BOTTONI [1]

giovedì 12 ottobre 2017

sindaca del #carroccio sposa due gay; la #LegaNord la vuole fuori dal partito

Eletta quattro mesi fa con il simbolo della lega, la Sindaca di Oderzo ha unito oggi una coppia omosessuale. I segretari della Liga Veneta disapprovano. La vogliono fuori dal Carroccio.

A Oderzo, in provincia di Treviso, la Sindaca leghista Maria Scardellato ha celebrato oggi l’unione gay di Pasquale Nigro e Andrea Sara. Il segretario regionale della Lega, Gianantonio Da Re, l’ha dichiarata “contro la linea di partito”.

La Scardellato era stata eletta a giugno, con la bandiera della Liga Veneta alla mano. Ma adesso, è dal suo schieramento che provengono le critiche. Perché ha firmato di suo pugno il documento dell’unione omosessuale.

“Scardellato si pone fuori dal partito”. Queste, le parole di Dimitri Coin, segretario provinciale della Lega Nord.

Firmare personalmente il contratto. Non sembra sia stata una leggerezza. Al contrario, un atto consapevole.

Secondo le dichiarazioni di Coin, la Scardellato era stata avvisata. Non era il primo cittadino che doveva sottoscrivere le nozze arcobaleno, ma un semplice funzionario. Così vorrebbe la prassi. Così vorrebbe soprattutto l’ideologia della Lega. In questo modo la Scardellato avrebbe tutelato il simbolo del partito.

Invece ha firmato, registrando il contratto.

“La mia non è una presa di posizione contro la Lega Nord e vorrei che non fosse montato un caso dove proprio non c’è” ha dichiarato Scardellato poco dopo l’atto ufficiale. “Ho semplicemente tenuto fede a ciò che mi è stato chiesto in campagna elettorale. I cittadini mi avevano chiesto se avrei celebrato le unioni civili, sottolineo che non si tratta di nozze. E a quella domanda avevo risposto di sì. Per coerenza e per rispetto degli impegni presi ho celebrato questa unione”

Pasquale Nigro e Andrea Sara hanno sostenuto la Sindaca. “Sono dalla sua parte”, ha detto Andrea, convinto che abbia fatto “il suo dovere” e che vada rispettata.

in #Indonesia la polizia arresta 51 persone durante un raid in una sauna gay

Appare sempre più preoccupante la stretta omofoba voluta dai fondamentalisti religiosi contro i gay indonesiani. La polizia di Jakarta sta conducendo vari raid volti a cercare di scovare gay che possano essere perseguitati nel nome del loro orientamento sessuale. Ed è così che venerdì scorso ha fatto irruzione in una sauna gay della capitale per arrestare 51 persone.

Dopo alcune ore, alcuni dei fermati è stato rilasciato mentre i cinque impiegati della struttura -una donna e quattro uomini- sonio stati trattenuti con l'accusa di aver violato la legge contro la pornografia approvata nel 2008. Secondo la norma, i cinque rischiano sino a sei anni di carcere.

Tra i fermati ci sarebbero anche sette stranieri. Secondo i dati diffusi da Human Rights Watch, si tratta del quinto raid compiuto dall'inizio dell'anno all'interno di proprietà di private con cui la polizia cerca di identificare delle persone lgbt.


@FratellidItaIia ‏ : «C'è un bambino con due papà. Sky censuri la serie gender»

Pare non conoscere tregua l'ossessione omofoba con cui l'estrema destra tenta di raccimolare voti vendendo odio contro interi gruppi sociali. Al grido di «nessuno pensa ai bambini», il partito di Giorgia Meloni chiede ora la sistematica censura di tutto ciò che possa insegnare il rispetto a quei piccoli che loro vorrebbero fossero indottrinati a pensare che l'eterosessualità sia l'unico modo "giusto" di poter essere.

Fabrizio Santori, esponente laziale di Fratelli d’Italia, chiede così a Sky di bloccare la messa in onda del cartone animato "A casa dei Loud", trasmesso da Nickelodeon, a causa della presenza di una coppia di genitori dello stesso sesso in un episodio della serie.

Forse sperando di raccattare consensi tra adinolfuniani e neofascisti, afferma: «Troviamo subdolo e inaccettabile veicolare attraverso degli apparentemente innocui cartoni animati la teoria gender e concetti come l'omogenitorialità, che andrebbero invece spiegati ai bambini dai propri genitori, mamma e papà, con estrema cautela, nei giusti tempi e modi».

In altre parole, bisogna permettere ai genitori di non affrontare queste tematiche in attesa che i figli facciano propri i loro pregiudizi o vivano con difficoltà una sessualità che la società cattolica esige sia fatta percepire come "una colpa". E scopriamo anche che quella fantomatica "teoria gender" inventata dal neofascismo sarebbe quella per cui si rischia che ad un bambino non venga impedito di poter andare in giro con i suoi genitori anche se la sua famiglia non è conforme ai dogmi di quella nuova "razza ariana" teorizzata dalle lobby statunitensi di estrema destra (per intenderci, quelle per cui lavora Gianfranco Anato e quelle di cui fa parte Antonio Brandi).

L'esponente di estrena destra aggiunge pure: «Piombare così nelle case delle famiglie italiane sostituendosi al ruolo naturale delle mamme e dei papà, ovvero quello di garanzia dei minori, è scorretto. Ci adopereremo in tutte le sedi per bloccarne la messa in onda. Ma esempi simili sono facilmente riscontrabili anche su Internet».

A rilanciare l'isterica presa di posizione è il solito Il Giornale, offrendo tra i commenti una panoramica della ferocia omofoba di genitori a cui Fabrizio Santori sostiene debba essere affidato il compito di educare alla diversità. Scrivono: «L'unica consolazione è che per questi inqualificabili ideatori e realizzatori di questi progetti di corruzione morale, verrà un giorno». «Quale dei due fa da donna?». «Ma basta con queste checche!». «Dai che schifo! A tutto c'è un limite... Questo è un suicidio culturale... Poi si lamentano che l'Islam prende piede in Europa!». «Vergogna! Abbiamo rovinato il mondo, schifosi!». «Il cartone animato è ambientato a buson city?». «Fanno di tutto per annusare le mutande ai bambini e i comunisti li appoggiano. Una volta erano uomini pure loro, dal cervello piccolo ma uomini». «Ma chi è quel genitore dissennato che permette ai propri figli di guardare una simile immondizia? E pensare che c'è chi ritiene diseducativo l'Uomo Tigre!».

Davvero il signor Fabrizio Santori vuole sostenere che eventuali bambini gay che dovessero subire la sventura di avere genitori capaci di scrivere simili cose non meritino protezione e rassicurazioni dalla società? Davvero spera che a parlargli di omosessualità possa essere un tizio che trova divertente accomunarla alla pedofilia?

Forse è il tempo di trovare un modo concreto per difendere i nostri figli da questi falsi cattolici che sarebbero pronti ad renderli vittime di violenze pur di difendere i propri pregiudizi.



la vergogna delle leggi raziali in mostra a #Roma

«Il problema di importante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie». È quanto annunciò Benito Mussolini dinnanzi alle 150 mila persone radunatesi a Triste  la mattina del 18 settembre 1938.

Tra fazzoletti sventolati e scroscianti applausi, venivano annunciate le vergognose reggi razziali con cui sosteneva si dovesse intervenire dinnanzi al «problema ebraico». La sua tesi era che per mantenere il «prestigio dell’impero» occorresse «una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime».

Il filmato di quella tragica pagina di storia è stato ora restaurato e digitalizzato dall'Istituto Luce, offrendo per la prima volta i 34 minuti di quel comizio che segnò quello che lo storico Marcello Pezzetti definisce «il primo atto antisemita mediatico del regime». Il filmato sarà al centro di una mostra che dal 16 ottobre, in vista degli ottant'anni dalle leggi razziali, verrà allestita nella Casina dei Vallati, in largo 16 ottobre 1943, il luogo della razzia nazista del ghetto di Roma.

Una memoria che deve essere conservata a fronte di una storia che pare ripetersi dinnanzi a chi sventola ancor oggi fantasmi inesistenti che vengono spacciati come il «problema gender» o «problema islamico», magari suggerendo pure la necessità di trovare «soluzioni necessarie» da adottare a beneficio del pregiudizio e a danno della vita altrui. Sono tornati cartelli che indicano come «sgraditi» interi gruppi sociali, c'è chi ostenta come un merito la propria appartenenza ad una maggioranze e c'è chi pare pronto a tutto pur di proclamarsi "superiore" agli altri per presunto diritto di nascita.


Nella mostra verranno esposti gli schemini disegnati a mano dagli «esperti» di «Demorazza» che per contro del ministero dell’Interno promettevano di poer calcolare il grado di «razza ebraica». Ci saranno le immagini dei cartelli sulle vetrine («Proprietari o personale di questa libreria sono ariani») o degli ebrei in giacca e cravatta costretti al «lavoro obbligatorio» con ramazze e picconi. Ed ancora, ci saranno le prove dei divieti sui «saltimbanchi girovaghi» o «gli allevatori di piccioni viaggiatori», così come anche il verbale nel quale il presidente del Coni e quello della Federcalcio disposero la cacciata degli atleti e degli sportivi ebrei. Tra loro anche Arpad Weisz, l’allenatore che vinse uno scudetto con l’Inter e due con il Bologna prima di morire ad Auschwitz.

in #Grecia, il Parlamento approva la legge che consentirà alle persone trans la rettifica anagrafica senza previo intervento chirurgico

È stato approvato ieri in Grecia in plenaria il disegno di legge sull'identità di genere (riconoscimento legale dell'identità sessuale - Natf) a conclusione di un lungo processo che ha visto protagonista la maggiore associazione di sostegno ai diritti delle persone trans, il Syd (Somateío Ypostírixis Diemfylikón). Già nel giugno del 2016 un tribunale greco aveva accolto le raccomandazioni internazionali che sancivano la violazione dei diritti della persona costretta alla sterilizzazione forzata.

Hanno votato a favore 171 parlamentari e deputati su un totale di 285. Syriza, Potami, il Disi e Anel hanno votato per l’approvazione della legge, mentre sono stati contrari la destra di governo, Nea Democratia, Alba Dorata (l’estrema destra populista), il Kke (il Partito Comunista Ellenico ancorato a una visione fortemente conservatrice su questi temi) e il Partito dell’Unione di Centro.

La nuova legge consente in sostanza la riattribuzione anagrafica anche senza intervento chirurgico di riassegnazione del sesso e costituisce un primo importante passo verso il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione delle persone trans.

Permangono tuttavia alcuni aspetti problematici, come hanno riconosciuto le maggiori associazioni di riferimento greche e internazionali, riguardanti i vincoli medici e giuridici che non permettono di comparare la legge appena approvata allo standard degli strumenti più avanzati in ambito europeo ed internazionale. Questi – è il caso ad esempio della legge sull’identità di genere approvata a Malta nel 2015 – in sostanza prevedono una più marcata depatologizzazione della condizione delle persone trans, svincolando le istanze di riattribuzione anagrafica dalla diagnostica psichiatrica ed escludendo il ricorso alla decisione di un tribunale.

Alla luce di questi elementi appare ancora più improrogabile un avanzamento della legge italiana, la 164 del 1982, che ancora oggi prevede un iter giuridico e non svincola  in maniera chiara ed univoca la riattribuzione anagrafica dagli interventi di sterilizzazione forzata, questione solo parzialmente risolta con le sentenze di Cassazione e di Corte Costituzionale di luglio e novembre 2015.


Animali_300x250

a #Milano, un premio per chi si è distinto contro la discriminazione verso le persone trans

Le persone trans sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie, per non parlare degli Stati dove il transessualismo è considerato un reato da perseguire con pesantissime norme penali. Le stesse persone sperimentano dunque sulla loro pelle una condizione di forte fragilità sociale. Il percorso di transizione molte volte le colloca perfino ai margini del loro contesto familiare. La loro condizione di disagio può perciò raggiungere livelli molto alti.

In Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni e volontari in termini di inclusione, c’è ancora molto da fare.

Per questo motivo, in occasione del 25° anniversario del concorso nazionale Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica, l’associazione Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano ha deciso di premiare persone ed enti che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. L’evento avrà luogo a Milano, venerdì 13 ottobre 2017, presso la sede di AnlAids in  Via  Monviso, 8.

Le persone premiate sono: Carmen Bertolazzi, Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo Patanè, Paolo Valerio, Margherita Mazzanti e Antonio Nigrelli.

Moderata da Regina Satariano, presidente di Consultorio Transgenere e vicepresidente dell'Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere), l'iniziativa vedrà la partecipazione di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit, Vincenzo Cristiano, presidente di Ala Onlus Milano, Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Ala Milano Onlus, Roberto Bertolini, presidente di giuria per Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica.


180x150-Lissabon-Italian


è morto #LuigiBobbio

La tristissima notizia della morte improvvisa di Luigi Bobbio, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre nella sua Torino, ha lasciato sconcertato e profondamente addolorato me e i tanti suoi amici e antichi “compagni” del Movimento studentesco del ’68 e poi di Lotta continua negli anni ’70, oltre che gli amici e colleghi del suo successivo percorso di studioso e di docente universitario di Scienza politica.

Quando ieri mattina mi è giunta l’annuncio della sua morte con un messaggio di un comune amico, lo storico torinese Giovanni De Luna (che con lui aveva fatto parte sia del movimento del ’68 a Palazzo Campana, sia di Lotta continua, oltre che essere stato suo collega all’università di Torino), stavo lavorando, come da alcuni mesi a questa parte, alla scrittura di un mio libro in occasione del prossimo cinquantenario del ’68. E quindi in tutto questo periodo avevo ritrovato, non solo nella mia memoria personale, ma anche nella rivisitazione di libri e riviste riferiti a quel periodo “epocale” della storia italiana e internazionale, innumerevoli volte il nome di Luigi Bobbio (spesso accoppiato a quello di Guido Viale), per suoi articoli, interventi e saggi riguardanti le vicende del Movimento studentesco, prima, e dell’organizzazione della sinistra extra-parlamentare Lotta continua, dopo.

Mi ero quindi trovato, scrivendo questo libro, a “interloquire” mentalmente anche con lui, con le nostre comuni esperienze di studenti “contestatori” prima e di militanti “rivoluzionari” successivamente, che avevano segnato la nostra giovinezza 50-40 anni fa, insieme a quella di un’intera generazione di “ribelli”, che oggi si ritrova poco sopra o poco sotto i 70 anni (Luigi e io siamo nati entrambi nel 1944, nella fase finale della seconda guerra mondiale). Ma si trattava di una sorta di “dialogo mentale” con una persona ancora viva e presente, in modo critico e anche autocritico, nella serenità del distacco “storico”. Purtroppo ora non si tratta più di un “distacco” intellettuale, ma di un congedo definitivo dalla vita.

Mi era già accaduto con altri protagonisti del ’68 e di Lotta continua, come Mauro Rostagno (ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988, nel ventennale del ’68), Alexander Langer (morto volontariamente il 3 luglio 1995, durante la tragedia della Bosnia di allora), Silvano Bassetti (che era stato l’ultimo segretario nazionale dell’Intesa universitaria e poi leader del movimento di Architettura a Milano, morto nel 2008, quarantennale del ’68, quando era stato per vari anni assessore all’urbanistica del comune di Bolzano). E purtroppo penso anche a molti altri, magari meno noti, che ormai non ci sono più, ma che hanno vissuto intensamente e pienamente quella stagione della loro giovinezza.

Dell’esperienza del Movimento studentesco e di Lotta continua, ad esempio, Silvano Bassetti - che poi aveva avuto un suo percorso politico nei Democratici di sinistra e nella primissima fase del Partito democratico, appena nato - aveva scritto con semplicità e serenità in un suo blog personale: “Di quella stagione della mia giovinezza porto i segni indelebili di una formazione umana, culturale e politica, che considero tra le cose più preziose e care della mia vita. Non me ne nascondo gli errori e le contraddizioni tipici di una transizione epocale, ma non ne rinnegherò mai gli ideali di libertà, di giustizia e di solidarietà, che ne hanno costituito la molla essenziale”.

Anche Adriano Sofri, che aveva avuto diretti rapporti col Movimento studentesco di Palazzo Campana a Torino e poi alla Fiat durante l’”autunno caldo” del 1969, nella fase di formazione di Lotta continua, aveva avuto con Luigi Bobbio una comunità di esperienze, che cominciarono proprio nel ’68. E in occasione del ventennale, aveva scritto: “Giovane, scanzonata, quella generazione aveva però un carattere essenziale: la serietà. Prendeva le cose sul serio: il razzismo, la povertà, l’imperialismo, la differenza tra lavorare con le mani o no, la differenza fra comandare e obbedire. Prendeva terribilmente sul serio la divergenza fra i princìpi e la pratica, le parole e le azioni” (“La corsa nei sacchi”, in Micromega, 1988, n. 1, p.173).

Anni dopo, Adriano Sofri aveva nuovamente scritto sul movimento del ‘68, con un linguaggio totalmente estraneo a qualunque forma di ideologismo: “Vi dirò una cosa sul Sessantotto, che nessuna denigrazione cancellerà. Prima del Sessantotto c’era scritto ‘Vietato l’ingresso’ dappertutto. Le case chiuse, grazie a una brava signora, erano state abolite; ma le caserme, i manicomi, gli ospedali, le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro, gli uffici pubblici, le scuole, erano tutte case chiuse. Il Sessantotto le aprì. I non addetti ai lavori vi entrarono e guardarono. Quel po’ di trasparenza che l’Italia si è guadagnata viene di lì” (Piccola posta, Sellerio, Palermo, 1999, p.185).

È di queste esperienze che Luigi Bobbio è stato uno dei principali protagonisti, con un ruolo di leadership personale e collettiva (Guido Viale, Giovanni De Luna, Peppino Ortoleva, Laura De Rossi, Massimo Negarville e altri), che da Palazzo Campana di Torino (sede delle facoltà umanistiche di allora) nel ’68 si è espanso anche sul piano nazionale, all’inizio sotto lo slogan “Potere studentesco” (Student power, come aveva teorizzato negli Usa il movimento Sds: Students for a democratic society), insieme al movimento della facoltà di Sociologia di Trento, e poi nel rapporto crescente con il Movimento operaio e le lotte alla Fiat, nel cui crogiolo si formò nel ’69 Lotta continua, di cui Bobbio fu parte del gruppo dirigente nazionale.
Quando il 10 e 11 marzo 1968 si tenne nelle aule della Statale di Milano un affollato convegno dei “quadri” del Movimento studentesco a livello nazionale, erano state previste tre relazioni introduttive: una di Mauro Rostagno per Sociologia di Trento, una di Silvano Bassetti per il Politecnico di Milano e una di Luigi Bobbio e Guido Viale per Palazzo Campana di Torino. Ma quella di Bobbio e Viale dovette essere letta dal tavolo della presidenza (formata da Sergio Soave, Pietro Marcenaro e me stesso), perché entrambi erano stati costretti alla latitanza da un ordine di cattura della Procura torinese.

Quella relazione venne poi pubblicata (in forma ampliata) e si apriva con queste parole: “Negli ultimi anni si sono verificate profonde trasformazioni. Alcuni fatti sono penetrati profondamente nella coscienza dei giovani […], e ci hanno resi consapevoli del fatto che il capitalismo non è una macchina che funziona con la regolarità di un orologio, in cui ogni aspirazione e ogni esigenza è già in partenza ‘integrata’, ma è un sistema di decisioni politiche, che ha le sue basi nel consenso, nella collaborazione, nella passività e nell’isolamento di ciascuno di noi”. A queste premesse, seguiva una lunga analisi sul ruolo del Movimento studentesco, sull’antiautoritarismo, sul rapporto con le lotte operaie, e anche sul problema della repressione giudiziaria, che si stava estendendo (“La strategia del movimento”, in Problemi del Socialismo, n.28-29, marzo-aprile 1968, pp.329-339).

In quel ’68 personalmente ebbi rapporti diretti (anche durante la latitanza) sia con Luigi, che con suo padre Norberto Bobbio, che visse anche lui “il suo ‘68” sia all’università di Torino, dove il figlio “ribelle” era uno dei leader della contestazione studentesca, sia alla facoltà di Sociologia di Trento, occupata per oltre due mesi, dove era diventato membro del Comitato ordinatore insieme a Marcello Boldrini (ex-presidente dell’ENI) e a Nino Andreatta. Forse anche per il “trauma” torinese e familiare, Norberto Bobbio fu un interlocutore attento e dialogante del Movimento studentesco di Trento, dando risposte positive alle rivendicazioni studentesche relative all’organizzazione dei corsi e della didattica, da cui nacque pochi mesi dopo la positiva esperienza dell’”Università critica” con Francesco Alberoni e con molti nuovi docenti (tra i quali Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceno)

Dieci anni dopo, finita l’esperienza di Lotta continua, Luigi Bobbio scrisse un libro dedicato alla ricostruzione storica di quel movimento e anche ad una riflessione critica, che si apriva con queste considerazioni: “Col passare del tempo la crisi della ‘nuova sinistra’ che si è manifestata in modo traumatico nel ’76, travolgendo una delle più importanti esperienze di ‘opposizione rivoluzionaria’ dell’Europa contemporanea, appare sempre di meno come un’impasse momentanea. Sulla battuta d’arresto che tutte le ipotesi rivoluzionarie hanno incontrato in Italia in quel momento, si sono innestati fattori più profondi di insicurezza e di ripensamento: la nuova dislocazione dei soggetti sociali, il terrorismo, la chiusura del ‘quadro politico’, la caduta dei punti di riferimento internazionali. La fisionomia organizzativa e politica della ‘nuova sinistra’ ne è risultata alterata, mentre si sono fatti più labili i confini tra le aree politiche e culturali, in cui si era strutturata abbastanza rigidamente nei nove anni precedenti. Ci sono state feroci disillusioni e clamorosi abbandoni, ma anche tentativi di resistenza e nuovi processi di ricerca su terreni finora inesplorati” (Lotta continua. Storia di una organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979).

Luigi Bobbio non si lasciò certo andare a “feroci disillusioni e clamorosi abbandoni”, ma – dopo aver dato questo suo importante contributo alla ricostruzione storica, da molti poi ripreso e utilizzato, a volte anche in chiave strumentale (perfino sul piano giudiziario, in occasione del “caso Calabresi”) - riprese il suo percorso sul piano dello studio, della ricerca sociologica e poi dell’itinerario accademico. Negli anni ’90 ha partecipato alla Commissione di mediazione tra le amministrazioni locali e le popolazioni coinvolte per assumere decisioni in materia ambientale. E poi ha fatto parte anche della Commissione “Non rifiutarsi di scegliere” all’inizio degli anni Duemila, essendo diventato un esperto di politiche pubbliche e dei rapporti tra pubbliche amministrazioni e cittadini.

Dal 2000 Bobbio è diventato professore associato e poi da 2005 ordinario di Scienza politica all’università di Torino. E dagli anni ’90 in poi ha scritto numerosi libri e saggi sui temi del federalismo, delle crisi urbane, dell’immigrazione, della gestione dei rifiuti, dei conflitti territoriali, e sui governi locali nelle democrazie contemporanee. Eppure, nelle prime rievocazioni immediatamente succedutesi ieri alla tragica notizia della sua morte improvvisa, ritornano sempre e prima di tutto i richiami all’esperienza del movimento del ’68 e a quella di Lotta continua, che segnarono nel vivo della conflittualità sociale e politica un’intera generazione. A quella generazione ora è venuta meno la bella figura di Luigi Bobbio, che resterà comunque nella memoria solidale e commossa di molti.


Marco Boato

#GPA, chi è dentro o fuori il movimento lgbt ?

Da diversi mesi vediamo, nel nostro movimento, militanti che esprimono idee e prese di posizione che diremmo contro alcune categorie e alcune battaglie specifiche. Sono ancora “fresche” le recenti, e roventi, polemiche contro Arcilesbica e le sue posizioni Terf (contro le persone trans). Sempre a certe latitudini, notiamo una preoccupante convergenza con quei movimenti, radicali ed escludenti, che auspicano il reato universale contro la Gpa (al netto della questione, per quel che ci riguarda, significa mandare in galera i padri gay che si sono rivolti all’estero per una surrogacy) e che riducono il ruolo della donna a mera contenitrice senza volontà alcuna di fronte a certe scelte procreative.

RECINTI DELLA NOSTRA AZIONE POLITICA
Più volte, di fronte a certe posizioni – che si distinguono anche per una violenza verbale che non si perdonerebbe a ben più noti movimenti omofobici – si è detto che quelle stesse realtà si collocano al di fuori del movimento Lgbt. Rispondono i soggetti direttamente interessati che nessuno ha i titoli per stabilire chi sta dentro o fuori i recinti dell’azione politica della gay community italiana e delle realtà che la rappresentano. La domanda, a questo punto, è la seguente: ma siamo sicuri di questo? Davvero una persona che osserva certi fenomeni, e che si mostra capace di analizzarli, non è in grado di stabilire chi si allontana da una strada tracciata all’interno di un preciso contenitore politico?

UNA BUSSOLA PER ORIENTARSI: I PRIDE
Prendiamo i pride, ad esempio. Forse il momento più alto dell’elaborazione politica della nostra comunità. Molte manifestazioni si sono dichiarate apertamente a favore della gestazione per altri (Arezzo, Perugia, Roma per fare soli tre esempi dell’ultimo anno). In quelle stesse abbiamo i trenini di Famiglie Arcobaleno, i cui bambini e bambine crescono anche in famiglie con due papà. Anche ad esse è indirizzata l’azione politica delle nostre manifestazioni, almeno in due direzioni: garantire la prole, dentro il nucleo in cui essa è stata prima voluta e poi generata, e garantire i genitori stessi rispetto ai diritti e ai doveri che possono esercitare nei confronti di chi hanno messo al mondo.

LE POSIZIONI SULLA GPA
Il problema non è tanto quello di avere posizioni critiche sulla Gpa – credo sia normale nutrire delle riserve, di fronte a certi fatti – quanto sposare un linguaggio, una violenza comunicativa e i luoghi comuni più beceri che trovano origine nei vari “popoli” della famiglia formata da uomo e donna. Chi utilizza questi stessi strumenti nella propria azione politica, dimenticando che lo scopo primario nel nostro paese è, al momento, battersi per difendere persone e situazioni, senza alimentare ulteriori pregiudizi contro le persone Lgbt e i gay maschi in primis – descritti come locatori di uteri – non si pone automaticamente al di fuori di un certo tipo di lotte e dagli obiettivi che queste ultime si prefiggono?

QUESTIONE TRANS E MOVIMENTO LGBT
Lo stesso discorso potrebbe estendersi alla questione trans e femminista. All’interno della nostra società, le persone trans subiscono molto spesso trattamenti ai limiti della disumanità. La stessa comunità transessuale si è spesso lamentata della scarsa attenzione da parte di una porzione della nostra comunità, rispetto specifici problemi. Non credo che si voglia mettere in discussione il concetto di diversità, ma stabilire a priori – con fare escludente – che devono esserci spazi per donne “vere” (le virgolette, si basi, indicano un pensiero diverso da chi scrive) e spazi separati per donne “meno vere” quanto rende chi opera certe classificazioni più o meno distante da chi definì le persone mtf come “moderne ircocervi”? Per la cronaca, fu Adinolfi.

LA LIBERTÀ DELLE DONNE
Sulla Gpa, allo stesso modo, descrivere le donne che fanno una scelta siffatta e in piena libertà – lo so, può sembrare un paradosso alle paladine della dicitura “utero in affitto”, ma esistono donne che decidono autonomamente di portare avanti una gravidanza per altri – come povere incapaci di intendere e di volere, quanto è affine a quel concetto di autodeterminazione degli individui che ci è stato insegnato proprio dalle lotte femministe, in relazione alla libertà femminile?

QUESTIONI DI VITA REALE
Le piattaforme programmatiche dei nostri pride, insomma – coerenti all’azione politica di un mondo associativo vario e composito – danno una direzione che si è formata attraverso una prassi politica fondata sulla capacità di affrontare le sfide quotidiane che partono dalle nostre esperienze e riguardano le nostre vite. Certe affermazioni di principio sembrano andar contro tutto questo. Quando ci si interroga chi è fuori o dentro da un certo percorso, dovrebbe partire forse dal confronto con questa evidenza.

Dario Accolla

Current_Promotion_IT_250x250

in #Egitto, ondata di arresti, condanne e persecuzioni di gay e alleati

57 arresti di uomini gay e sostenitori dei diritti delle persone Lgbti dopo l’esposizione di bandiere rainbow a un concerto rock al Cairo

Un’ondata di arresti di uomini gay o anche di persone che semplicemente sostengono i diritti delle persone Lgbti si è abbattuta sull’Egitto.

Che negli ultimi anni in Egitto, con il consolidarsi del regime di Al Sissi, il rispetto per i diritti umani e la libertà di espressione in generale e la sicurezza delle persone Lgbti in particolare siano sempre più compressi è noto. Me nelle ultime settimane Polizia e autorità hanno avviato una vera e propria campagna persecutoria nei confronti di uomini gay e di chi è disposto a sostenerne i diritti.

Bandiere arcobaleno al concerto rock, polemiche e sette arresti

Tutto è cominciato qualche settimana fa, il 22 settembre scorso, quando durante il concerto della rock band libanese Mashrou’ Laila, il cui front man è dichiaratamente gay, sono state sventolate delle bandiere arcobaleno.

Non era la prima volta. Nel marzo 2016 una bandiera rainbow aveva salutato tra la folla di fan il concerto della stessa band al Cairo e il cantante Hamed Sinno aveva detto: “C’era una bandiera arcobaleno tra il pubblico stanotte. Al Cairo. Una bandiera arcobaleno, in  pubblico, al Cairo. Dite quel che vi pare sull’omonazionalismo, globalizzazione e identità egemoni e pos- colonialismo. Sono lo stesso così orgoglioso. Chiunque tu sia, il tuo coraggio è un’ispirazione profonda”.

Più che allora però questa volta al gesto coraggioso sono seguiti duri attacchi dei media che condannavano “lo scandalo”, aspre polemiche sui social e, soprattutto, sette arresti immediati da parte della polizia.

Ondata persecutoria. 57 arresti, già nove condanne alla prigione

Spinte e sostenute dai media, le forze di sicurezza e la magistratura egiziane però non si sono affatto fermate lì e nei giorni successivi sono stati arrestate ben 57 persone per il solo fatto di essere sospettate di omosessualità o di supportare i diritti delle persone Lgbti. Di queste 9 sono state già condannate con pene che vanno da uno a sei anni, 35 sono attualmente sotto processo e due Sarah Hegazy e Ahmed Alaa , sono detenuti da 15 giorni pur non essendo omosessuali proprio con l’accusa di aver sostenuto i diritti delle persone Lgbti. Di altri 11 invece non sono note le sorti.

Mashrou’ Laila: “Serve mobilitazione internazionale”

La band Mashrou’ Laila ha espresso profondo dispiacere per quanto sta avvenendo in Egitto dopo il loro concerto, condannando con forza la dura persecuzione ai danni delle persone Lgbti e dei diritti umani di questa tirannide, e ha fatto appello a una mobilitazione internazionale per fermarla.

Un appello per i diritti umani e la libertà è stato lanciato anche da un ampio fronte di associazioni Lgbti e in difesa dei diritti umani di entrambe le sponde del mediterraneo.

Nonostante le numerose adesioni, anche italiane, al momento questi appelli sono caduti quasi inascoltati. Mentre l’operazione della polizia continua senza sosta costringendo decine di attivisti a lasciare la Capitale e persino il Paese per rifugiarsi nella clandestinità, il Governo decide per un nuovo giro di vite liberticida anche sul fronte della libertà di informazione.

in Egitto vietato parlare positivamente delle persone Lgbti e dei loro diritti

Il Consiglio Supremo per la Regolazione dei Media è infatti intervenuto il 30 settembre scorso con un provvedimento che impedisce qualsiasi apparizione o positiva rappresentazione di omosessuali o dell’omosessualità sui media.

“Il Supremo Consiglio per la Regolamentazione dei Media proibisce la promozione o diffusione di slogan omosessuali. L’omosessualità è una malattia e una disgrazia che va nascosta dalla vista e non promossa e per la disseminazione finché non è curata e la sua disgrazia rimossa. Questo per preservare l’ordine pubblico e la pubblica decenza e nel rispetto per i valori e i giusti credi della società. La promozione di questi slogan è altresì una corruzione della società che deve essere punita.

È vietato per gli omosessuali apparire in qualsiasi media, sia scritto, audio o video, con l’eccezione di chi riconosce il fatto che la propria condotta sia inappropriata e si pente per essa”.

Andrea Maccarrone








Go daddy IT 300x250 hosting


#università gratuita alle #trans emarginate

La Allama Iqbal Open University (AIOU) di Islamabad, un’istituzione conosciuta per i suoi tentativi di risollevare le sorti del gruppi emarginati dalla società pachistana, ha inaugurato un programma per offrire un’istruzione gratuita alle persone transgender: lo scopo è quello di sconfiggere lo stigma che colpisce questa minoranza perseguitata e discriminata, per permetterle di vivere una vita serena e di esercitare attivamente i propri pieni diritti di cittadinanza.

Il professor Shahid Siddiqui, vicerettore dell’università, ha spiegato al News: “Abbiamo deciso di lanciare un programma per migliorare le condizioni delle persone transgender in Pakistan. Attraverso questo programma speriamo di ridare loro l’autostima e la dignità che gli sono state tolte da lungo tempo e renderli cittadini responsabili della società”. E ha aggiunto: “Abbiamo ricevuto risposte positive dalla comunità e abbiamo già iniziato a ricevere iscrizioni per il programma”.


Emarginati e discriminati

raccolta fondiLa realtà delle comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transegnder, queer, intersessuali e asessuali) in Pakistan è poco conosciuta, ma molto dolorosa: è una minoranza emarginata e perseguitata, costretta a nascondersi per non rischiare la vita. Sono persone senza volto, senza nome e senza voce all’interno della loro società. Persone che spesso, insieme a tutte queste privazioni, finiscono per essere private della dignità e della loro stessa esistenza.

Per questo il regista pachistano e attivista per i diritti umani Wajahat Abbas Kasmi ha deciso di intraprendere un viaggio per documentare la vita delle comunità LGBTQIA nel suo paese natale, per renderle visibili al mondo, affinché tutti possiamo alzare in coro la voce e combattere questi orrori e la violazione dei diritti umani. Se anche voi volete aiutarci ed essere parte di questa lotta per i diritti umani, potete contribuire facendo una donazione su Produzioni dal Basso.



Un’università per tutti

L’Università Allama Iqbal organizza numerosissime tipologie di corsi universitari fino al dottorato per studenti di vario tipo, dai disabili ai detenuti. Gli studenti possono iscriversi a costo zero e ricevono gratuitamente tutti gli strumenti per l’apprendimento, compresi quelli più tecnologici. I corsi sono online, ma ci sono anche 44 uffici regionali in tutto il Pakistan, accessibili ai suoi oltre 3 milioni di iscritti in tutto il paese.


Tra i programmi più interessanti dell’AIOU ci sono quelli destinati all’educazione delle ragazze che sono state espulse da scuola per vari motivi lanciati in tre città del nord (Chakwal, Nankana Sahib e Kharian) e a Thatta, nel sud.  “Grazie a questo programma, solo a Thatta 400 ragazze hanno superato gli esami equivalenti alla terza media e 377 di loro sono riuscite ad accedere agli esami di immatricolazione ai corsi successivi” ha aggiunto Shahid Siddiqui.










   



giovedì 28 settembre 2017

“pedonalizziamo la #gaystreet” : a Roma l’appello del pub @ComingOutRoma

Coming Out Roma è il punto di riferimento simbolo della Gay Street per la comunità LGBT, residente nella capitale e proveniente da ogni parte del mondo.

Chiusura forzata dei locali gayfriendly nella nota Gay Street di Roma, in Via San Giovanni in Laterano di fronte al Colosseo.

Lo staff del pub Coming Out ha pubblicato una lettera di protesta dopo l’ennesima chiusura forzata avvenuta questa mattina per problematiche legate alla concessione del suolo pubblico. Problematiche che si trascinano ormai da tempo, come spiegano nella missiva, penalizzando le titolari dell’esercizio, Annalisa e Flavia, e mettendo a rischio il lavoro dei loro bravi e simpatici dipendenti, oltre che penalizzare la numerosa clientela che si riversa ogni giorno nella famosa Gay Street sotto il Colosseo.

video


Ciao,
Siamo il vostro staff e ci troviamo qui riuniti di fronte al vostro e al nostro locale, il Coming Out, per raccontare e denunciare quanto accaduto stamattina sulla Gay Street. Dopo gli ennesimi 5 giorni di chiusura forzata, dovuta alla presenza di tavolini non consentiti dalle autorità, stamattina poche ore dopo aver riaperto, abbiamo subito un'inaspettata operazione di polizia, rapida e forzata, che ha costretto noi ed altri esercenti della Gay Street, ad interrompere nuovamente la nostra attività. Coming Out Roma è il punto di riferimento simbolo della Gay Street per la comunità LGBT, residente nella capitale e proveniente da ogni parte del mondo. La sua magica posizione di fronte al Colosseo l'ha reso da un lato punto di ritrovo per la nostra variopinta ed affezionata clientela, dall'altro eccezionale punto d'arrivo per turisti che vogliono sedersi ad ammirare il monumento simbolo della nostra città, di fronte ad una semplice tazza di caffè. E' dal 2007 che Annalisa e Flavia, le nostre titolari, rinnovano costantemente la richiesta di concessione per l'occupazione del suolo pubblico.

Sebbene altri locali sulla medesima via abbiano questa autorizzazione, a noi è stata, e continua, ad essere puntualmente respinta. Nel triste scenario della nostra casa con le porte sigillate, ci ritroviamo senza lavoro qui riuniti, più uniti che mai per dirvi che siamo onesti lavoratori e non banditi!

Pertanto, a voi affezionati o che solo sposate la nostra causa, chiediamo di condividere il nostro disagio!

VOLEVAMO SERVIRE UNO SPRITZ ...

NON VOLEVAMO SUBIRE UN BLITZ!







Moda-Accessori-300-x-250_2

il #Kuwait deporta decine di uomini sospettati di essere omosessuali

Il Kuwait è un minuscolo Stato del medio oriente con capitale Kuwait City ed una popolazione in crescita vertiginosa che si aggira attorno ai 5 milioni di abitanti.

Come in altri paesi vicini o confinanti (Bahrein, Omán, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi...) è severamente proibito non solo essere apertamente omosessuali o transessuali, ma anche tenere una condotta ambigua o non perfettamente "ortodossa", come ad esempio non rispettare alla lettera i ristretti canoni di abbigliamento suggeriti dalla società.

Un cosiddetto "comitato della moralità" ha realizzato una serie di retate durante il mese di agosto, portando alla chiusura di 22 centri massaggi suppostamente luogo di incontri e alla deportazione di decine di persone reputate "colpevoli" di essere gay o transgender.

Già negli anni precedenti il piccolo Stato aveva minacciato controlli medici alla frontiera per "individuare i gay" tra i richiedenti visto. Le modalità di tale esame (forse non a caso) non sono mai state rese note.


In Kuwait il codice penale punisce le relazioni sessuali tra uomini adulti e consenzienti con 6 anni di carcere. La pena si alza addirittura a 10 anni in caso le persone coinvolte siano minorenni (ragazzi sotto i 21 anni), mentre l'omosessualità femminile non è nemmeno contemplata.


un algoritmo è in grado di leggere l'#orientamento sessuale nei tratti somatici

Nonostante il possibile scetticismo, lo studio è firmato dalla prestigiosa Stanford University, un'università privata californiana situata nel cuore della Silicon Valley.

Il software avrebbe memorizzato al suo interno 35.326 foto pubbliche relative a 14.776 persone iscritte a vari social network registrando un tasso di successo attorno al 90%, una percentuale incredibilmente alta. Ripetendo l'esperimento di fronte a giudici in carne ed ossa, ossia mostrando le stesse foto a persone reali e domandando se secondo loro la persona ritratta fosse etero o gay, la previsione si è rivelata corretta solo nel 60% dei casi. "I tratti somatici contengono molte più informazioni di quante ne possa percepire ed elaborare il nostro cervello" spiegano Michal Kosinksi e Yilun Wang, responsabili della ricerca.

In particolare, nei volti dei gay apparirebbero caratteristiche atipiche: "Ad esempio gli omosessuali maschi presentano una mascella più affusolata e sottile, nasi più lunghi e fronti più ampie."

Nonostante tali parole possano dare adito a riflessioni interessanti, riesce impossibile non pensare a Cesare Lombroso, il medico antropologo che a fine '800 era sicuro di poter individuare i criminali dai tratti anatomici.


In questo caso, fortunatamente, il progetto non mira a condannare o arrestare nessuno: tuttavia, al di là dei problemi di privacy personale annessi ad una simile indagine, pensiamo a cosa potrebbe succedere se uno strumento del genere finisse nelle mani sbagliate, ad esempio quelle del dittatore ceceno Ramzan Kadyrov, che negli ultimi mesi ha esternato apertamente a varie testate internazionali l'intenzione di uccidere gli omosessuali per "purificare la razza".

#omofobia a Baku, in #Azerbaijan

Arriva direttamente da NEFES , principale collettivo LGBT in Azerbaijan, la denuncia di quanto accaduto negli ultimi giorni.

Nella capitale Baku sono stati arrestati durante alcune retate centinaia di persone omosessuali in una purga che il presidente stesso di Nefes, Javid Nabiyev, definisce " molto simile a quella che sta avvenendo in Cecenia con la connivenza del governo russo".

Intanto un portavoce del ministero dell'interno azero smentisce qualsiasi forma di repressione verso le minoranze e replica: "la polizia ha dovuto semplicemente adottare misure di sicurezza in quanto individui di orientamento sessuale non tradizionale si riunivano regolarmente in centro città dedicandosi a prostituzione ed altre attività illecite mettendo in serio pericolo l'ordine pubblico."

Spiegazione che appare quantomeno fragile, visti i precedenti del piccolo Stato.

Già nel 2016 il popolare quotidiano inglese The Guardian aveva definito l'Azerbaijan come " il peggior luogo al mondo dove essere gay ", seguito da Armenia e Russia.

Infatti, nonostante l'omosessualità sia formalmente legale, è uno dei paesi con la percentuale più alta di crimini d'odio verso la comunità LGBT ed alcuni politici nazionali come Ayaz Efendiyev, rappresentante del Ministero della Giustizia, hanno posizioni talmente estremiste da sembrare prese in prestito dal dittatore ceceno Ramzan Kadyrov.


Efendiyev, che (ricordiamolo) ricopre una carica pubblica importante all'interno del paese, si è recente espresso di fronte ai media internazionali incolpando l'occidente di "portare al crollo dei valori tradizionali difendendo i gay, i quali sono creature demoniache, portatrici di malattie e maledette da Dio."

la Cei : " la politica ha accelerato #sui gay e non sullo #IusSoli "

"La legge sulla cittadinanza contribuirebbe a ridurre il popolo dei senza patria", ha dichiarato monsignor Nunzio Galantino.

"Si è accelerato sui diritti delle persone dello stesso sesso, non si è voluto farlo su quelli degli italiani mantenuti senza cittadinanza". A rimproverare la politica italiana, che dopo aver puntato molto sulle unioni civili ha ora rinunciato all'idea dello ius soli, è il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, secondo il quale, invece, la legge sulla cittadinanza "contribuirebbe a ridurre il popolo dei senza patria".

Si parla di un progetto di legge "approvato alla Camera un paio di anni fa da chi oggi dice di non volerne sapere. Come mai? La Chiesa non vota, non è chiamata a votare, ma a richiamare il cuore delle persone che, se vivono in determinate condizioni e danno certe sicurezze, non vedo perché non debbano godere di diritti e non si debba chiedere loro con chiarezza dei doveri", ha aggiunto Galantino nel corso di una conferenza stampa al termine del Consiglio permanente della Cei. "Parlare di ius soli - ha precisato il vescovo - significa, come ha detto il cardinale Bassetti nella prolusione, 'porre attenzione all'integrazione, che resta parola morta, parola sterile se non passa attraverso il riconoscimento della cittadinanza a coloro che sono nati in Italia, parlano la nostra lingua, assumono la nostra memoria storica e i valori che porta con sè. Su questi temi non si può derogare, ed è tutto quello che è previsto dalla legge'".

"Su questo tema - ha osservato il segretario generale della Cei - si sono scaricate tante tensioni". "La legge non riguarda chi oggi riesce a mettere piede sul suolo italiano - ha specificato - La sua approvazione contribuisce a ridurre il popolo dei senza patria, e non per buonismo ma a precise condizioni. Ci riferiamo a persone che hanno bisogno di dignità, in un contesto di diritti e doveri".


Galantino ha poi ricordato il caso delle donne migranti che arrivano incinte: "La stragrande maggioranza delle donne migranti che arrivano in Italia non sono partite incinte, ma sono state violentate. Se una di loro partorisce appena arrivata sulla spiaggia, sicuramente non avrà la cittadinanza italiana".


PUBBLICITA' - GIORDANO