manifestanti. Proprio in quella data che il Partito Comunista si accorge che esisteva una “questione omosessuale”


Il 13 novembre dello stesso anno, visto il successo della prima, il Partito Radicale organizza una seconda “marcia gay”.

A dicembre del 1976, presso la sede dell’ “Ompo’s” viene istituito il “T.I.P.C.C.O.” [Tribunale Internazionale Permanente per i Crimini Contro l'Omosessualità] e Massimo Consoli organizza il “controprocesso” a Pino Pelosi, nei giorni in cui a piazzale Clodio cominciava il procedimento vero e proprio.

Nel ’77, Pasolini è ricordato in occasione della seconda edizione del premio “Triangolo Rosa – Pier Paolo Pasolini”. Il premio viene conferito a Mario Mieli, autore de “Elementi di Critica Omosessuale”.

Dal 1977, Massimo Consoli scrive “una Ballata per la Morte di Pasolini” e origina l’operazione “Notte Buia”.

Nel 1979, presso la Libreria “Rinascita”, Pasolini viene richiamato alla memoria con un dibattito a cui partecipano Massimo Consoli e Dario Bellezza. I loro interventi guadagnano applausi per cinque minuti d’orologio.

Dal 1980 al 1983, Massimo Consoli ricorda il poeta attraverso una mostra presso la sede dell’Associazione “WW3” di New York.

Dal 1987, grazie soprattutto allo straordinario lavoro di Anselmo Cadelli [1950-2001, ultimo presidente dell’ “Ompo’s”], l’operazione “Notte Buia” viene ampliata a tutti i locali gay e non. Dal 1996 tale iniziativa si svolge anche in tantissimi paesi dell’Europa.

Nel 1993 “la Destra parla [insolitamente] bene del Poeta delle borgate romane", sul “Secolo d’Italia” viene pubblicato un dossier di sette pagine sulle “aperture” del Movimento Sociale Italiano. Circostanza che richiama alla memoria il Sindaco del Comune di Roma Gianni Alemanno in occasione del trentacinquesimo anniversario [ieri n.d.r.] della morte di Pasolini.

Dal 1995, iniziano interventi di restauro e riqualificazione della scultura dell’artista Mario Rosati e dell’area [in concessione alla “Lipu”] che ospita il neonato Parco Letterario “Pier Paolo Pasolini”.


Dal 2007 [anno in cui è morto Massimo Consoli], la Fondazione in suo nome ha ricordato Pier Paolo Pasolini, prendendo un impegno preciso, e che ha sempre rispettato.



In occasione del quarantaduesimo della scomparsa di Pasolini l’Associazione ‘Fondazione Luciano Massimo Consoli’ ricorderà lo scrittore, il poeta, il “diverso” geniale, il regista attraverso pensieri e musica.



Appuntamento il 2 novembre all’Idroscalo di Ostia, presso il Parco Letterario ‘Pier Paolo Pasolini’ alle ore 11.00 .



Pier Paolo Pasolini è stato perseguitato da una pesante “sanzione sociale” che alla fine ha compiuto una spietata “esecuzione”. Pier Paolo Pasolini è stato vittima dell’odio. Ad oggi non abbiamo ancora avuto la soddisfazione di vedere rispettati i diritti delle persone omosessuali. Diritti declinati a tutte le diversità. Questa l’opera di Pasolini. Meno commozione, più amore e rispetto. L’unico modo coerente di parlarne è leggerlo. La sua energia inesauribile e la sua forte personalità e il suo continuare ad essere protagonista attraverso noi, lo rende ancora presente e vivo.

#Pasolini, 42 anni dopo; Pier Paolo Pasolini e quei ragazzi di vita che tifavano per la Roma

Tifava Bologna, ma tutti i suoi personaggi sono romanisti: dai primi racconti a "Una vita violenta". Nel 1957 andò tra i tifosi della Roma a un derby vinto 3-0.


Pasolini romanista? No. Nella sua vita di tifoso non rinnegò mai il suo amore per il Bologna. Eppure nei venticinque anni romani imparò a conoscere e ad amare i tifosi romanisti. Nelle nuove borgate e nei popolari rioni del centro c'era solo una squadra. Difficile non farci i conti, prima o poi.

Chi lo conobbe ricorda che Pasolini andava all'Olimpico anche quando non c'era il Bologna in trasferta. Lo faceva con un blocco degli appunti in tasca, per segnarsi espressioni e imprecazioni che per altri erano la normalità, per lui erano preziosi elementi di quella normalità che cercava di assimilare e restituire nei suoi romanzi. Ve lo immaginate? Un bolognese con la riga fra i capelli e vestito di tutto punto, che senza scomporsi annotava su carta i "malimortaccitua" sentiti in curva. Il contrasto doveva essere simile a quello delle tante foto che lo vedono sporcarsi di fango inseguendo un pallone in mezzo ai ragazzini già sporchi di fango.

È allo stadio che probabimente sentì quel «Forza, a Treré!» che gli amici di Tommaso Puzzilli gridano giocando al biliardino in "Una vita violenta". Perché il calcio in borgata era una questione seria, tanto che attribuire a qualcuno il tifo per "quelli là" equivaleva a un insulto: «An vedi questi! Ammazza che broccolo! […] 'Sto laziale stronzo!», grida Tommaso proprio a quelli che non lo lasciano giocare. Ed è sempre lui che, escluso da una partita non di biliardino ma di calcio, si lamenta: «Quale giusti, quale giusti, ma che sarebbe? Che, sete 'a Roma?». Per poi inserirsi di prepotenza: «Nun lo vedi che so' Pandorfini so'?».

La Roma non fu la squadra tifata da Pasolini, ma è quella tifata dalle sue opere. Anche nei primi racconti romani, datati 1950-51, è l'unica fede calcistica evocata. In "La passione del fusajaro" il venditore di fusaglie "Morbidone" si innamora di un maglione visto in una vetrina a Campo de' Fiori e l'infatuazione verso il costoso capo d'abbigliamento lo porta a fantasticare su una vita perfetta: «Gli sguardi di ogni pischella erano per lui. Poi, la domenica, a Ostia – no, alla partita di calcio. La Roma avrebbe vinto – a dispetto di Luciano e Gustarè – ed egli col maglione azzurro sarebbe andato a ballare in una sala del Trionfale: e avrebbe ballato con le più belle ragazze».

I suoi personaggi sono romanisti perché i suoi amici erano romanisti. Non una scelta, ma pura mimesi della realtà: era romanista il trasteverino come erano romanisti i dimenticati che vivevano nelle baracche fuori città. Chi ha visto e si ricorda l'episodio "Che vitaccia!" in "I mostri" di Dino Risi, in cui Vittorio Gassman spende gli utimi spicci per andare allo stadio, sa di cosa si parla. Per Pasolini, i romanisti «più commoventi» erano gli immigrati dalle campagne e dal Meridione: «Il loro amore per la Roma strappa le lacrime. L'amano disperatamente, e gridano poco: ingoiano dolori e macinano gioie in silenzio. E non dimenticano facilmente».

Lo scrisse in un articolo uscito esattamente sessanta anni fa su "l'Unità". Era la cronaca di un derby del 1957 vinto 3-0 dalla Roma. Per il giornale comunista non andò in tribuna stampa (non ci volle andare nemmeno tre anni dopo, quando fece da cronista per le Olimpiadi): si tuffò nel settore popolare pieno di vita, accompagnato dall'esperto Sergio Citti, che all'epoca non era ancora Sergio Citti ma "er Mozzone" di Tor Pignattara, romanista come era romanista il fratello Franco e com'è romanista Ninetto Davoli. Ragazzi di vita, ragazzi di Roma.


#Pasolini, 42 anni dopo; " Pasolini,corpo e voce"




#Pasolini, 42 anni dopo; " Pasolini, il santo infame"




#Pasolini, 42 anni dopo; la Roma pasoliniana

Federico Fellini è il regista della finzione. Quello che fece navigare Casanova a Venezia sui sacchi di plastica, ricostruì la sua Rimini a Cinecittà e si inventò un transatlantico mai passato da quelle parti. Ma c’è stato anche un Fellini diverso, neorealista, pasoliniano. Il regista riminese Marco Bertozzi, docente di Cinema all’Università Iuav di Venezia, è stato uno degli studiosi coinvolti  in una recente giornata di studi organizzata dalla Cineteca di Rimini in collaborazione con l’Università e la cattedra di Cinema e industria culturale di Roy Menarini. Il convegno – tenutosi giovedì 26 ottobre 2017 al Teatro degli Atti – è stato dedicato alla pellicola Le notti di Cabiria, che compie 60 anni nel 2017. Di Bertozzi, relatore sul tema “Scenari filmici e sentimenti urbani”, Vera Bessone ha raccolto alcune interessanti riflessioni sulla rappresentazione felliniana della città di Roma, inizialmente influenzata da un neorealismo di marca pasoliniana e poi  virata sempre più alla dimensione visionaria e immaginifica del sogno e del’inconscio.

Fellini e “Le notti di Cabiria”. Una Roma neorealista e pasoliniana

La città di Fellini.
«Il rapporto di Fellini con la città e la sua poetica non è mai banale – spiega Bertozzi –. La prima fase, cui appartiene Le notti di Cabiria, è ancora sull’onda del neorealismo. Cabiria si muove in una Roma che si sta espandendo a macchia d’olio, fatta di campi sterrati trapuntati da nuovi palazzoni, quartieri in costruzione, ambienti di frontiera che ben rappresentano la protagonista e il suo status sociale».

L’apporto di Pasolini.
«Pasolini aveva scritto da poco Ragazzi di vita, e Fellini lo coinvolse come consulente alla sceneggiatura. I due vagavano per Roma alla ricerca di suggestioni per Cabiria. Quello di Pasolini fu un apporto importante, anche per gli aspetti linguistici e solo quattro anni dopo anch’egli avrebbe esordito con Accattone (1961), i cui paesaggi urbani e antropici sono i medesimi di Cabiria».

Il passaggio all’onirico.
«Da quando Fellini, nel 1961, inizia a frequentare lo psicanalista Ernst Bernhard, la rappresentazione della città nel suo cinema cambia, tutto l’inconscio entra a farne parte. Non si racconta più una città realista quanto, piuttosto, un’esperienza legata al sentire, all’immaginare la città. Lo si vede bene ne Le tentazioni del dottor Antonio, in cui Fellini ricostruisce con modellini un Eur in miniatura in cui spicca la gigantessa Anita Ekberg. È una immaginazione potente. Subito dopo viene 8½, e la rappresentazione della città diventa sempre di più onirica. In Roma si arriva ai massimi livelli: si veda, ad esempio, la scena ambientata sul Grande raccordo anulare, che Fellini fa ricostruire a Cinecittà chiamando la ditta che l’aveva appena realizzato per davvero.
In Ginger e Fred o in Intervista invece la città diventa mediale: Ginger e Fred ballano in una piazza televisiva, involgarita. Siamo passati dalla città vera, neorealista, degli anni ‘50, a una città in cui si mescolano invenzione e realtà, di un’Italia ormai urbanizzata, fino a una città mediale, dominata dai simboli della pubblicità e dello showbiz».

Ma a Fellini importava davvero la rappresentazione della città?
«Certo, è come se avesse sempre rappresentato una della categorie più forti dell’italianità, del suo vivere urbano: quella della piazza, una dimensione sociale profondamente introiettata, in cui il teatrino della vita può andare costantemente in scena. La piazza diventa un grande palcoscenico, e persino il famoso Studio 5 di Cinecittà si trasforma per lui in una piazza, la sua piazza del cinema».


   



#Pasolini, 42 anni dopo; Casarsa lo ricorda

Come ogni anno, nel mese di novembre, Casarsa della Delizia dedica il suo pensiero al ricordo di Pasolini, il suo cantore, ucciso atrocemente nella notte tra il 1° e il 2 novembre di quarantadue anni fa.


Così, giovedì 2 novembre 2016, alle ore 12, un gruppo di amici sinceri, coinvolti dall’Amministrazione comunale, con il sindaco Lavinia Clarotto e l’assessore alla cultura Fabio  Cristante, in collaborazione con il Centro Studi Pasolini e con il suo presidente Piero Colussi, oltre che con i componenti del Consiglio di Amministrazione Flavia Leonarduzzi e Francesco Colussi, il direttore Angela Felice e il segretario Marco Salvadori, si raccoglierà nel cimitero, dove il poeta è sepolto, per un momento silenzioso di raccoglimento e per un discreto omaggio floreale.  In linea, si direbbe, con la timida ritrosia di quel Friuli periferico così caro alla sensibilità del giovane poeta.

La riflessione continuerà poi nei giorni 10 e 11 novembre in cui il Centro Studi Pasolini, con il patrocinio delle Università di Udine e Trieste, con l’Ordine dei Giornalisti Friuli Venezia Giulia, il Circolo della Stampa di Pordenone e la Fondazione per la Critica Sociale di Firenze,  proporrà  il suo tradizionale convegno di studi, dedicato quest’anno all’impegno di Pasolini nell’ambito del giornalismo.


Casarsa:  programma del convegno “Pasolini e il giornalismo” (10- 11. XI. ’17)

PASOLINI  E  IL  GIORNALISMO
parte prima: dagli anni ’40 ai primi ’60

venerdì 10 │ sabato 11 novembre 2017
Casarsa della Delizia

con il sostegno di  Regione autonoma  Friuli Venezia Giulia │Comune di Casarsa della Delizia
in collaborazione con  ProCasarsa

con l’adesione e il patrocinio
Università di Udine │ Università di Trieste
Fondazione per la Critica Sociale (Firenze)
Ordine dei Giornalisti Friuli Venezia Giulia │ Circolo della Stampa di Pordenone

Programma
a cura di  Luciano De Giusti e Angela Felice

Noi scrittori, noi giornalisti siamo uno specchio, tanto più nitido e rivelatore, quanto più ci spendiamo e quanto più gettiamo il nostro corpo nella lotta. Questo specchio si chiama diritto alla libertà di opinione e di espressione.   [“Tempo”, 20 dicembre 1969]

venerdì 10 novembre 2017
Sala consiliare di Palazzo Burovich

ore 15
saluti autorità

ore 15.30
Franco Contorbia  (Un. di Genova)  Pasolini e i giornali

ore 16.00
Stefano Casi  (Dams di Bologna) Il giovane Pasolini e i periodici bolognesi
Elvio Guagnini  (Un. di Trieste) Pasolini e la stampa del dopoguerra

Coffee break

ore 17.15
Rienzo Pellegrini  (Un. di Trieste) Tra dialetto e lingua
Gianfranco Ellero  (Società Filologica Friulana) Il Pasolini politico sulla stampa: interventi autonomisti  e “manifesti” comunisti

modera Alessandro Mezzena Lona  (giornalista)

venerdì 10 novembre 2017
Teatro Pier Paolo Pasolini

ore 20.45
Io so.  Moni Ovadia legge e commenta gli Scritti corsari
con Moni Ovadia
e con Maurizio Dehò (violino) e Nadio Marenco (fisarmonica)
Corvino Produzioni

sabato 11 novembre 2011
Sala consiliare di Palazzo Burovich

ore 9.00 / 9.15

Anna Tonelli  (Un. di Urbino Carlo Bo) Pasolini e la stampa comunista: i  Dialoghi di  «Vie nuove»
Gian Carlo Ferretti  (Un. di Roma Tre) Un carisma multiforme: dai dialoghi di “Vie nuove” alle requisitorie del corsaro
Massimo Raffaeli  (critico letterario) Pasolini giornalista in versi

modera  Roberto Carnero  (Un. di Verona)

Coffee break

ore 11.00
tavola rotonda
“Io e …”.  Giornalisti e scrittori a confronto sul giornalismo di Pasolini
partecipano  Tommaso Di Francesco, Nicola Mirenzi,  Antonio Padellaro,  Benedetta Tobagi
conduce e coordina Tommaso Cerno

Info, t  0434 870593, info@centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it,  www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it
Il convegno è valido sia per i crediti della formazione professionale dei giornalisti che per l’aggiornamento dei docenti.

«E noi abbiamo una vera missione, in questa spaventosa miseria italiana, una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà». Si devono al giovane Pasolini queste parole, inviate nell’agosto 1943 da Casarsa all’amico Luciano Serra. Trasudano lucidità di pensiero civile, passione pedagogica, febbrile voglia di fare.  Con chiarezza esemplare si impegnano precocemente a delineare il compito immane, e insieme  esaltante, cui a metà del secolo scorso era chiamata tutta una nuova generazione intellettuale, di cui Pasolini si sentiva e in effetti divenne l’alfiere.

Dopo l’umiliazione liberticida del ventennio fascista e ancora nel pieno di una guerra feroce, di cui tuttavia si poteva prevedere la conclusione, si trattava di ricucire un Paese ridotto in macerie e di ricostruirlo non solo sul piano materiale, ma anche, o soprattutto, su quello etico, dei valori della  coscienza democratica, di un nuovo riscatto culturale.

In questa responsabilità collettiva, dunque, era fissata da Pasolini la funzione dell’intellettuale o anche del’artista in sé, che così era sottratto alla separatezza solitaria della tradizionale “torre d’avorio” ed era invitato invece a sporcarsi le mani dentro la storia, in mezzo agli uomini, a contatto con le storture di una realtà sociale a cui porre rimedio anche con la sua guida. E non per nulla, nel suo teso programma giovanile del ’43, Pasolini rinunciava all’”io”, che così prepotentemente si accampava nei versi di Poesie a Casarsa, e si annullava in un “noi” collettivo, come a marcare con quel pronome il manifesto di una generosa appartenenza generazionale di gruppo.

E del resto a quello sforzo, politico e culturale, Pasolini tenne sempre fede,  anche quando l’Italia uscita dal dopoguerra sconfessò le speranze del reale cambiamento, conservando invece vischiosi privilegi di potere e di classe, imboccando con rapida accelerazione la strada dell’economia neocapitalistica, capace di appiattire mentalità e comportamenti sull’unico modello del consumo mercantile e infine marginalizzando via via  lo scrittore-intellettuale nel recinto dell’irrilevanza sociale e nel solo settore dell’industria editoriale.

In gioventù, figlio del vento della Resistenza e, nella maturità, analista sconfortato ma non arreso della «Dopostoria» italiana, Pasolini non ha mai dismesso i panni dello scrittore “legislatore”, per dirla alla Bauman:  del maestro cioè che, con i suoi specifici strumenti umanistici, si sente e vuole essere guida e pungolo anticonforme per un uditorio di cui tenere sempre vigile la coscienza critica.

Si spiega così anche l’impegno infaticabile di questo autore irripetibile nel campo della comunicazione e, in senso stretto, dell’intervento giornalistico. Sulla stampa quotidiana e periodica del suo tempo, dagli anni della formazione bolognese e della gioventù friulana, fino agli implacabili scritti “corsari” sulle colonne del «Corriere della Sera», egli fu una “firma” costante e anzi, sempre più dopo gli anni Sessanta, ammirata o vilipesa.  Ma Pasolini fu da subito consapevole che nella modernità l’efficacia del “sogno di una cosa” non può prescindere dal come e dal dove lo si trasmette e che dunque anche la stampa è il canale necessario per raggiungere e costruire un uditorio, prendere posizione sulle battaglie del momento, inventare nuove forme di argomentazione  di scrittura. Se a Bologna progettò con alcuni amici la rivista «Eredi», in Friuli si fece editore (si direbbe, anche direttore responsabile) dei cinque numeri degli «Stroligut», propose le sue riflessioni estetiche, linguistiche, pedagogiche e autonomistiche sulle testate locali, da militante comunista personalizzò la propaganda con originali manifesti murali. Firma d’autore, critica d’arte e letteraria, piglio militante, spirito di denuncia sono ingredienti che in varie miscele improntano lo stile giornalistico di Pasolini, sbrigliandosi anche in seguito in una miriade di espressioni: illuminanti reportage di viaggio, pionieristici docufilm d’inchiesta, affondi aggressivi portati dentro la cittadella nemica delle rotative borghesi.

Questo capitolo trasversale dell’operosità pasoliniana, pur così strategico e decisivo, non è stato finora argomento di una ricerca approfondita e sistematica da parte degli studi italiani, nonostante l’invito lanciato a suo tempo, tra i primi, da Mario Isnenghi. A colmare questa lacuna provvede ora il Centro Studi Pasolini di Casarsa che, con il sostegno di Regione Friuli Venezia e Comune e per la cura di Luciano De Giusti e Angela Felice (consulenza di Franco Zabagli),  promuove a Palazzo Burovich, nuova sede del Municipio,  il convegno “Pasolini e il giornalismo”, articolato in due tappe, nel novembre 2017 e nel marzo 2018.

Per la prima tappa, nei giorni 10 e 11 appunto di novembre, dedicati allo studio dell’impegno pasoliniano fino agli Sessanta, ad aprire in lavori venerdì 10, alle 15, sarà Franco Contorbia, un’autorità in materia di storia del giornalismo italiano. A seguire, due focus:  da un lato, sempre venerdì 10, dalle ore 16, sul giovane Pasolini giornalista, soprattutto in Friuli, con i contributi di Stefano Casi, Elvio Guagnini, Rienzo Pellegrini e Gianfranco Ellero, moderati da Alessandro Mezzena Lona;  dall’altro, sabato 11, dalle ore 9, sul polemismo pasoliniano su «Vie nuove » e «Tempo», nonché sui riflessi del tema nella scrittura in versi,  con interventi di Anna Tonelli, Gian Carlo Ferretti e Massimo Raffaeli, moderati da Roberto Carnero.

Due cammei speciali impreziosiscono infine  il programma: al Teatro Pasolini di Casarsa, alle 20.45 di venerdì 10, il grande Moni Ovadia, con la musica dal vivo di Maurizio Dehò e Nadio Marenco,  sarà protagonista del reading Io so, con lettura e commento dagli Scritti corsari; sabato 11, dalle ore 11,un parterre di grandi firme della stampa italiana, Antonio Padellaro, Tommaso Di Francesco, Benedetta Tobagi, Nicola Mirenzi, coordinati da Tommaso Cerno, animerà una libera tavola rotonda con incroci di punti di vista sul “collega” Pasolini.


Argomento dunque di grande interesse anche per la nostra attualità, come è provato anche dalle adesioni all’iniziativa di prestigiosi Enti: le Università di Udine e di Trieste, la Fondazione per la Critica Sociale di Firenze, l’Ufficio Scolastico Regionale,  l’Ordine Giornalisti FVG, il Circolo della Stampa di Pordenone, organismi, questi ultimi, che hanno inserito i lavori nel calendario degli incontri validi per la formazione professionale.







   

lunedì 30 ottobre 2017

c'è correlazione tra #omofobia e abusi sessuali sui minori in #chiesa

Un recente studio australiano della Melbourne University sostiene che il celibato obbligatorio imposto ai sacerdoti e l'ambiente profondamente omofobico che si respira nel contesto ecclesiastico "sono stati e sono ancora i maggiori fattori di rischio che possono portare all'abuso infantile".

Il Dottor Peter Wilkinson ed il Professor Des Cahill, durante un'indagine durata cinque anni, hanno individuato radici sistematiche allo stupro di minori: i ragazzi cattolici sono infatti a rischio di sviluppare una "immaturità psicosessuale" e di diventare quindi preti o frati sessualmente problematici e frustrati.

In particolare, una perizia che prende in considerazione 26 studi chiave provenienti da tutto il mondo sull'abuso di bambini nelle chiese, mostra dei dati sconcertanti: tra i cattolici, ben 1 prete ogni 15 è uno stupratore, "media che cala sensibilmente laddove non avviene la completa denigrazione del sesso femminile, come tra i pastori protestanti i quali hanno diritto al matrimonio e ad una vita sessuale" conferma il Dottor Wilkinson.

Di fronte invece ai numerosi religiosi che abusano di minori maschi i due studiosi affermano: "Non è l'omosessualità che porta alla pedofilia in questi casi, bensì l'omofobia. L'insegnamento profondamente omofobico di chiese e seminari secondo cui essere gay è sbagliato e l'unico rimedio per evitare il peccato consiste nella castità porta il soggetto ad una condizione di immaturità psicosociale che può divenire importante fattore e causa di disordini sessuali."


In sostanza, conclude lo studio, adolescenti e bambini si trovano maggiormente a rischio con i sacerdoti i quali "non abbiano risolto in modo soddisfacente i problemi legati alla propria identità sessuale."


   


#MauriziaParadiso : " io, partigiana dei trans "

L'ex attrice hard Maurizia Paradiso attacca: "Non sopporto Malgioglio in tv e le esibizioni da checca". Poi l'attacco al Gay Pride e quella malattia tremenda nel 2015.

"Io mi sono tagliata il pisello, non il cervello. Può scriverlo per favore": dice Maurizia Paradiso al giornalista de IlGiorno che la intervista, prima di attaccate con fermezza Cristiano Malgioiglio e il Gay pride.

L'attacco a Malgioiglio
Ma andiamo con ordine. Al Gf Vip va in onda il Malgioiglio show: "Non sopporto i cattivi odori e sono allergico alla polvere" e si arma di mascherina. La Paradiso vede e ci rimane di stucco, da qui lo sfogo sulle pagine de IlGiorno: "È una cosa che mi ha ferita. Uno non può mettersi in mostra indossando a sproposito la mascherina dei malati oncologici. Tra l' altro l' avevo appena indossata a una serata per la ricerca sul midollo osseo: quando l' ho messa sul naso ho pianto, l' odore acre mi ha ricordato quando sono stata ricoverata per cancro la prima volta. In ospedale tutto - l' aria, il cibo, la pipì - sapeva di quell' odore. Non sopporto Malgioglio quando si dà le arie, si chiama 'la regina' e dice di aver scritto una poesia 'stupenta', non 'stupenda' perché zoppica in italiano".

Il Gay Pride
Nessun problema relativo alla sessulità sia chiaro: "Sono gay anch' io, ma trovo poco dignitoso nei confronti del mondo omosessuale certe esibizioni da checca da caricatura. Mi ricorda la Maurizia di 40 anni fa, quando stavo insieme a tutti i travestiti di parco Ravizza. Ogni tanto arrivava un maresciallo, ci tirava dentro il cellulare e ci picchiava col nervo di bue. Anche per questo sono contraria al Gay pride" ammette la trans. Idee chiare che argomenta con decisione: "È il modo peggiore per manifestare qualsiasi tipo di orgoglio. Troppo folcloristico, troppo invadente. Due uomini coi baffi in mutandine e reggiseno che si baciano per strada in pieno giorno! Non si può far accettare una cosa del genere. Bisogna avere dignità. Se si chiedono pari diritti e dignità non si può sfilare nudi in pieno giorno e far ridere i polli. Io non ho mai partecipato a un Gay pride. E lo dice una che è stata partigiana della transessualità".

La malattia
Molto tempo è passato, ma ora come sta Maurizia Paradiso: "Ho avuto una leucemia linfoblablastica acuta e me la sono curata da sola, senza aiuto da parte di nessuno, nemmeno dalla mia famiglia. Mentre ero in ospedale, nel dicembre 2015, sono stata derubata di 40mila euro da un ragazzo gay che veniva a trovarmi e che credevo fosse mio amico. Sono rimasta senza un soldo e sono stata costretta a iscrivermi a un sito di prostituzione, anche se poi non ho avuto il coraggio di farlo davvero. Mi sono trovata senza soldi nemmeno per mangiare: per tre giorni mi sono nutrita coi biscotti del cane. Oggi per fortuna ho un compagno che è ricco e che mi aiuta. E sono tornata in tv con 'Vizi privati Sprint', il mio vecchio cavallo di battaglia. Ma vorrei tanto andare in tv, da Barbara D' Urso, a raccontare tutta la mia odissea".


Rachele Nenzi 


meditare sulla conversione di #OscarWilde

In questi giorni in cui l’Irlanda cattolica si scopre “moderna” in molti articoli si parla del più famoso degli omosessuali cattolici: Oscar Wilde, artista geniale dallo spirito sopraffino che affrontò il carcere a causa delle leggi omofobe della Gran Bretagna vittoriana. E’ dunque divenuto – comprensibilmente – l’icona dell’orgoglio gay. Peccato che Wilde non ne fosse affatto orgoglioso.

Genio, sregolatezza e pentimento
La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive De Profundis, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda «…solo nel fango ci incontravamo» ed aggiunge: «ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi».

Una conversione autentica
A poche settimane dalla morte, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: ”Ho intenzione di esservi accolto al più presto».

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana». Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel De Profundis: «Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato».

L’esperienza del carcere
Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: «Neanche gli dèi possono mutare il passato» ed a questo Wilde risponde: «Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi».

Similmente su questo tema, Wilde confidava all’amico André Gide: «La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà».

Sincero papista
Oscar Wilde ebbe anche l’occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia Urbis Sacra Aeterna, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo Rosa Mystica, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza». Wilde fu caustico con le religioni, ma mai dissacrante…

Una comitiva complessa
Molti degli amici di Oscar Wilde che con lui condividevano l’amore per gli eccessi si convertì al cattolicesimo a cominciare proprio da Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte si convertì alla Chiesa cattolica.

Similmente a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo, ma anche suo figlio Vivian, John Gray (che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray), divenne addirittura sacerdote assai apprezzato in Scozia. Si convertì anche pittore Aubrey Beardsley. Hunter Blair prese l’abito benedettino e il poeta Andrè Raffalovich divenne terziario domenicano. Improbabile che tutto questo sia un caso .

Come spiega Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha qualche tempo fa ha pubblicato: Il Ritratto di Oscar Wilde (Editrice Ancora, pag 190 euro 14), in una intervista a Zenit:

«Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci. Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna».

Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?
Gulisano: «Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali Il Gigante egoista o Il Principe Felice. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana».

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po’ il file rouge del suo lavoro?
Gulisano: «Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava -, Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio».


Lucandrea Massaro

in #Pakistan, donna transessuale decapitata

Le autorità sono riuscite a identificare il cadavere trovato, anche se hanno rivelato che la vittima era una donna transgender di circa 25 anni e lei era già morta per 3 giorni, quando il suo corpo è stato scoperto in terreni agricoli nella città nord-occidentale di Peshawar. Lei era sepolta la domenica dopo che erano state registrate le sue foto e le impronte digitali, ha detto all’AFP il funzionario della polizia locale Zahoor Ahmad. Lui ha detto che la polizia stava indagando sulla morte della donna che deve ancora essere identificata. In Pakistan ci sono più di 10.400 persone trans, secondo i dati del censimento di agosto, anche se gli attivisti stimano che nel paese ci potrebbero essere centinaia di migliaia in più di loro. Pakistan ha fatto molti passi verso l’uguaglianza per le persone trans. Nel 2009, il paese divenne uno dei primi al mondo a riconoscere legalmente un terzo genere, quando ha distribuito le carte d’identità di genere neutro. Ma nonostante queste mosse, la violenza e gli assalti sessuali alle persone trans sono diffuse nel paese, che vive secondo le leggi dell’Islam.


“noi possiamo”, la prima campagna italiana sulla TasP di @Lila_Italia

La campagna che LILA lancia in occasione del suo trentennale è dedicata a far conoscere il tema TasP (Treatment as Prevention - Terapia come Prevenzione), il rivoluzionario concetto scientifico secondo il quale le persone con Hiv, che seguono regolarmente le terapie antiretrovirali (ART) e che hanno stabilmente una carica virale non rilevabile, non trasmettono il virus.

La campagna “Noi Possiamo” è la prima in Italia su questa straordinaria acquisizione scientifica e aderisce ad una più ampia campagna internazionale lanciata un anno fa dalla rete Prevention Access Campaign denominata “U=U, Undetectable=Untrasmittable”, ossia “non rilevabile=non trasmissibile”, che sta riscuotendo in tutto il mondo adesioni e sostegno da parte di istituzioni pubbliche e private, comunità scientifiche, associazioni e Ong.

Obiettivo di “Noi possiamo” è far conoscere gli straordinari effetti che le terapie antiretrovirali stanno producendo: mantenere la viremia di chi è in trattamento ART sotto il livello di rilevabilità migliora la salute e la qualità della vita delle persone con HIV, impedendo la trasmissione del virus ad altre persone.

Questa informazione rappresenta anche una potente arma per porre fine alle discriminazioni e allo stigma sociale che da sempre gravano sulle persone con HIV e può incoraggiare un maggior ricorso al test. Per questo si parla di “TasP, Treatment as Prevention”: il trattamento ART, quando efficace, è anche uno strumento importante di prevenzione che può integrare efficacemente le politiche d’incentivazione del profilattico.
Articolata in un video e in una serie d’immagini, “Noi Possiamo” vuole spiegare con chiarezza questa “rivoluzione” ad un pubblico più vasto possibile attraverso l’aiuto dei media (on-line, cartacei, radio-tv), dei social e del materiale informativo (flyers, brochure, locandine, manifesti) che sarà distribuito dalla LILA in occasione delle tante iniziative organizzate sui territori.


Con il video, curato da Giorgia di Pasquale, direttore creativo di Diversity, abbiamo voluto così raccontare il tema del ritorno ad un’esistenza normale per tante persone con HIV per le quali oggi è possibile, grazie alle terapie ART e alla TasP, amare, divertirsi, fare dei progetti, avere dei figli sani e in modo naturale, vederli crescere, invecchiare... essere insomma “come tutti” con la serenità di non essere più infettivi/e. Soprattutto però il video è un invito a non avere paura di chi vive con l’HIV a scardinare i propri pregiudizi, a spezzare l’immaginario “malattia – morte – dolore - contagio” che l’infezione ancora evoca.


Le immagini curate da Cristina Perone, creativa di Cliccaquì, rivolte a target differenziati, puntano con forza al cuore del messaggio. Il claim “ho l’HIV non sono contagiosa/a”, soprattutto legato al sesso, irrompe con la forza di un paradosso nel senso comune che, tuttora, associa l’HIV/AIDS al contagio e alla morte. È un messaggio che induce a fermarsi, a porsi delle domande e - è il nostro auspicio- a cercare le giuste risposte. 








   



#molestie sessuali anche nel mondo dell'arte

La lettera è stata scritta dopo le denunce per violenza sessuale rivolte all'editore di uno dei magazine artistici più famosi. "Non vogliamo più stare zitte".

Più di 150 artiste, curatrici e direttrici di musei hanno firmato una lettera per denunciare le molestie sessuali nel mondo dell'arte. La missiva, pubblicata sul Guardian e dal titolo "Non staremo più zitte sulle molestie sessuali in campo artistico", arriva dopo la causa intentata da alcune donne contro Knight Landesman, co-editore della rivista Artforum, accusato di violenza sessuale. L'uomo si è poi dimesso dal suo ruolo nel giornale.

"Siamo galleriste, artiste, scrittrici, editrici, curatrici, direttrici, amministratrici di beni artistici, assistenti, stagiste, lavoratrici nel campo dell'arte, e siamo state palpeggiate, scalzate, molestate, trattate come bambine, disprezzate, minacciate e intimidite da coloro che si trovano in una posizione di controllo", si legge nella lettera, la quale denuncia non soltanto le molestie sessuali, ma anche le discriminazioni in ambito lavorativo.

l documento, che è già stato siglato da più di 2000 persone, è stato condiviso sui social network con l'hashtag #notsurprised, perché afferma che l'abuso di potere nel mondo dell'arte non è affatto una sorpresa e spesso un passo avanti nella carriera si ottiene soltanto concedendo un favore di natura sessuale: "Non siamo sorprese quando un curatore supporta una mostra solo in cambio di un favore sessuale - si legge nella lettera -. Non siamo sorprese quando l'incontro con un collezionista o un potenziale sponsor si trasforma in una proposta sessuale". Insomma, si tratta di pratiche fin troppo diffuse.

"Il fatto che l'editore di uno dei magazine di più alto profilo abbia rassegnato le dimissioni non risolve il problema più grande e insidioso: un mondo dell'arte che sostiene strutture di potere rinunciando a comportamenti etici. Simili abusi accadono frequentemente, a livello internazionale e su larga scala in questa industria - recita ancora la missiva -. Siamo state in silenzio, ostracizzate, liquidate come troppo aggressive, minacciate quando abbiamo provato a denunciare questi tipi di comportamenti sessualmente e psicologicamente abusivi. Non staremo più zitte".

La lettera ha l'obiettivo di avviare un dibattito intorno a questo tema e di far uscire storie e testimonianza per troppo tempo rimaste nell'ombra o nascoste come polvere sotto al tappeto. Emma Astner, co-fondatrice della galleria Koppe Astner di Glasgow, ha spiegato al Guardian che spera che le persone inizino a parlare: "Questo problema è incredibilmente complesso, l'unico modo per portarlo all'attenzione pubblica è iniziare una conversazione, parlarne".


Ilaria Betti


@MiurSocial ‏si dimentica delle persone #lgbt

È stata presentato ieri, al Teatro Eliseo di Roma, di fronte a una platea di insegnanti e rispettive scolaresche, il piano nazionale per l’educazione al rispetto che dovrà essere avviato nelle scuole del nostro paese. A presentare la campagna #rispettaledifferenze, con tanto di hashtag, c’era Myrta Merlino insieme a molti ospiti, tra cui la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli e altri personaggi del mondo della politica, dell’associazionismo e dello sport. Tutto bene dunque? No. Vediamo perché.

UN OMAGGIO ALLE DIVERSITÀ, COMUNITÀ LGBT ESCLUSA
La ministra Fedeli comincia riprendendo lo spot che è stato girato per il rispetto di tutte le diversità a scuola, che si basa sulla lettura dell’articolo 3 della Costituzione italiana. Fa una carrellata di differenze esistenti nel nostro Paese, dalle etnie diverse alla religione, passando per le condizioni economiche e per la differenza di genere. Non una parola, tuttavia, sul bullismo omo-transfobico e sul rispetto che si deve alle persone Lgbt: e ricordiamolo, sono migliaia gli/le adolescenti gay, lesbiche, trans, ecc, presenti nelle aule italiane che subiscono vessazioni per la loro identità sessuale.

TRA “BUONA SCUOLA” E SILENZIO SULL’OMO-TRANSFOBIA
La campagna, per altro, si lega all’applicazione del comma 16 della legge sulla “Buona scuola”, quello che recita, testualmente: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni…». La domanda è conseguente: che ruolo avranno, in questo processo, le politiche di contrasto al bullismo omo-transfobico? Il silenzio sulla questione non aiuta ad essere fiduciosi. Ma c’è di più.

PRESENTE ANCHE IL SOTTOSEGRETARIO TOCCAFONDI

Alla presentazione della campagna era presente anche il sottosegretario Toccafondi che ha speso parole encomiabili sul ruolo degli insegnanti nel contrasto al bullismo. Ha inoltre ricordato che sono previste risorse sia per i progetti scolastici sia per la formazione dei docenti, auspicando l’avvio di un percorso educativo che coinvolga scuola e famiglie. E anche lui, immancabile, parla di differenze come ricchezza. Ma come si pongono le sue parole con la sua storia di aperta ostilità nei confronti di quelle iniziative contro l’omo-transfobia proprio a scuola?

I DUE PESI E LE DUE MISURE DELLA MINISTRA
Bene che la ministra abbia voluto avviare questa iniziativa per il benessere della popolazione scolastica, incentrandosi su temi come la lotta al razzismo e agli squilibri di genere, cominciando proprio dal rispetto delle donne. Tutto meritorio e su questo nulla da dire. Ma se vogliamo davvero essere rispettosi e rispettose delle differenze, occorrerebbe non aver vergogna a menzionarle tutte. Fedeli stessa, infatti, ha fatto notare alla giornalista all’inizio del dibattito come fosse importante nominare il femminile delle professioni se vogliamo la piena parità. Principio che la ministra ha però preferito non applicare alla popolazione Lgbt del nostro paese, anche quella che vive ogni giorno tra i banchi.

UN SILENZIO UGUALMENTE VIOLENTO

Forse Valeria Fedeli, per non dispiacere a Toccafondi e alle sue groupies del “no-gender”, ha dimenticato una delle fasce più deboli della popolazione studentesca. Perché quel silenzio è violento esattamente quanto un insulto gridato in un corridoio. C’è da augurarsi che il futuro dell’iniziativa sia meno grigio della presentazione di una campagna che è manchevole del concetto di rispetto verso giovani lesbiche, gay, trans e persone non binarie. Persone che hanno la stessa dignità sociale di chiunque altro. Com’è scritto sulla Costituzione, per altro.


Dario Accolla









   

#Rohingya, la minoranza più perseguitata al mondo

Di loro si è spesso parlato come della minoranza più perseguitata al mondo. Costretti a fuggire dalla Birmania – paese che non li considera propri cittadini e li sottopone a continue violenze e persecuzioni – sono continuamente rifiutati da Thailandia, Malesia ed Indonesia. Chi ha l’occasione di lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei campi profughi allestiti al confine con il Bangladesh o ad essere sfruttato e maltrattato negli altri paesi del sud-est asiatico. Sulla loro situazione, la luce intermittente dell’attenzione mediatica mondiale si accende e spegne ad intervalli irregolari: per anni sprofondano nell’oblio, poi – soprattutto in occasione di eventi eclatanti come gli scontri del 2012 o la crisi dei migranti nel 2015 – si trasformano rapidamente in oggetto d’attenzione per i giornali internazionali ed in manifesto di battaglie civili per i paladini dei diritti umani.

Da decenni – e senza soluzione di continuità – i Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto.

Il dibattito relativo alla loro provenienza è tuttora in corso. Alcuni storici ritengono che i Rohingya vivano nello stato birmano del Rakhine da centinaia di anni, altri sostengono che siano arrivati soltanto in epoche più recenti.

Attualmente, i Rohingya che vivono in Birmania sono oltre un milione. Nella regione precedentemente conosciuta con il nome di Arakan costituiscono un’importante minoranza etnica e religiosa, essendo di fede musulmana. Lì convivono con la maggioranza buddhista di etnia rakhine. I rapporti tra i due gruppi etnici sono tesi: frequenti sono gli episodi di intolleranza e gli scontri violenti che comportano l’intervento repressivo delle forze armate.

La posizione del governo birmano è sempre stata la stessa: si sostiene che i Rohingya siano immigrati bengalesi di fede musulmana giunti in Myanmar in tempi recenti, dopo l’indipendenza dei due paesi. Come conseguenza di ciò, nel 1982 la legge sulla cittadinanza voluta dal generale Ne Win esclude i Rohingya dalla lista dei gruppi etnici della Birmania, negando loro la cittadinanza nonché qualsiasi altro tipo di diritto, rendendoli così una popolazione senza stato. La loro è una condizione critica ormai da anni. Senza andare troppo indietro, l’ultimo rapporto del World Food Programme dell’ONU parla di oltre 80.000 bambini Rohingya a rischio malnutrizione.

Vittime di discriminazioni di base etnica e religiosa, privati di qualsiasi diritto e sovente internati in campi profughi dalle condizioni igienico-sanitarie pessime, i Rohingya prendono la via del mare. Il mare delle Andamane e lo stretto di Malacca si sono trasformati nel teatro degli orrori del dramma.

Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni internazionali hanno ricominciato ad occuparsi della questione. La speranza della comunità internazionale era che l’arrivo al governo di Aung San Suu Kyi, simbolo della resistenza al regime militare e premio Nobel per la pace nel 1991, avrebbe comportato un cambio di direzione nel trattamento dei Rohingya. Idolatrata come simbolo di battaglie civili e politiche contro il regime dittatoriale birmano e sostenuta durante gli anni della propria prigionia, Suu Kyi ha ampiamente deluso le aspettative. La figlia del generale Aung San ha sempre cercato in ogni modo di evitare l’argomento e – quando costretta a rispondere – ha negato ogni tipo di violazione di diritti umani contro la minoranza musulmana dello Rakhine.

Tuttavia, l’ultima emblematica decisione di non lasciare entrare una missione ONU destinata ad indagare sulle violazioni dei diritti umani in corso ha lasciato perplessi. Per il ministro degli esteri Zeya, “non vi è motivo di farli entrare” proprio perché nulla sta accadendo.

Da quando si trova de facto a capo del governo birmano – de iure, infatti, non le è permesso a causa di alcune norme costituzionali – la carismatica leader birmana ha dimostrato un certo pragmatismo nei confronti della questione rohingya: in ottica di realpolitik Suu Kyi ha ben presto messo da parte le speranze di un’utopistica ricongiunzione etnica e ha preferito continuare a mantenere un silenzio che – agli occhi dell’intera comunità internazionale – risulta quasi una tacita connivenza. Realisticamente, per il governo birmano un’aperta difesa dei diritti dei Rohingya implicherebbe un’ulteriore frammentazione dei già fragili equilibri etnici del paese. Il Rakhine e la Birmania intera sono a larga maggioranza buddhista e tutte le minoranze musulmane – con i Rohingya in posizione particolare – non sono ben viste. In uno stato in transizione verso una democrazia consolidata, l’argomento etnico rischierebbe quindi di far esplodere la polveriera.

Pertanto, chi si aspettava una presa di posizione da parte della paladina dei diritti umani ha dovuto fare i conti con una realtà molto diversa. Gli equilibri politici in gioco impediscono a Suu Kyi – anche qualora lo volesse (ed a riguardo è tutto da vedere) – di ergersi a difesa dei diritti delle minoranze. Negli ultimi mesi in particolare, la leader birmana è stata più volte accusata di aver deluso le aspettative ed ha ricevuto un’esortazione pubblica da parte di altri premi Nobel per la pace che in una lettera aperta l’hanno invitata a prendere una posizione netta nei confronti di una questione che possiede tutti i crismi per trasformarsi in un “possibile genocidio”.

In assenza di un’apertura, però, i militari – che da sempre in Birmania svolgono un ruolo di prim’ordine nello scenario politico – possono continuare a sentirsi legittimati a reprimere, stuprare e costringere all’esilio forzato una popolazione senza stato e senza terra se non quella dei campi profughi, costantemente rimpallata da una costa all’altra del sud-est asiatico e vittima di un dramma silenziato anche da chi per anni è stato uno dei simboli internazionali della difesa dei diritti umani.


Gianmarco Maggio


   


in #Egitto l’omosessualità diventerà ufficialmente reato?

Da quando il militare sedicente “laico” Abd Al-Fattah Al-Sisi è al potere in Egitto, viene arrestata in media quasi una persona al giorno all’interno della comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersessuali e asessuali). Nelle carceri del paese nordafricano, poi, questi individui “pervertiti” e “satanici”, come li definiscono i media vicini al regime [Il Grande Colibrì], sono picchiati, torturati e violentati dalle guardie o dai compagni di cella, su istigazione dei secondini. L’ultima ondata di repressione omofoba e transfoba, esplosa dopo che una bandiera arcobaleno è stata sventolata durante un concerto dei Mashrou’ Leila al Cairo, ha segnato solamente un inasprimento di una tendenza purtroppo ben radicata in Egitto.


Il paradosso è che il codice penale egiziano non prevede nessun reato di omosessualità: chi appartiene alle minoranze sessuali, o è semplicemente sospettato di appartenervi, finisce in carcere con accuse generiche di dissolutezza e immoralità o in base a storie di prostituzione montate ad arte. Ma questo paradosso potrebbe durare ancora per poco, a causa della proposta di legge depositata pochi giorni fa dal parlamentare Ryad Abdel Sattar, con lo scopo, per usare le parole del politico, di introdurre severe misure punitive contro la comunità LGBTQIA e ridurre la sua presenza nella società egiziana. La proposta, che ha già ottenuto l’appoggio di altri parlamentari, dovrebbe essere discussa dopo l’approvazione del presidente del parlamento Ali Abdel Aal.

La proposta di legge

La proposta di legge, come riportano al Grande Colibrì due attivisti per i diritti umani egiziani (che non citiamo per ragioni di sicurezza), consiste di 7 articoli, scritti in un linguaggio davvero imbarazzante. Il primo identifica l'”omosessualità” con i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. I “rapporti sessuali perversi” (sic!) tra uomini o tra donne, compiuti in pubblico o in privato, sarebbero puniti dall’articolo 2 con il carcere, da uno a tre anni alla prima condanna, per cinque anni nelle successive.

L’articolo 3 prevede le stesse identiche pene per coloro che “incitano, facilitano, ospitano o appoggiano” rapporti omosessuali, “anche se non eseguono l’atto stesso”; se si tratta di organizzazioni, sarebbero chiuse d’ufficio. L’articolo 4 vorrebbe proibire la pubblicità (del tutto inesistente in Egitto!) per feste e incontri gay in TV, per radio e sul web: coloro che pubblicizzano, organizzano o ospitano questi eventi finirebbe in prigione per tre anni, “anche se sono individui normali” (sic!). E ancora l’articolo 5 vieterebbe “severamente” di esporre, produrre, vendere, scambiare o promuovere qualsiasi “simbolo o segno” della comunità LGBTQIA, pena il carcere da uno a tre anni. Ciliegina avvelenata sulla torta, le condanne per questi reati, aggiunge l’articolo 7, dovrebbero essere pubblicizzate su due giornali a diffusione di massa.

Condanne e mobilitazioni

Se il vostro primo istinto è scoppiare a ridere di fronte a un testo così ridicolo, frenatevi un momento: questa proposta di legge rischia davvero di entrare nel sistema giuridico egiziano e di colpire con ancora più violenza le persone LGBTQIA in Egitto. E questo nonostante le condanne da parte delle Nazioni Unite, per bocca di Rupert Colville, portavoce dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani [The New York Times], e di Vitit Muntarbhorn, l’esperto nominato dal Consiglio ONU per i diritti umani per occuparsi delle discriminazioni contro le minoranze sessuali [Pink News].

Per questo serve ancora mobilitarsi: l’associazione Mousse, per esempio, ha denunciato il presidente egiziano Al-Sisi, accolto in questi giorni da un ossequioso Emmanuel Macron, alla procura di Parigi per violazione della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 1984. L’avvocato Etienne Deshoulières ha pubblicizzato questa denuncia con parole di fuoco: “Al-Sisi sarà pure il presidente della repubblica egiziana, ma qui in Francia è un criminale che viola le convenzioni internazionali che proteggono i diritti umani”.


Pier Cesare Notaro


   




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