BOTTONI [1]

venerdì 15 settembre 2017

#gestazione per altri, ‘chi parla di mercimonio non rispetta la libertà della donna’

«Ma chi te l’ha fatto fare?» chiedevo l’altra sera a Nicola Carone, un giovane dottorando che ha recentemente scritto In origine è il dono (Il Saggiatore, 2016). Eravamo al Gay Village, a Roma, per un incontro con Monica Cirinnà in cui si parlava di gestazione per altri (Gpa). Un argomento che rischia di lasciare scie di sangue, visto il livello del dibattito odierno, avvelenato non solo dalle solite frange omofobe, ma anche da una minoranza di agguerrite femministe che ne hanno sposato argomenti e modalità di relazione. Nicola non si scompone, e comincia a parlarmi del suo libro e della sua ricerca.

«Era il 2011, discutevo con Vittorio Lingiardi il tema della mia tesi magistrale. Non pensavamo che la Gpa sarebbe diventata oggetto di dibattito pubblico». Comincia così un lavoro di ricerca che si è sviluppato tra la Sapienza di Roma e il Centre for Family Research di Cambridge. Fino a quel momento, in Italia, si parlava di omogenitorialità concentrandosi sull’influenza che orientamento e genere sessuale dei genitori potessero avere sul benessere dei figli. «A me, invece, interessava indagare anche l’importanza della presenza o assenza delle altre figure del concepimento e della nascita (i donatori di gameti e le gestanti) nella vita familiare e nel racconto delle origini per lo sviluppo psicologico del bambino».

Ne è nata una metodologia di ricerca basata sulla rilevazione quantitativa (questionari e osservazioni) e qualitativa, attraverso interviste. Eppure, gli faccio notare, la presenza di forme di pagamento/rimborso sembra contraddire il concetto di “dono”. «In realtà, non è così. Il concepimento e la nascita si collocano nel campo degli investimenti affettivi: quell’atto può essere compreso soltanto a partire dal significato espresso dalle persone coinvolte. Sono prima di tutto i donatori, le donatrici e le gestanti, a viverlo come un dono». Si istituisce, poi, un legame relazionale tra chi dona e chi riceve: donatori, donatrici, gestanti, genitori e bambini si conoscono e instaurano una relazione affettiva, contraddicendo così l’equazione “denaro = scambio di merce”. In altre parole, «non è sufficiente la presenza di un compenso economico per trasformare una scelta volontaria in uno scambio immorale e rovinoso di corpi e desideri».

Visione rigettata in toto da quelle frange omofobe e, purtroppo, anche interne a un certo femminismo che bolla il tutto come mercimonio. «Affermazioni che non tengono conto della libera scelta della donna a condurre una Gpa e del contesto in cui questa avviene», ribatte senza indugi Carone, che ricorda come questo approccio «pretende di sostituire il pensiero della donna coinvolta con il proprio e parlare al suo posto con espressioni a effetto (“mercimonio”) o che rimandano a un ordine morale (“è giusto condurre una gestazione per altri?”)». Quello che sorprende, aggiunge, è che spesso a farlo sono coloro che meno di quarant’anni fa rivendicavano l’autodeterminazione della donna a disporre del proprio corpo.

Il problema, ovviamente, esiste: «Ci sono contesti in cui la Gpa avviene in condizioni estreme e disumane, la salute della donna è a rischio e non c’è alcuna volontarietà nel portarla avanti. Non sono per fortuna i più rappresentativi, ma proprio questi casi mostrano la necessità di regolamentare la pratica affinché venga tutelato il benessere psico-fisico della gestante». E Carone ricorda ancora come nei paesi in cui la dignità della donna è riconosciuta, come in California, la tutela è massima. «Alla luce di tutto ciò, è necessario articolare la discussione non sulla transazione economica e sulle motivazioni a intraprendere la Gpa, ma sulle condizioni in cui viene praticata e accertarci che sia sempre etica».

Il tema della genitorialità è il prossimo campo di battaglia della comunità Lgbt nel nostro paese e le divisioni, anche dentro la gay community, rischiano di essere laceranti. Monica Cirinnà, dal palco del Village, ricordava come le leggi in merito dovrebbero partire dal riconoscimento dei diritti dei bambini, svincolandoli dal modo in cui vengono al mondo. Carone va oltre: «Credo che ogni persona, eterosessuale o omosessuale, single o in coppia, debba essere messa nelle condizioni di poter scegliere quale forma di genitorialità realizzare. Sia essa con concepimento spontaneo, adottiva, o con ricorso alla procreazione medicalmente assistita». Il dibattito può cominciare da queste posizioni. Di buon senso, converrete. Il resto è il solito show. Di cui non si sente il bisogno.


Dario Accolla 

a #Pontida parcheggi rosa … ma non troppo : vietati a lesbiche ed extracomunitarie

Il caso di Pontida, dove il Sindaco leghista, Luigi Carozzi, ha divulgato un regolamento che stabilisce il diritto di usufruire dei parcheggi rosa solo alle gestanti ed alle donne in puerperio, eterosessuali e cittadine europee, merita una seria riflessione.

In un momento storico dove la levatura morale e l’impegno sociale della politica si è appiattito, si è diffusa la regola secondo la quale, per farsi notare nello scenario politico italiano bisogna “spararle grosse”, e così, le provocazioni, al limite del demenziale, sono diventate l’unico modo per far parlare di sé, per farsi strada nella jungla del neonato periodo post-seconda Repubblica.

Tutta questione di strategia politica, perché dopo un secolo buio come il ‘900, dopo intestine lotte per la difesa dei diritti umani, non dovrebbe esistere, dal luogo più lontano bagnato dal Po fino all’ultimo isolotto della Sicilia, qualcuno che possa davvero vietare i più elementari diritti civili a seconda della razza, dell’etnia, del ceto, della religione, del sesso ed anche dell’orientamento sessuale. Era già abbastanza chiaro, sulle macerie ancora fumanti della Seconda Guerra Mondiale, che tali “categorie” non potevano essere motivo di discriminazione.

Ovviamente c’è chi dirà che un parcheggio riservato a donne incinta non è poi un grande argomento di confronto, che si tratta di un semplice posto dove lasciare l’auto prima di andare a fare la spesa, ma se la storia insegna qualcosa, sappiamo bene che non è per nulla vero: una discriminazione, pubblica e palese, resta tale in tutta la sua gravità, ed il fatto che venga compiuta da chi è chiamato a governare un territorio, rievoca ricordi di un’Europa razzista, ancora dolorosamente vivi.

Il Sindaco Carozzi, ha dovuto immediatamente ritirare il regolamento comunale appena approvato, ma il dibattito sulle contese strisce rose non si è ancora sedato, ed è giusto che sia così. Com’è facile intuire, i primi a criticare il provvedimento, con una buona dose di incredulità, sono stati gli stessi cittadini. Anche dalla politica le reazioni non si sono fatte attendere, ed il Pd, in particolare con il ministro Maurizio Martina ha condannato seriamente la scelta del Sindaco; il ministro ha lasciato su twitter il proprio messaggio di indignazione: “Sono cose che fanno rabbrividire e purtroppo sono cose vere. Sembra che la storia non abbia insegnato nulla a certe persone e noi non possiamo sottovalutare tutto questo. Stanno emergendo estremismi che non possono essere banalizzati. Si ritiri subito questo provvedimento vergognoso”.

Il Movimento 5 stelle si è accodato alla presa di posizione della Cgil locale che ha offerto di seguire il ricorso di tutte le donne che vorranno presentarlo.

Quello che è importante sottolineare è che il provvedimento non è stato stigmatizzato solo dalle opposizioni, ma anche da parte della stessa Lega Nord. Infatti, sono piovute reazioni dure anche da alcuni compagni di partito, come ad esempio da Silvana Saita, ex Sindaco di Seriate ed oggi consigliere regionale. “Non sono queste le cose che rispecchiano il nostro compito da politici – ha dichiarato – “Il mio parere sulla questione è assolutamente negativo – conferma – Ho lavorato per la gente e sono ben altri i problemi che si aspettano di vedere risolti, altri i servizi seri che vorrebbero. I posti riservati alle donne incinte è un’iniziativa assolutamente lodevole ma una donna incinta è sempre una donna incinta anche se non è italiana. Il regolamento può essere benissimo impugnato perchè discriminante e anticostituzionale. Il parcheggio rosa è destinato a donne in gravidanza a tutela loro e del bimbo che hanno in grembo, questo è il diritto da tutelare, non esistono altri ragionamenti. Non è in questo modo che si tutela la famiglia tradizionale”. Parole davvero importanti, che all’interno della Lega Nord dovrebbero essere chiare a tutte, perché il modello vincente di governo che viene sbandierato da oltre 20 anni, non può oggi ripiegarsi su stesso, scadendo nell’assurdo.

Sì, sono altri i problemi che i cittadini, tutti i cittadini non gli appartenenti a questa o quella razza, sperano che il decisionismo della Lega Nord riesca a risolvere. È questo il limite della Lega, ciò che l’ha sempre confinata al ruolo di “eterna seconda”, vincente, ma sempre un passo indietro, notata, ma sempre con sospetto: l’essere eternamente agli estremi, come chi non riesce a tracciare la propria identità se non in contrapposizione all’altro, a ciò che è diverso da essa.

Il ministro Martina ha esortato il leader Salvini a pronunciarsi sull’accaduto, di condannarlo, e certo, farebbe bene a farlo, altrimenti non riuscirà mai nel suo nuovo proposito: convincere, da Nord a Sud, che nella Lega c’è molto di più su cui investire che non il solito razzista coro da stadio.

Giovanna Legato







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rispetto per le donne, #Minniti : “ in Italia è scontato ”

Deve essermi sfuggito qualcosa in tutti questi anni. Qualcosa in quanto donna, cittadina, persona che vive in quello che chiamano Bel Paese, nel cosiddetto “occidente”, quella parte di mondo che si vanta di essere civile.

Deve essermi sfuggito qualcosa che a quanto pare qualcuno di importante dà invece per scontato. Scontato, sì, così il ministro degli Interni Minniti definisce il rispetto per le donne qui da noi, in Italia, annunciando programmi per l’integrazione delle persone immigrate: «Il rispetto tra uomo e donna è scontato per noi, dobbiamo lavorare perché diventi scontato anche per gli altri, anche per chi ospitiamo».

Sul serio, signor ministro, deve essermi davvero sfuggito qualcosa in tutti questi anni.

Mi sembrava fossero anche miei connazionali quelli dei fischi per strada, come fossi un cane. Quelli del “guarda che ho qui” con le mani portate ai genitali per indicare un regalo che non voglio ricevere ma che qualcuno si sente in diritto di offrirmi trattandomi come un oggetto sessuale.

Ero certa che non fossero tutti stranieri quelli che hanno provato a molestarmi in metro, in autobus, per strada, sul lavoro. Strano che quell’arroganza di sentirsi in diritto di trattare la donna a proprio piacimento l’abbia notata sia nei virgulti nostrani sia in quelli di importazione. Financo nella civilissima Londra, dove due all white men made in England hanno tentato approcci poco convenzionali in pieno centro e in pieno giorno.

Deve essermi proprio sfuggito qualcosa in tutti questi anni.

Perché a quanto pare per qualcuno questa mentalità becera, questo modo di fare, è legato più a un certo tipo di persone che ad altre: quelle di una certa nazionalità.

Perché qui le donne vengono rispettate in quanto donne, mica come da voi, di quei Paesi lì, giusto?

Devo aver interpretato male i dati sulla violenza domestica in Italia, i “troia, puttana, cagna” e altri mille sinonimi con cui vengono appellate le donne sui social da utenti dai nomi italianissimi, il “se l’è cercata” o “è stata una bambinata” riferito agli stupri perpetrati da ragazzi italiani (non sta forse accadendo anche per l’accusa di violenza sessuale ai due carabinieri di Firenze?).

Devo essermi confusa sulle origini di chi ha distrutto la vita di Tiziana Cantone con il cyberbullismo, di chi frequenta i gruppi segreti dove gli uomini si scambiano le foto private di amiche e conoscenti per poi riempirle di commenti beceri e violenti, di chi si diletta a offendere il corpo degli altri con il body-shaming, di chi commette violenze psicologiche verso le donne che decidono di abortire o etichetta le donne che vivono liberamente la propria sessualità. Di chi lancia sfuriate alle avversarie politiche criticandole e attaccandole con insulti o allusioni sessiste.

Mi parevano italiane anche tante donne che appoggiano e giustificano questi atteggiamenti e giudicano le altre donne considerate “non conformi” a un certo tipo di modello.

E pensandoci bene, tutto questo succede ovunque e noi italiani, brava gente, non siamo migliori. Se lo fossimo, queste situazioni, questi comportamenti, questi commenti, sarebbero casi isolati, bastonati dall’opinione pubblica e dalle istituzioni sempre e comunque. Ma così non è e gli esempi si sprecano.

Per questo sono convinta che mi sia sfuggito qualcosa. Qualcosa che fa dare per scontato al ministro Minniti un rispetto che qui in Italia, ancora oggi, nel 2017, dati alla mano, non c’è. Qualcosa che gli fa apparire scontato ciò per cui noi femministe abbiamo lottato e lottiamo ogni giorno, mettendoci la faccia, la testa, la rabbia e i nostri corpi.

Mi spieghi, signor ministro, cosa mi sfugge?

Alessia Mendozzi

#immigrazione, una politica oltre l'emergenza

In queste settimane nei reportage sulla Libia di Umberto De Giovannangeli su HuffPost, e poi di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, si è fatta luce sul ruolo essenziale giocato dalle milizie libiche nel complicato rompicapo del paese.

Tentare di inglobare le milizie libiche nella lotta contro il traffico di uomini verso le nostre coste, traffico in cui esse stesse erano state coinvolte, era probabilmente l'unica strada percorribile. Anche se i nostri servizi segreti hanno dovuto pagare un prezzo, che non sarà mai ovviamente riconosciuto ufficialmente dal governo italiano (altrimenti a che servono i servizi?), questo prezzo è infinitamente inferiore a quello che il Sistema paese stava affrontando per gestire il flusso incontrollato degli arrivi, dai salvataggi in mare alla accoglienza e al processo di inclusione di rifugiati e immigrati economici, oltre alla tragica ecatombe delle vittime inghiottire dal Mediterraneo, e ai costi sociali e politici che la situazione determinava in Italia.

Più in generale, è impensabile cercare di affrontare la crisi di paesi dilaniati da una guerra civile endemica e flagellati da centinaia di milizie armate, senza organizzare un processo strutturato che porti al loro superamento e inserimento nelle strutture militari ufficiali, cercando di ricostruire almeno una parvenza di esercito e di servizi di polizia nazionali. Le milizie non scompaiono con un colpo di bacchetta magica.

Ugualmente giusto è stato sostenere il Premier internazionalmente riconosciuto Fayez al-Sarraj, certamente debole e isolato ma persona più limpida e trasparente dei suoi concorrenti. Ugualmente sensato è stato aprire all'interlocuzione con il generale Haftar, come ha fatto recentemente il ministro Minniti, dato che si tratta di una pedina ineludibile sullo scacchiere libico, anche se certamente non la soluzione migliore per l'Italia come Premier, per le sue caratteristiche di aspirante Rais e dato che è legato alla cordata avversaria franco-russo-egiziana.

La giustezza e l'esemplarità dell'impostazione e delle iniziative del governo italiano, riguardo a tutti questi aspetti e a quelli più complessivi dell'emergenza immigrazione sono state finalmente riconosciute nelle ultime settimane ai massimi livelli europei, e hanno trovato eco anche nella recente intervista di Papa Francesco al Corriere della Sera.

Ma ora è sempre più necessario andare oltre l'emergenza, adottando un approccio complessivo lungo queste direttrici:

1) Lavorare per un governo di Unità Nazionale reale, possibilmente centrato su Sarraj ma in cui Haftar abbia un ruolo forte da svolgere.

2) Continuare la lotta contro il traffico inumano di esseri umani verso le nostre coste, sviluppando e rafforzando le iniziative e procedure già messe in atto e esigendo la cooperazione europea già sollecitata e annunciata nei recenti vertici della Ue.

3) Rafforzare la vigilanza sui confini meridionali della Libia, in accordo con le municipalità e tribù locali, come già ha cominciato a fare l'Italia, per impedire che tali sacche di disperati continuino a essere alimentate.

4) Intervenire sulla situazione dei campi profughi in Libia, contrastando abusi e violenze e valorizzando il ruolo dell'Oim, delle Agenzie dell'Onu e della stessa Croce Rossa, in raccordo con la locale Mezzaluna Rossa, con l'aiuto di Ong internazionali che si rendessero disponibili: anche se non si può ignorare la delicatezza e la difficoltà dell'intervento, da realizzare in uno Stato sovrano, ma di fatto uno Stato solo nominale.

3) Svuotare al più presto questi campi profughi, attivando un programma straordinario da gestire al livello dell'Europa e con il suo diretto coinvolgimento anche finanziario, attraverso la pratica dei rimpatri assistiti, con l'aiuto dell'Onu e della Comunità internazionale; concedendo contestualmente l'ingresso in Italia e in Europa (che non può continuare a lavarsene le mani) ai rifugiati che ne hanno diritto. Si tratta di una operazione enorme, che riguarda oltre 100.000 persone ammassata nei diversi campi profughi in condizioni drammatiche, una piaga purulenta che non va lasciata marcire.

4) Assicurare il passaggio dall'emergenza alla gestione ordinata dei flussi migratori, potenziando i canali umanitari per i rifugiati (che però, non bisogna dimenticarlo, rappresentano il 10% del totale), e soprattutto avviando canali ordinari e regolati di immigrazione legale, coerenti alle esigenze del nostro sistema economico e adeguatamente preparati con processi formativi nei paesi di origine, sia di lingua italiana, che di percorsi mirati di formazione professionale, in stretto raccordo con i governi locali.

5) Avviare contestualmente progetti di co-sviluppo con i paesi di origine, che superino ogni residuo carattere assistenziale e siano basati su parità e reciprocità di interessi, coinvolgendo l'insieme del Sistema Italia, dalle Ong già attive al riguardo al complesso delle organizzazioni imprenditoriali ed alle singole imprese potenzialmente interessate, che vanno tuttavia indirizzate e assistite. Il rapporto con l'Africa non va concepito come residuale, ma come opportunità primaria, come d'altronde hanno ampiamente compreso molti dei principali player internazionali, dalla Cina all'India, alla Turchia, allo stesso Israele, sempre più largamente presenti nel Continente.

6) Andare oltre l'immediato e necessario salvataggio in mare e alla prima accoglienza, assicurando coerenti politiche di inclusione che facciano perno in primo luogo sulle comunità diasporiche di appartenenza, unitamente al tessuto del volontariato civile e religioso e in stretta collaborazione con le Istituzioni locali e nazionali.

7) Coinvolgere le Comunità diasporiche di origine e le organizzazioni religiose di appartenenza dei nuovi arrivati nel controllo e nel contrasto ai processi di radicalizzazione e alle possibili derive jihadistiche e terroristiche, in stretto e continuo rapporto con le Istituzioni locali e nazionali addette a questo scopo, sviluppando in parallelo e adeguatamente i necessari servizi di vigilanza e prevenzione, che d'altronde hanno già dimostrato tutta la loro efficienza in tutto questo così tormentato periodo.


Janiki Cingoli

#stepchildadoption : tribunale che vai sentenza che trovi

" Senza una legge valida per tutti, da Nord a Sud cominciano a delinearsi decisioni a macchia di leopardo sui destini dei bambini con due mamme o due papà. Appesi ad articoli, commi di legge e interpretazioni “in punta di diritto” del giudice di turno. "

La stepchild adoption è sparita dalla legge Cirinnà, ma non dalla realtà. Dopo lo stralcio della possibilità di adottare il figlio del compagno per le coppie gay, la palla è passata in mano ai giudici. E senza una legge valida per tutti, da Nord a Sud cominciano a delinearsi decisioni a macchia di leopardo sui destini dei bambini con due mamme o due papà. Dalle sentenze che riconoscono appieno l’adozione emesse dai tribunali per i minorenni di Bologna e Roma, all’accoglimento con “raccomandazione” non richiesta di quello Venezia, fino al no di Palermo e al dietrofront di Milano e Torino. Coppie e minori appesi ad articoli, commi di legge e interpretazioni “in punta di diritto” del giudice di turno.

Era l’agosto 2014 quando il tribunale per i minorenni di Roma, presieduto da Melita Cavallo, emetteva la prima sentenza favorevole alla stepchild adoption, dicendo sì all’adozione di una bambina nata con procreazione assistita all’interno di una coppia di due donne romane sposate in Spagna. Quasi due anni dopo, nel maggio 2016, anche la Cassazione ha confermato la decisione. Un sì alla stepchild adoption, arrivato solo pochi giorni dopo lo stralcio dell’adozione coparentale nella legge Cirinnà.

Un sì che, come prevede l’ordinamento italiano, non costituisce però un vincolo per i giudici. E il panorama delle sentenze emesse finora lo dimostra (come spiega anche la rivista specialistica Articolo 29). «Tra le sentenze negative, l’ultima è quella del tribunale per i minorenni di Palermo del luglio scorso», spiega Angelo Schillaci, ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma e membro del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno. «I tribunali per i minorenni di Milano e Torino invece avevano già contestato la sentenza della Cassazione, dicendo che l’adozione in casi particolari prevista dalla legge sulle adozioni all’articolo 44 non si applica alle coppie omosessuali. Ma le sentenze poi sono state ribaltate entrambe in appello».

Perché la legge Cirinnà, anche se non è riuscita a portare a casa la stepchild adoption, contiene comunque una clausola di salvaguardia in cui si dice che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti». Cavilli del diritto che sono una speranza per le coppie omosessuali. «Sia il tribunale di Bologna sia la Corte d’Appello di Milano hanno confermato le adozioni alla luce di questo comma», spiega Schillaci.

L’ultima tegola in testa alle famiglie arcobaleno, però, è arrivata da Palermo. I giudici siciliani, pur riconoscendo i principi ribaditi dalla Cassazione, si appellano a due articoli della legge sulle adozioni per negare la stepchild adoption a una coppia di due donne che hanno contratto unione civile. «Fanno un ragionamento sottile», commenta Schillaci, «dicendo che le adozioni particolari si applicano solo se l’adottante è coniugato con il genitore legale. E nel caso in cui non siano coniugati, l’adozione comporterebbe la decadenza del genitore legale». Richiesta rispedita al mittente, dunque, che avrà sicuramente un seguito anche in appello.

Finché le famiglie arcobaleno saranno affidate ai giudici, il rischio di tutela a macchia di leopardo c’è. Coppie e minori sono appesi ad articoli, commi di legge e interpretazioni “in punta di diritto” del giudice di turno

Intanto da Bologna, capofila nell’accoglimento della stepchild adoption con tre sentenze favorevoli, è arrivata la risposta ai giudici palermitani con una sentenza in cui si dice che no, la legge sulle adozioni va interpretata alla luce della riforma sulla filiazione del 2012, quella che equipara i figli naturali e quelli legittimi.

Caso particolare invece è quello di Venezia, che ha riconosciuto la stepchild adoption. Ma con riserva. Il tribunale per i minorenni della Laguna ha detto sì all’adozione coparentale, ma nelle due pagine della sentenza trova lo spazio per una raccomandazione: le due madri devono essere “consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso l’identità di genere della bambina per permetterle uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone a orientamento non omosessuale”. Una postilla «che è una spia culturale», dice Schillaci, «e che non ha alcuna utilità giuridica». Come se nascere e crescere in una famiglia arcobaleno potesse influenzare l’orientamento sessuale futuro.

«Finché le famiglie arcobaleno saranno affidate ai giudici, il rischio di tutela a macchia di leopardo c’è», dice Schillaci. E ora si attendono i pronunciamenti sui procedimenti pendenti al tribunale per i minorenni di Firenze. Le premesse non sembrano favorevoli: il procuratore della Repubblica per i minorenni del capoluogo toscano, Antonio Sangermano, in un’intervista al Giornale ha già detto che «la legge con una scelta chiara non ha previsto la possibilità della stepchild adoption. Tutte le sentenze che non tengono conto di questo divieto per me non sono condivisibili».

Lidia Baratta





educare all’accoglienza delle #differenze

In questi giorni bambini e ragazzi torneranno dietro i banchi. Scuole materna, elementare, media e superiore riaprono i battenti: la spensieratezza dell’estate è soffiata via dal vento di settembre che porta con sé la paranoia dei compiti non svolti e la caccia a zaini, quaderni, astucci, penne e diari.

L’acquisto di questi oggetti indispensabili per andare a scuola avviene in modo accorto da parte di genitori e figli, alla ricerca dell’articolo per la scuola più alla moda. Con un occhio sul prezzo: la crisi non permette a tutti di fare spese pazze per mandare i figli a scuola, e si cerca di comporre il corredo nel miglior modo possibile, perché le apparenze sono importanti. Anche se a volte ingannano.

Dietro al fondamentale materiale scolastico c’è qualcosa che supera il possesso degli oggetti? Gli zaini pieni di cose sono anche bagagli invisibili colmi di contenuti?

La parola “scuola” evoca inesorabilmente il termine “educare” - non alle apparenze: a quelle ci pensa la società. La scuola accoglie bambini e ragazzi terribilmente diversi tra loro, non solo per gli zaini che indossano.

I nuclei famigliari da cui provengono hanno varie forme: alcuni hanno solo un genitore, altri ancora li hanno entrambi ma li vedono in momenti diversi, alcuni vivono con mamma e papà e altri vivono con due adulti ai quali sono affidati, con i quali non hanno alcun legame di sangue. Ovviamente, tutte queste persone che a vario titolo svolgono una funzione genitoriale presentano caratteristiche individuali.

La scuola è dunque un grande contenitore di differenze: non può fingere conformità, deve educare ad accogliere la diversità, fin dalla prima infanzia. Educare non è sinonimo di istruire: educazione è estrarre le inclinazioni positive, istruzione è immettere informazioni. Accogliere, condensare in un unico ambiente le diversità, fa esperire un’opportunità di confronto e crescita: significa ricercare, rilevare e apprezzare il valore dell’originalità, della singolarità di ogni provenienza, di ogni individualità.

La scuola è il primo contesto in cui un bambino ha l'occasione di apprezzare le differenze come occasioni di arricchimento.  Le differenze abituano al dialogo, disabituano al pregiudizio e al giudizio. L’incontro con l’altro come portatore sano di caratteristiche, abitudini, comportamenti e atteggiamenti differenti, facilita il percorso di ricerca della propria identità, la conoscenza di sé, lo sviluppo dell’autostima.

I bambini educati ad accogliere le differenze difficilmente saranno adulti giudicanti e svalutanti: saranno critici positivi, persone che sanno rielaborare e valutare differenti punti di vista senza sentenziare.

Il compito degli insegnanti non è solo insegnare, cioè istruire, ma anche educare per formare una generazione di adulti che si muova nel mondo: un bagaglio invisibile pieno di contenuti - altro che lo zaino pieno di cose. Forse un’educazione di questo tipo sarebbe utile anche ad alcuni adulti di oggi.

Con l’auspicio che la generazione futura sia più “educata” di quelle attuali, auguriamo buon rientro a scuola a studenti e insegnanti.

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù”.

Eleonora Ferraro

DEM Mediaset Premium Nazionale Agosto 2017 Https

propaganda #fascista è reato? allora via #Mussolini dal ministero !

Passa alla Camera la legge che mette fuorilegge gli accendini con la capoccia del Duce ma nei ministeri c’è la foto di Mussolini nelle gallerie d’onore.

La propaganda del regime fascista e nazifascista - anche attraverso la produzione, la distribuzione o la vendita di beni che raffigurano persone o simboli ad essi chiaramente riferiti – è a un passo dal diventare un reato previsto dal codice penale. L’Aula della Camera approva la proposta di legge di Emanuele Fiano che prevede la reclusione da sei mesi a due anni per chi fa saluti romani o vende gadget che richiamino i regimi totalitari di destra, con 261 sì, 122 no e 15 astenuti. Dopo questo brillante risultato potremmo augurarci che Fiano, che è anche l’uomo del Pd alle prese con la legge elettorale, faccia di tutto per non far somigliare il testo alla Legge Acerbo, quella che blindò Mussolini al potere. Purtroppo non nutriamo alcuna illusione visto che il partito dell’onorevole Fiano è lo stesso dell’Italicum, del pacchetto Minniti e del tentativo di controriforma in senso autoritario sventato dal referendum del 4 dicembre.

Il Pd ci regala un altro dibattito su questioni essenziali, come ad esempio mantenere o cancellare la scritta Dux dall’obelisco del Foro Italico mentre le periferie delle metropoli sono in balìa di un senso comune razzistoide innsecato proprio dalle politiche liberiste del Pd. Ma c’è di più, c’è ancora da sciogliere la continuità tra regime fascista e repubblica. Un’ambiguità che si deve all’amnistia Togliatti che, nel ’46, mandò a spasso le camicie nere compresi criminali di guerra come il generale Roatta, tanto per fare un esempio, che grazie all’opera di pacificazione dell’allora segretario del Pci, non fu estradato in Jugoslavia dove l’attendeva un processo ed è crepato nel suo letto. Non basta: l’immagine del Duce troneggia ancora in palazzi istituzionali come il palazzo del Ministero delle Infrastrutture nelle gallerie d’onore degli ex ministri come, appunto, se dal Regno d’Italia alla Repubblica nata dalla Resistenza ci fosse una continuità di ideali e classe dirigente.

Perché stiamo raccontando questo? Perché una il 5 maggio una delegazione svizzera in visita proprio al ministero di Porta Pia per l’incontro bilaterale tra il ministro Del Rio e la  presidente della Confederazione Svizzera, Doris Leuthard, s’è trovata il faccione della buonanima nell’anticamera del Salone che avrebbe ospitato l’incontro ufficiale. Le foto in esclusiva sono state scattate proprio quel giorno nell’incredulità degli ospiti d’oltralpe. Mussolini fu ministro ad interim dal 30 aprile 1929 al 12 settembre 1929 ma già dalla sua resistibile ascesa al potere era stato particolarmente attento alla costruzione del suo personale mito. Nell’album delle fake news del regime spicca quella per cui, quando c’era “lui”, i treni arrivavano sempre in orario.

Dopo la prima guerra mondiale, in effetti, la rete ferroviaria italiana, in stato pietoso, fu oggetto di investimenti. Lo storico Denis Mack Smith si spinse a dire che attorno al 1920 i treni italiani erano l’invidia di tutta l’Europa e che Mussolini aveva fatto del suo meglio per farne il simbolo dell’efficacia fascista. A smentirlo un collega, Peter Neville che scriverà di «successo molto gonfiato». Eulalia di Borbone, figlia di Isabella II di Spagna, scrisse che i primi benefici dell’opera di Mussolini si avvertivano alla frontiera quando si sentiva il capostazione annunciare: “il treno arriva in orario”. Ma è sempre Mack Smith a rivelare che molti viaggiatori raccontarono già all’epoca che la storia dei treni che arrivavano in orario era una leggenda. Il giornalista investigativo statunitense, George Seldes disse nel 1936 che spesso i grandi espressi (le frecce rosse di allora) erano in orario ma lo stesso non poteva dirsi per i treni locali, «enormemente in ritardo». Citatissimo Alexander Cockburn, giornalista politico, spiega che Mussolini aveva bisogno di convincere gli italiani che il fascismo era effettivamente un sistema che lavorava a loro vantaggio. Così nacque il mito dell’efficienza fascista, con il treno come simbolo. Ma gran parte dei lavori di riparazione erano stati eseguiti prima della marcia su Roma. E se molte persone normali, lavoratori, onorano la memoria del duce è solo grazie alla capacità di far fruttare le leggende metropolitane e agli effetti devastanti delle politiche neoliberiste e delle guerre fra poveri che innescano. Conferma, infatti, Mack Smith, non certo un agit-prop: «La propaganda di Mussolini è stata molto efficace. Conclude Andrea Barham, ne “L’Abc delle bufale” (Istituto geografico De Agostini) che la sola cosa che il duce è riuscito a ottenere, con questa storia dei treni in orario, è stata di incantare l’infanta di Spagna. E tutti quelli che ancora credono alle fake news sul Ventennio.

Ora la domanda è la seguente: assieme agli accendi con il faccione del Duce, alle torte coi baffetti di Hitler, al vino dozzinale con le immagini dei due dittatori, non sarebbe il caso anche di rimuovere le foto del mascellone dai corridoi dei nostri ministeri? La Repubblica nata dalla Resistenza sarà tale quando rimuoverà le tracce del fascismo anche dalla legge elettorale, dal codice penale e dai regolamenti di polizia. E quando attuerà la Costituzione.

Ercole Olmi










i centocinquanta anni de "il Capitale" di #Marx

Un secolo e mezzo è trascorso dalla pubblicazione, nel 1867, del I Libro del Capitale di Karl Marx, l'opera che, insieme al Manifesto del Partito Comunista del 1848, ha rappresentato una pietra miliare nella storia del movimento comunista e operaio di ogni paese del mondo.

Lo ricordiamo con passione rivoluzionaria agli operai e a tutti i lavoratori.

E crediamo che la cosa più efficace, in questo nostro ricordo, sia far parlare subito Marx in prima persona.
Egli era ben consapevole non solo del valore scientifico della propria opera, ma anche dell'importanza enorme che essa avrebbe avuto politicamente, per la lotta che la classe operaia stava conducendo in tutta Europa e negli Stati Uniti d'America contro il capitale.

“E' sicuramente il più terribile proiettile che sia mai stato scagliato in testa ai borghesi (compresi i proprietari terrieri)”, scriveva con orgoglio Marx all'operaio tedesco Johann Becker il 17 aprile 1867, parlandogli del libro a cui stava lavorando.

E sono ben note le terribili condizioni di salute e di miseria personale e familiare in cui egli portò avanti il suo lavoro a Londra in quei drammatici decenni dopo la sconfitta della rivoluzione europea del Quarantotto.
“Durante questo periodo - scriveva il 30 aprile 1867 Marx al socialista tedesco Siegfried Meyer - sono stato sull'orlo della fossa. Dovevo quindi utilizzare ogni istante in cui mi era possibile lavorare per portare a termine la mia opera, alla quale ho sacrificato salute, fortuna e famiglia. Io me ne infischio degli uomini cosiddetti “pratici” e della loro saggezza. Se uno volesse comportarsi come un bue, potrebbe naturalmente volgere le spalle alle pene dell'umanità e preoccuparsi solo della propria pelle”.

Un punto fondamentale vogliamo immediatamente sottolineare: l'intreccio indissolubile, in Marx, fra il suo lavoro teorico e la sua pratica rivoluzionaria di dirigente del movimento operaio del suo tempo.

Gli anni di preparazione del I libro del Capitale sono gli anni del contributo decisivo di Marx alla fondazione dell'Associazione Internazionale degli Operai (la Prima Internazionale), della quale egli redige l'Indirizzo Inaugurale, i primi Statuti provvisori, il Programma della prima Conferenza, le Istruzioni per i delegati del Congresso di Ginevra.

Era ormai superata la stasi delle lotte operaie succeduta al 1850, il movimento era in ripresa ovunque. Ciò che Marx soprattutto desiderava era che il Capitale uscisse proprio negli anni in cui l'Europa e l'America erano scosse dalla gravissima crisi economica che ebbe il suo culmine negli anni '60 del XIX secolo.
Il Capitale è, come le Teorie sul plusvalore e gli altri lavori economici di Marx, un'opera di continua demistificazione di tutti gli errori, le illusioni e le interessate menzogne dell'economia politica borghese, “scienza” apologetica di un sistema economico irrazionale, anarchico e distruttore di ricchezze umane e naturali qual è il modo di produzione capitalistico.

Karl Marx ha scoperto la legge del plusvalore creato dal lavoro non retribuito l’operaio salariato, che è la legge economica fondamentale del capitalismo. Ha messo in luce le leggi immanenti che porteranno alla fine il capitalismo, che da circa un secolo è giunto nel suo ultimo stadio.

Questo modo di produzione storicamente determinato ha sviluppato in enormi proporzioni le forze produttive e impresso loro un carattere sempre più sociale, acuendo così tutte le sue contraddizioni inconciliabili, che si manifestano nelle devastanti crisi cicliche di sovrapproduzione, come quella che abbiamo visto scoppiare nel 2007, di cui ancora subiamo le conseguenze.

Contraddizioni che possono essere superate solo con il passaggio a una nuova economia e una nuova società, basta sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione: la società socialista e comunista, che la classe operaia ha il compito storico di costruire dopo aver ridotto in frantumi con la sua rivoluzione la vecchia macchina statale della borghesia.

Allo studio, alla lotta! E' questo l'appello che rivolgiamo a tutti gli operai, a tutti i comunisti, affinché – sotto la direzione politica di un unico Partito comunista del proletariato – diventi presto realtà anche nel nostro paese l'obiettivo rivoluzionario al quale Marx dedicò tutta la sua vita.

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apre la casa di @emergency_ong : spazio di diritti e cultura aperto alla città

Apre a Milano CASA EMERGENCY. La nuova sede dell'organizzazione, in via Santa Croce 19, si presenterà alla città con tre giorni di eventi, in programma da venerdì 15 a domenica 17 settembre. Attività e progetti sono stati illustrati questa mattina a Palazzo Marino dal fondatore di EMERGENCY Gino Strada, dalla presidente Rossella Miccio e dal sindaco di Milano Giuseppe Sala.

CASA EMERGENCY si trova in una ex scuola in disuso, i cui spazi sono stati riassegnati dal Comune con un bando pubblico e trasformati da EMERGENCY in una nuova sede aperta anche ai cittadini.

"EMERGENCY è nata 23 anni fa proprio a Milano. Qui abbiamo sempre avuto la base operativa dell'organizzazione e siamo felici che il Comune di Milano abbia deciso di riassegnare a fini sociali un immobile pubblico in disuso, così da farlo rivivere. Nella nuova sede EMERGENCY organizzerà una serie di eventi e attività per coinvolgere e informare i milanesi sull'attività dell'organizzazione, sui temi dei diritti umani e il diritto alla salute", ha spiegato Rossella Miccio, Presidente di EMERGENCY.

CASA EMERGENCY è la nuova sede di EMERGENCY, e non solo. Attraverso incontri pubblici, dibattiti, mostre, CASA EMERGENCY sarà uno spazio aperto alla città, per promuovere una cultura di pace e praticare diritti.

"EMERGENCY lavora a Milano dal 2015 con un ambulatorio mobile che offre assistenza medica e servizi di orientamento sanitario qui in città e che ha garantito cure a oltre 4500 persone. Per rispondere ai bisogni delle fasce più vulnerabili della popolazione, nei prossimi mesi attiveremo uno Sportello socio-sanitario negli spazi di CASA EMERGENCY, aperto a chiunque ne abbia bisogno", ha proseguito Rossella Miccio.

"Grazie alla collaborazione con EMERGENCY, restituiamo ai milanesi e alla città un luogo da tempo abbandonato al degrado. Con l'apertura di CASA EMERGENCY, Milano potrà contare su un nuovo spazio di socialità e di solidarietà, un centro polifunzionale al servizio di tutti i cittadini, di cui essere orgogliosi", ha dichiarato il sindaco Giuseppe Sala.

"La ristrutturazione dell'edificio, circa 3.570 mq di superficie, è durata 14 mesi. CASA EMERGENCY mostra come sia possibile il recupero di un Bene Comune attraverso un percorso fatto di scelte eticamente orientate sia sul piano tecnico che su quello procedurale-metodologico. Progettare il Bene Comune non è stato tanto il disegno né la sua concreta realizzazione, quanto piuttosto l'ampliamento delle possibilità che individui e gruppi lo riconoscano, lo utilizzino e, soprattutto, lo vedano come elemento generativo di altri Beni Comuni", ha spiegato Raul Pantaleo, architetto che ha curato il progetto.

Per dettagli sul programma dell'inaugurazione consultare eventi.emergency.it






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lunedì 4 settembre 2017

#PapaFrancesco : " matrimonio? no, chiamiamo le unioni same sex ‘unioni civili’ "

Il nuovo stop al matrimonio egualitario e all’ideologia gender da parte del Papa è contenuto in un libro in uscita in Francia il 6 settembre.

Ancora un NO al matrimonio egualitario

“Il Matrimonio tra persone dello stesso sesso? ‘Matrimonio’ è una parola storica. Sempre nell’umanità, non solo per la Chiesa. È tra un uomo e una donna… non possiamo cambiare questo. Questa è la natura delle cose. Questo è come sono, Chiamiamole unione civili”.

Un puntiglio terminologico che sa di sconfitta culturale

Con queste parole papa Francesco ribadisce la contrarietà della Chiesa al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ma, per contro, la linea di opposizione sembra ormai arretrata al puntiglio terminologico. All’aspra opposizione all’idea stessa che due persone dello stesso sesso possano formare una qualsiasi forma di famiglia o di unione riconosciuta sembra ormai essersi sostituita la consapevolezza di una realtà che, almeno nei Paesi occidentali – persino quelli di lunga tradizione cattolica, come l’Irlanda, la Spagna e la sua stessa Argentina – è ormai incontrovertibile. Insomma una critica che ha ora tutto il sapore di una capitolazione.

La crociata contro il ‘gender’

Il papa non rinuncia tuttavia a proseguire nella sua crociata contro la cosiddetta “ideologia gender” di cui si è molto parlato in Francia e in Italia negli ultimi anni. E torna a chiamarla in causa forzatamente in questo contesto. Il riferimento, infatti, più che il matrimonio same sex colpisce direttamente le persone trans – già in passato paragonate da Bergoglio ad armi nucleari – e l’autodeterminazione delle persone in generale.

“Non giochiamo con la verità. È vero che dietro questo c’è l’ideologia gender. Nei libri anche, i bambini imparano che loro possono scegliere il loro sesso. Perché il sesso, essere una donna o un uomo una scelta e non un fatto di natura? Questo favorisce questo errore. Ma diciamo le cose come stanno: il matrimonio è tra un uomo e una donna. Questo è il termine preciso. Chiamiamo le unioni tra persone dello stesso sesso ‘unioni civili’.”

Il libro che contiene le affermazioni di Bergoglio in uscita in Francia

Queste affermazioni sono uno degli estratti dal libro, in uscita in Francia il 6 settembre, pubblicati ieri dal Figaro Magazine. Politica e Società, questo il titolo del volume, è il frutto di 12 lunghe conversazioni di papa Francesco col sociologo francese Dominique Wolton, fondatore dell’Istituto di Scienze della Comunicazione del CNRS a Parigi.

Tanti i temi trattati nel volume. Oltre al matrimonio omosessuale, si parla di migranti, di morale, dei suoi incontri con una psicanalista in Argentina, delle radici cristiane dell’Europa.

“Aborto peccato gravissimo, ma facilitiamo il perdono”

In ambito etico Bergoglio ribadisce la netta condanna dell’aborto, definito “un peccato gravissimo, l’assassinio di un innocente”. Ma difende anche la svolta da lui voluta nel consentire a tutti i preti di assolvere da questo peccato. Non per “banalizzarlo”, ma perché “se c’è un peccato è necessario facilitare il perdono”.

Sbagliato insegnare la morale guardando solo “sotto la cintura”

Del resto molto duro è il suo giudizio anche nel modo in cui i cattolici insegnano la morale. “Non la si può impartire a suono di precetti, ‘di devi, e di non puoi’”. – afferma – “C’è un grande pericolo per i predicatori. Quello di cadere nella mediocrità. Condannando solo la moralità, perdonate l’espressione, ‘sotto la cintura’. Ma nessuno parla degli altri peccati come l’odio, l’invidia, l’orgoglio, la vanità, l’omicidio, entrare nella mafia o fare accordi illegali”.

L’influenza della militante comunista

Tra gli altri temi trattati nel libro e oggetto delle prime anticipazioni il suo rapporto con le donne e l’influenza che queste hanno avuto nella sua formazione. Tra le altre, oltre alla psicanalista che ha subito attratto la curiosità di molta stampa internazionale, una militante comunista argentina. Si tratta di Esther Ballestrino de Careaga, fondatrice del movimento delle madri che ha denunciato le uccisioni dei loro figli da parte del regime argentino. “Mi ha insegnato a pensare sulla realtà politica. Devo così tanto a questa donna”.

Andrea Maccarrone







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#omofobia, di cosa abbiamo paura?

" Odio la parola omofobia. Non è una fobia. Tu non sei spaventato. Sei stronzo "

E’ questo il tweet attribuito (erroneamente) qualche anno fa all’attore Morgan Freeman e ben presto divenuto virale. Sebbene sia per l’appunto un fake, il motivo per cui ha collezionato tante condivisioni non può che essere l’interrogativo, del tutto legittimo, che avanza. Perché definiamo ‘fobia’ un atteggiamento di avversità, se non addirittura violenza, nei confronti dell’altro?

È necessario fare chiarezza, in primo luogo, per capire che utilizzando questo termine non si sta in alcun modo sottovalutando la pericolosità o sminuendo la gravità di questi atteggiamenti (giustificando come ‘impaurito’ chi li assume); ma soprattutto per ribadire (ancora una volta) come tutti, indifferentemente dall’orientamento sessuale cui ci si riferisce, ne siamo esposti.

Il sociologo Mark McCormack ha pubblicato in merito un interessante volume dal titolo “The declining significance of Homophobia” (ahinoi non ancora tradotto in italiano e pubblicato dalla Oxford Un. Press). Secondo l’autore è doveroso associare al concetto di Omofobia quello di ‘Omo-isteria‘, ovvero: “la pervadente paura di essere o essere percepiti come omosessuali”. Sarebbe questa la condizione psico-sociale all’origine dello sviluppo di atteggiamenti discriminanti o di atti violenti; l’omofobia come comunemente la definiamo appunto.

In quelle culture, o in quelle fasi storiche, in cui la suddivisione dei ‘ruoli basati sul genere’ si fa più marcata, in cui è più stringente sottolineare la propria mascolinità e/o eterosessualità, l’Omo-isteria e la conseguente Omofobia hanno il sopravvento.

Oltre agli svariati esempi storici che confermerebbero questa posizione, una ricerca condotta da Fabio Fasoli della Surrey Un. dimostrerebbe infatti come le persone tendano a ‘delegittimare’ ed esprimersi con violenza nei confronti di ‘personaggi omosessuali’ solamente quando questi venivano presentati loro con termini ed epiteti omofobi, o facendo leggere in precedenza ai partecipanti allo studio articoli ed editoriali circa ‘la comunità gay’, ‘il mondo etero’…

Rendere saliente (con la lettura dei testi) o preferibile (con l’uso di parole denigranti) la propria appartenenza ad uno dei due gruppi, è carburante per una naturale propensione verso questo, ed una avversità (con conseguenze anche gravi ed evidenti) a scapito dell’altro gruppo.

La ‘fobia‘ si inserirebbe proprio in questo quadro di conflittualità e suddivisione sociale tra gruppi. La ‘paura‘ è quella di perdere lo status quo legato alla comunità etero, o il timore di essere ‘degradato’ a quella omosessuale. L’angoscia di ‘essere scoperti o scambiati per omosessuali’, quella che si manifesta molte volte nell’attenzione spasmodica verso i dettagli in grado di tradirne la segretezza (la camminata, la risata, attenti al mignolo levato quando si beve!..). Così come le troppe, davvero, volte in cui questa costante autocensura si esprime nel suo modo più corrosivo e nelle svolte più tragiche.

Già in età di scuole elementari, molti bambini sono oggetto di una ‘catena di montaggio’ della propria identità, che vede in un caricaturale ‘Maschio ruvido’ l’unico ruolo sociale loro concesso. Tutti dobbiamo fare i conti con il ‘piccolo omofobo’ cresciuto di pari passo con noi ed è quasi impossibile evitarlo, crescendo in una società come la nostra. Come scriveva Sebastiano Mauri: “siamo tutti omofobi, come siamo tutti vittime dell’omofobia. Solo che la maggior parte di noi non sa di essere né una né l’altra cosa”.

Proprio per queste ragioni, fare in primo luogo cultura, insegnamento sull’esposizione di tutti e tutte a questi pregiudizievoli atteggiamenti (e alle loro conseguenze) sembra essere la via maestra nella ridefinizione di una mascolinità ‘nuova’.

Offrire ai nostri figli una più ampia serie di modelli di sviluppo e prospettive di ruolo sociale, non può che motivarli alle proprie, intrinseche, personali aspirazioni. Liberarli, cioè, dal faticoso costringere ogni propensione individuale all’interno di pochi, scarni stereotipi di riferimento.

Le varie ‘leggi contro l’omofobia‘, di cui grazie ad alcune iniziative regionali si torna oggi a discutere anche in Italia, possono essere l’occasione per riaprire un dibattito da tempo sopito. L’opportunità per tutti di ragionare sulle conseguenze che una visione ‘tagliata con l’accetta’ del maschile ha avuto sui rapporti uomo-donna, col potere, con le minoranze sessuali.

C’è una serie di ‘spaventevoli’ catene in grado di obbligare e censurare ognuno di noi, infondate paure legate ad altri radicati (seppure immotivati) pregiudizi che, grazie anche alla ricerca in campo psico-sociale, possiamo finalmente superare.

Se è vero, come diceva il poeta Boileau, che “spesso la paura di un male ci conduce ad uno peggiore”, allora è compito di tutti noi farci ‘osservatori delle nostre paure’, capire da cosa nascano, a cosa ci possano spingere. La consapevolezza è il primo strumento posto nelle nostre mani utile a capire come funzioni e come possa migliorare la società, il mondo in cui viviamo. Facciamone buon uso.

Lorenzo De Preto 

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in #Nigeria la polizia arresta 112 presunti gay in due retate

Per garantire una festa del sacrificio (la più importante festività islamica) “priva di ostacoli”, i Kano State Hisbah Corps, cioè la polizia religiosa dello stato di Kano, nel nord della Nigeria, hanno deciso di lanciare una caccia agli omosessuali che, purtroppo, ha dato i suoi frutti: il vicecomandante Maigida Katchako ha annunciato di aver catturato a Nassarawa 70 giovani presunti gay, per la maggior parte uomini. A rendere persino più grave la notizia è il fatto che gli arrestati sono minori e che l’accusa è semplicemente quella di essere sospettati di voler organizzare una “festa omosessuale” [The Herald Nigeria].

Gli arresti di massa di gay, o supposti tali, in Nigeria sono comuni: l’ultimo è avvenuto a fine luglio, quando la polizia dello stato di Lagos, nel sud cristiano del paese, ha arrestato almeno 42 presunti omosessuali (tra cui anche minori) in un raid in un albergo [Punch], dove si stava svolgendo un evento per promuovere i test per l’HIV tra la popolazione gay, secondo quanto riportato da un attivista contattato dalla BBC. Tutti i sospetti sarebbero in seguito stati rilasciati dietro pagamento di una cauzione, in attesa del processo.

“Bracconieri sessuali”

Come se non bastasse la persecuzione poliziesca e giudiziaria (l’accusa di omosessualità può portare a una condanna al carcere fino a 14 anni e, nel nord, teoricamente persino alla pena di morte), questa estate nel paese africano si è intensificata la campagna anti-gay sui media. Un esempio è l’articolo con cui The Sun accusa gli arrestati (definiti come “vermi” e “bracconieri sessuali”) di voler praticamente rendere omosessuali sempre nuove persone per diffondere al massimo il virus dell’immunodeficienza umana. Addirittura il cronista riporta una testimonianza, evidentemente priva di qualsiasi credibilità, secondo cui gli arrestati avrebbero ricevuto l’ordine di andare a “reclutare il maggior numero possibile di ragazzi, soprattutto quelli delle scuole secondarie”.

Nel frattempo sui social media si sono moltiplicati i video (non censurati) in cui alcuni uomini, che sarebbero stati colti in flagrante durante un rapporto omosessuale, sono filmati mentre ricevono violenze, insulti e altre umiliazioni di vario tipo, come spogliarsi nudi davanti all’obiettivo. E pensare che le autorità italiane, quando devono decidere sulla concessione dell’asilo politico, considerano la Nigeria uno “stato sicuro”.

Pier Cesare Notaro







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mercoledì 30 agosto 2017

ricordato e festeggiato Karl Einrich Ulrichs, il "nonno frocio"; pioniere del movimento di liberazione omosessuale

Pochi ma buoni, i nipoti che hanno festeggiato il 192° compleanno del "nonno frocio".

Ti racconto una storia.

Non so se conosci chi sia stato Karl Einrich Ulrichs.

Te lo dico comunque.

Fu il primo, esattamente 150 anni fa , a fare coming out.

E non in un Paese progressista, ma in quella Prussia che stava per divenire Impero Germanico e in cui si stava per approvare il paragrafo 175, quello che decretava la morte per i Gay.

Lui andò esule dopo il coming out in Italia e morì povero in canna a L'Aquila, dove è sepolto e dove da anni, prima Massimo Consoli, poi la Fondazione Consoli alla morte di Massimo, siamo andati all'ultima domenica di agosto a festeggiare il compleanno di quello che a buon diritto può essere considerato il nostro Nonno putativo.

Ieri sai in quanti eravamo? TRE!
Ma ci torneremo, caparbiamente, anche l'anno prossimo.

Come ogni anno portiamo il 13 gennaio un fiore in piazza San Pietro per ricordare Alfredo Ormando.

Ti invio qui la foto della tomba restaurata a spese di una coppia di Verona, con i rametti Rainbow che quest'anno abbiamo regalato al nonno.

Ah, io mi batto per i nostri diritti, fregandomene altamente di tutti gli attivisti che bazzicano tra noi, dal 1970...

In questa foto Alba Montori, segretaria della Fondazione Consoli, Fabrizio Federici, giornalista e grande amico di Consoli, io facevo la foto.

Grandi assenti i Gay de L'Aquila, in specie l'Arcigay Aquila intitolato a Massimo Consoli, chissà perché.


Claudio Maria Mori

#estate 2017 : un caso di #omofobia ogni tre giorni, e se non fosse solo un male?

Manca meno di un mese alla fine, ma possiamo già affermare che tra le cose per cui verrà ricordata questa estate 2017, c’è anche l’opprimente ondata di omofobia che ha colpito l’Italia al nord come al sud.
Il caso mediaticamente più eclatante accade l’ultima settimana di luglio, quando una coppia gay di Napoli si vede rispondere così dal titolare della guest house di Santa Maria (Calabria), dove ha deciso di passare l’estate: “importante e mi scuso se posso sembrare troglodita, ma non affittiamo a gay e animali. Scusi ancora”.

La coppia cancella la prenotazione, denuncia l’accaduto all’Arcigay di Napoli e la notizia si diffonde via social e giornali. Il titolare della casa vacanza non fa passi indietro, anzi, rivendica la sua scelta. La polemica e l’indignazione montano talmente tanto che il sito CaseVacanze cancella l’inserzionista e sanziona l’omofobia.

Per il resto è una carrellata senza sosta di casi simili se non più gravi. Ce n’è per tutti i gusti: coppie insultate al bar, redarguite in spiaggia per atteggiamenti “sconvenienti”, aggressioni fisiche, strutture che rivendicano il diritto di discriminare clientela omosessuale, eccetera, eccetera, eccetera. Di tutto e di più, per una media, ad oggi, di un caso di omo-transfobia denunciato quasi ogni tre giorni. Tanto che è nata una piattaforma, Tolleranza Zero, che attraverso una mappa permette di indicare luogo per luogo, cosa, e quando è accaduto (i puntatori neri rappresentano gli episodi di razzismo).

Per quanto l’omofobia non manchi mai durante tutto l’anno, l’estate è forse più “predisposta” a scatenarla. Sarà che in questo periodo le persone si spostano maggiormente, in località, posti che generalmente non frequentano, portando la loro vita e le loro relazioni tra persone “estranee” e variegate. Spiagge, alberghi o ristoranti, diventano allora luoghi popolati da “altri”, spesso poco preparati alla diversità. Da qui l’intolleranza.

Ma perchè proprio questa estate 2017 ha registrato, rispetto alle altre, un picco omofobico? Rispondere a questa domanda può dirci molto del Paese in cui viviamo, e per farlo bisogna incrociare due fattori.

Il primo: è passato più di un anno dall’approvazione delle Unioni Civili in Italia. Un anno durante il quale molte coppie si sono unite civilmente, dove molti hanno visto unirsi civilmente i propri amici. Un anno durante il quale la legge Cirinnà ha iniziato a cambiare il tessuto sociale del Paese, ma non solo. Ha cambiato anche le persone LGBTI, sempre più consapevoli dei loro diritti e pronte a denunciare quando vengono discriminate, o redarguite per un bacio, un abbraccio. Gesti che di scandaloso non hanno il luogo o la presenza dei bambini (da sempre paravento puritano di ogni atteggiamento omofobico), ma il solo fatto di accadere tra due persone dello stesso sesso.

Il secondo: dove avviene tutto questo? In Italia. E che Paese sia l’Italia rispetto alle diversità, lo spiega molto bene la relazione finale della Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio (istituita il 10 maggio 2016 e presieduta dalla Presidente della Camera). Pubblicata il 6 luglio scorso ci dà un quadro davvero impressionate di noi stessi e dei nostri concittadini. Per la lettura completa si può visionare la relazione sul sito della Camera dei deputati. I dati più rilevanti che interessano l’omofobia invece sono questi. 

Citando testualmente la relazione:
il 25% degli italiani (uno su quattro) considera l’omosessualità una malattia.
Il 20% (un italiano su 5) ritiene poco o per niente accettabile avere un collega, un superiore o un amico omosessuale.
Il 24,8% (uno su cinque) ha perplessità sul fatto che persone con orientamento omosessuale rivestano una carica politica. Questa percentuale sale al 28,1% nel caso di un medico e al 41,4% nel caso di insegnante di scuola elementare.
E ancora se non bastasse:
Il 40,3% delle persone LGBTI afferma di essere stato discriminato nel corso della vita. il 24% a scuola o università, il 29,5% nel corso di una ricerca di lavoro, il 22,1% sul lavoro.
Il 10,2% è stato discriminato nella ricerca di una casa da affittare o acquistare; il 14,3% nei rapporti col vicinato; il 10,2% nel rivolgersi a servizi socio-sanitari (da un medico, un infermiere o da altro personale sanitario) e il 12,4% in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto.
E continua:
il 23,3% della popolazione omosessuale/bi- sessuale ha subito minacce e/o aggressioni fisiche a fronte del 13,5% degli eterosessuali. Analogamente, è stato oggetto di insulti e umiliazioni il 35,5% dei primi a fronte del 25,8% dei secondi.

A livello dei social media, le persone LGBTI sono a pari merito con i migranti come oggetto d’odio nei messaggi su Twitter, secondo l’indagine Vox: rispettivamente nel 10,8% e 10,9% dei casi

Come dire, se questo è l’umore profondo del Paese verso le persone LGBTI, non sorprende che nel momento in cui smettono di nascondersi e diventano visibili, soprattutto lontano dal loro mondo quotidiano, la discriminazione sia all’ordine del giorno. Ma paradossalmente, l’impennata dei casi di omofobia di questa estate 2017 (insieme a tutti quelli che ancora verranno dopo), può essere letta anche come un segno positivo, perchè significa che sempre più cittadini LGBTI smettono di nascondersi. E non solo nella cintura protetta dei loro affetti. Non si nascondo più ovunque e con chiunque: a casa, in ufficio, al bar, in albergo e in spiaggia. D’inverno e d’estate. Pretendono rispetto, un rispetto che quando non arriva, non esitano a denunciare, sempre di più. Probabilmente, la differenza tra questa estate 2017 e le altre, sta proprio qui. La luce si è accesa, ora tutti vedono tutti, e tutti rivendicano il diritto di essere ciò che sono.

Ne consegue che proprio in questo momento storico di nuovi diritti, per l’Italia una legge contro l’omo-bi-transfobia è drammaticamente ancora più urgente di ieri: le persone LGBTI diventando più visibili anche come coppie riconosciute, sono diventate sempre di più un bersaglio per quelle sacche di intolleranza che rivendicano il diritto di continuare a vessarle, aggredirle e discriminarle. Sacche di intolleranza verso le quali, al di là dell’indignazione pubblica, social o delle associazioni, non ci sono reali strumenti efficaci di difesa.
Questi cittadini, per l’ennesima volta stanno mostrando un grande coraggio nell’esporsi e nel denunciare le discriminazioni, e l’estate 2017 è lì a dimostrarlo con i suoi numeri, ma non possono essere lasciati soli. Tutto questo non basta se anche lo Stato non dà un segnale inoppugnabile, deciso, di quale sia il limite tra opinione-diritto-discriminazione e rispetto.

Una legge efficace non farà sparire d’incanto l’omofobia, ma la renderà finalmente punibile. Obbligherà al rispetto i cittadini di oggi, ed educherà alle diversità quelli di domani.

Francesco Dell’Acqua


intervista a #FrancoGrillini

“Le cose brutte erano gli amici che morivano. La sconfitta quella di non essere riusciti a fare i centri di accoglienza per persone Lgbti cacciate di casa o povere”

Qualche sera fa il Padova Pride Village ha assegnato a Franco Grillini il premio come personaggio Lgbti dell’anno.

Grillini vanta una lunghissima militanza politica e nel movimento Lgbti italiano che lo vede impegnato in prima fila sin dai primi anni Ottanta, ricoprendo a lungo il ruolo di Presidente nazionale di Arcigay (1987-1998) – di cui oggi è presidente onorario. Ha contribuito alla creazione della Lega Italiana per Lotta all’Aids (LILA) e della Lega Italiana per la Famiglie di Fatto (Linfa) e oggi è presidente di Gaynet e direttore di Gaynews.

Sul fronte politico nel periodo tra il 2001 e il 2008 è stato deputato con i DS, distinguendosi per la battaglia sui Pacs (legge sulle coppie conviventi di ispirazione francese). Nel 2010 è stato eletto consigliere della Regione Emilia Romagna con l’IDV. Nell’ultimo anno e mezzo ha dovuto affrontare una grave malattia, dalla quale è in fase di recupero,che lo ha costretto a una posizione più ritirata.

Cogliendo l’occasione del premio ricevuto lo abbiamo sentito per ripercorrere con lui alcuni passaggi di oltre trent’anni di attivismo e impegno, di successi e battute di arresto e guardare assieme al presente e alle prossime sfide.

Il riconoscimento del Padova Pride Village giunge dopo più di un anno di grande sofferenza a causa della malattia che stai affrontando. Malattia che ti ha tenuto insolitamente distante da molte iniziative ma che sicuramente ti ha consentito di osservare i fatti importanti di questo periodo da una posizione defilata per te inedita, ma di osservatore attento e privilegiato anche dallo sguardo esperto della lunga militanza.

Il Cambiamento radicale, anche dell’aspetto fisico mi ha ridato un po’ di anonimato che non mi è dispiaciuto. Ho avuto tutto il tempo di riflettere. Per me il vero anno orribile, in cui non sono potuto andare da nessuna parte è stato il 2016. Nel 2017 ho ricominciato a muovermi e ho partecipato anche a diversi eventi. Questo 2017 è stata una specie di resurrezione.

Ad ogni modo devo dire, mi piace questo aspetto un po’ più defilato e anonimo, perché mi piace parlare di storia, del percorso che abbiamo fatto e mi piace ricordare il passato e anche dare il giusto merito a chi non c’è più. Ma mi piace anche dire quel che penso senza peli sulla lingua, in modo diretto. È più facile farlo quando non hai responsabilità organizzative e di mediazione politica.

In occasione della premiazione hai voluto dedicare il riconoscimento a quanti hanno iniziato con te la lotta negli anni Ottanta. Sono stati anni molto duri in cui la visibilità non era affatto scontata. In cui bisognava costruire molto da zero. Sono stati, soprattutto, gli anni dell’AIDS che si è portata via molti di quei pionieri e di quegli attivisti

Gli anni Ottanta sono stati gli anni tragici dell’Aids, fino al 95-96, quando finalmente fu disponibile la triterapia. Una diagnosi significava avere pochi mesi di vita. Sono stati anni durissimi perché noi abbiamo costruito l’associazione dovendo affrontare quest’emergenza. C’era gente che moriva quotidianamente. Andavo a un funerale quasi ogni giorno. Non so neanche come ho e come abbiamo resistito a tanto dolore.

Ma abbiamo anche retto uno scontro molto duro e risposto a chi associava la malattia allo stigma dell’omosessualità. C’era la pastorale di Ratzinger che diceva che lo stile di vita omosessuale con l’AIDS metteva a rischio la vita di molte persone. Quindi la Chiesa – e non solo – usò l’AIDS contro il movimento gay. Personaggi come il Cardinale Siri di Genova che diceva che l’AIDS era un “castigo di Dio”. E io replicavo che “siccome le lesbiche non erano colpite quindi erano le preferite dal Signore”. Una battuta, ovviamente, per spezzare un po’ il clima tragico nelle migliaia di conferenze che facemmo da Nord a Sud. A volte fino a 3 al giorno, la mattina in una scuola, il pomeriggio da qualche altra parte, la sera in una sala di Circolo. E in quegli anni spesso non c’era né amplificazione né riscaldamento. infatti finii operato alle corde vocali. Un periodo di militanza intensissima.

Purtroppo molti amici e compagni di lotta di quegli anni sono morti, alcuni erano già grandi allora, ma molti sono morti proprio di Aids. Come il mio grande amico Antonio Frainer, che è stato presidente del Cassero ed è morto negli anni ’90. O La Pruxy, il nome di “battaglia” di Valerio, un’altra colonna del Cassero, e tanti altri in giro per l’Italia. L’Aids ci ha portato via una fetta importante di militanza. Poi ci sono alcuni presidenti di circoli che ci hanno lasciato come Beppe Tasca di Venezia e Pino Arnò di Bergamo.

Un periodo di militanza molto intenso che, hai detto dal palco del Padova Village, ha contribuito a cambiare il volto del nostro Paese

Un periodo anche magico in cui eravamo pionieri e andavamo in giro per l’Italia e insieme alla tragedia c’era anche l’esaltazione di fare una cosa nuova e avviare quel cambiamento che poi c’è stato.

Sono stati dei decenni che hanno cambiato il volto del Paese. Bisogna dirlo ai giovani oggi che fanno fatica a capire la grande conquista del benessere personale che oggi è garantito, secondo me, alla maggioranza delle persone Lgbti in Italia. Nonostante ovviamene ci siano ancora tanti problemi da affrontare.

Una grande conquista, quella del benessere, che non esisteva quando le persone erano costrette a fare la doppia vita, molti costretti dalla pressione sociale a sposarsi e magari avere dei figli. Per cui oggi abbiamo molti gay anziani con figli e nipoti che non l’hanno mai detto in famiglia.

Oggi per fortuna non è più così e per la maggior parte dei giovani Lgbti è più facile parlare coi genitori magari a 14 o 15 anni e immaginarsi una vita senza finzioni o imposizioni. Una grande vittoria culturale e sociale.

Poi alla fine siamo riusciti a passare anche sui diritti delle coppie seppur con delle limitazioni.

Ma è importante far capire alle nuove generazioni che c’è qualcuno che si è fatto il mazzo per ottenere tutto questo. Alcuni come dicevamo non sono più con noi, molti non fanno più militanza attiva o sono attivi solo sui territori.

Ma è grazie a tante e tanti sui territori, all’essere riuscirti a far nascere e mantenere attiva una presenza Lgbti nelle città con tanti circoli locali che abbiamo costruito quel cambiamento. Fare un circolo voleva dire interloquire con le amministrazioni locali, chiedere e magari ottenere una sede, aprire un consultorio, essere un punto di riferimento e creare visibilità.

Qualche risultato mancato in quegli anni?

Il punto debole, l’obiettivo mancato che non siamo riusciti a mettere in campo, ed è il mio cruccio, è la parte socio assistenziale. Fare dei centri di accoglienza per giovani Lgbti cacciati di casa o poveri. Sarebbe stato importante ma nessuno è stato disposto a finanziarci. Già darci una sede era un grande risultato, ottenuto a prezzo di scontri e con feroci opposizioni della destra e dei cattolici. Mentre sul fronte del found raising l’associazionismo non ha mai prodotto un gran ché. Ho visto molti omosessuali morire e lasciare tutto alla Chiesa Cattolica. Con queste premesse è stato pressoché impossibile organizzare vere e proprie strutture si assistenza o di accoglienza, che hanno dei costi di gestione enormi.

A quegli anni sono certamente legati molti ricordi. Se dovessi citarne due. Uno bello, una vittoria. E uno brutto o una sconfitta bruciante?

I ricordi belli sono tantissimi. Quando fai il pioniere tutto è una scoperta, tutto è una novità, tutto è fatto per la prima volta. Come quando si arrivava nei paesini in cui c’era tutto il paese riunito in assemblea ad aspettarci. O Come quando scoprimmo gli archivi dei confinati omosessuali durante il fascismo. Perché c’erano i film come Una giornata particolare e Gli occhiali d’oro, sapevamo delle persecuzioni, ma non sia avevano le prove. Poi grazie ai rapporti con gruppi di ex partigiani siamo riusciti a scoprire questi archivi e a finanziare una ricerca che confluì in un articolo di Giovanni Dall’Orto uscito su Babilonia. Una scoperta che ha dato l’avvio in Italia a tutte le ricerche successive sulle persecuzioni degli omosessuali da parte del fascismo.

Un altro bellissimo ricordo è il campeggio di Rocca Imperiale (Cosenza) nel 1985. Il primo “Arcigay camp”. Fu molto avventuroso. La polizia dovette proteggerci, perché con l’Aids c’era l’accusa di essere degli untori, e l’intera stampa nazionale ci seguì per tutto il tempo. Non c’erano mica i cellulari allora. Avevamo un solo telefono a rondella, di quelli in cui infilavi il dito nella ghiera da ruotare per comporre il numero. Il campeggio era tremendo, ma l’acqua blu cobalto meravigliosa. Non me la sono più dimenticata.

Il Paese era in subbuglio, facevamo assemblee oceaniche e ci venne n soccorso un personaggio straordinario. Giovanni Rossi Battista, allora direttore del centro di ricerca virologica dell’Istituto Superiore di Sanità (morto poi di leucemia probabilmente per le radiazioni di laboratorio). Ci salvò, venne e spiegò a tutto il paese riunito in assemblea che l’Aids non si prende con un bacio o una stretta di mano. È stato lui a organizzare nel 1991 il Congresso mondiale Aids a Firenze, con la presenza di oltre 80.000 partecipanti. Un evento che secondo me ha rappresentato il primo vero grande pride in Italia.

Le cose brutte erano gli amici che morivano. La sconfitta quello di non essere riusciti a fare i centri di accoglienza.

Abbiamo parlato delle importanti conquiste ottenute sul piano culturale e sociale. Ma passando al piano politico perché in Italia abbiamo dovuto aspettare così tanto per avere una legge che riconoscesse le coppie omosessuali?

Ci sono due risposte. Una tecnica e una politica. Sul piano tecnico, banalmente non c’era la maggioranza parlamentare. Il Parlamento era dominato da parlamentari di impostazione cattolica. E questo non valeva solo per la destra, che è la peggiore d’Europa. Anche nel centrosinistra ci stava un blocco consistente di parlamentari cattolici che impediva l’approvazione di qualsiasi legge in merito. Purtroppo non era nelle nostre disponibilità far vincere le elezioni a una maggioranza di parlamentari laici. Altrimenti lo avremmo fatto. Dobbiamo ammettere che elettoralmente il peso del movimento Lgbti è stato sempre scarso.

La ragione politica, di cultura politica se vogliamo, è che l’Italia politicamente parlando è un Paese clerico-fascista o catto-comunista. L’impostazione clericale attraversa l’arco parlamentare, anche di esponenti che vengono dalla storia del PCI. Ricordo che persone come Chiti, Bersani o lo stesso Napolitano hanno contribuito ad affossare la stepchild adoption al Senato. Questo catto-comunismo ha rappresentato il vero blocco nell’avanzamento dei diritti civili. Una cultura laica e libertaria è sempre stata minoritaria.

Per questo a chi mi diceva che il movimento Lgbti doveva allearsi con chi si occupa di altre tematiche io ho sempre risposto che sì l’alleanza bisogna farla con chi si batte per la laicità dello Stato.

Anche in passato, all’interno della stessa sinistra istituzionale ci sono stati vari problemi. C’era un’omofobia storica a sinistra. Con le prime eccezione in alcuni gruppi della sinistra rivoluzionaria, che veniva definita anche extraparlamentare. C’erano la Pagina Frocia di Lotta Continua, i CLS (Collettivi di liberazione Sessuale) di Avanguardia Operaia e i gruppi gay del PDUP. In questi gruppi hanno militato personalità importanti del movimento come Giovanni Forti o Bruno di Donato, che dopo essere stato tra i fondatori del Circolo Mario Mieli si è trasferito a Torino dove è morto di Aids.

Negli stessi anni l’attuale Presidente del Consiglio Gentiloni militava nel PDUP ed era direttore di Pace e Guerra. Nella loro sede facevamo le nostre riunioni nazionali del movimento. Chissà se si ricorda.

La vera interlocuzione con la sinistra istituzionale inizia col pubblicazione di alcune lettere su Rinascita e La Città futura, organo della FGCI, diretta da Ferdinando Adornato. Due ragazzi di Ravenna che stanno ancora insieme si firmarono “Eurialo e Niso”.

Gli anni Ottanta sono stati anche gli anni dei rapporti coi partiti. Facevamo incontri con la segreteria nazionale del PCI, col PSI, coi Repubblicani. Presi la parola al congresso del PLI a Genova nel 1986.

Con la DC invece non avevamo nessun rapporto. Anche se era il partito con il maggior numero di dirigenti gay. Ovviamente non dichiarati.



Se guardiamo al presente. Dal tuo punto di vista di chi ha visto il movimento in un arco di tempo così lungo attraverso le sue evoluzioni e tanti importanti passaggi storici. Come giudichi l’attuale realtà? Cosa pensi dello scontro che ha visto Arcilesbica contrapporsi a molte altre associazioni?

Il Movimento di oggi ha il grande pregio. Quello di essere riuscito a fare il Pride in 24 città, mobilitando mezzo milione di persone. Cosa che non riesce a fare nessun altro nella politica italiana e dovrebbe essere valorizzato molto di più sul piano politico. Soprattutto per la presenza straordinaria di giovani, che su altri temi è del tutto assente e che partiti e sindacati si scordano. Una potenzialità politica enorme, e una buona incisività.

La manifestazione più incisiva che abbiamo fatto negli ultimi due anni è stata quella delle 100 città nel 2016 che ha sterilizzato il Family day e ha dimostrato che la maggioranza dell’opinione pubblica italiana stava dalla nostra parte e non di quattro pagliacci integralisti.

Il grosso limite e l’assenza di un ragionamento strategico sulle prospettive. Dopo le unioni civili che si fa? Ci vuole uno sforzo di riflessione anche teorica – terreno in cui siamo stati sempre deboli – per andare oltre pride e delle varie date, come il 17 maggio e il 1° dicembre che ci impegnano.

Il punto debole è non essere ancora riusciti a individuare una strategia che ci consenta di completare l’iter legislativo su matrimonio e legge contro l’omofobia e intervenire sulle malattie a trasmissione sessuale che hanno un andamento epidemico come l’epatite a e le la sifilide, su cui occorre un rinnovato impegno di informazione.

Sulla Gpa sono rimasto un po’ sorpreso. Per me è arrivato come un fulmine a ciel sereno perché a causa della malattie non aveva seguito tutto il dibattito. Scoppia questo casino che mi ha infastidito. Anche perché non ritengo questo un argomento strategico. Ogni tanto il movimento si impegola su questioni non strategiche che lasciano il tempo che trovano. Poi mi ha sorpreso la posizione di molte amiche di Arcilesbica. Non tanto per la posizione, perché si può essere pro o contro, quanto per la veemenza, l’intensità di queste posizioni, con volantinaggi ai Pride e richieste di espulsioni dal movimento.

Ho trovato tutto sopra le righe soprattutto se si considerano le dimensioni quantitative.

Ma qual è tua posizione su questo tema?

La mia è una posizione semplicissima, che vale anche per la PrEP. Una persona adulta col proprio corpo deve poter fare quello che vuole. Sono anche un antiproibizionista. Quello di intervenire nella vita privata e intima della gestione del corpo e della sessualità di altri lo trovo molto sgradevole.

Soprattutto sono contrario al “dover essere” in politica. Da estremista libertario quale sono “uno è quello che gli pare”. Tutto il ragionamento sulla democrazia, la libertà personale ruota intorno a questo: “Esiste l’autonomia dell’individuo adulto?” Se c’è che diritto hai tu dire cosa devo fare?

Per quel che mi riguarda sento l’assoluta necessità dell’autonomia individuale e del rispetto che bisogna avere delle scelte individuali e nessuno ha il diritto di dire cosa devi fare e non devi fare all’interno dei limiti della convivenza civile.

Il “dover essere” ha caratterizzato anche la sinistra che ti dice che per essere felice devi fare questo o quest’altro. Su questo punto ho sempre avuto un elemento di dissenso per esempio con Mario Mieli, che diceva che per essere felici bisognava scopare con chiunque, uomini o donne e mangiare merda. E allora io dicevo mi spiace ma non è la mia idea di felicità. Scopo con chi mi pare, non mangio merda e non ho bisogno che qualcuno che me lo venga a insegnare. Il mio riferimento teorico era invece il libro di Robert Altman “Omosessualità e liberazione”.

Poi certo Mieli era una persona intelligente, scriveva bene e, per i politicanti come me, si leggeva anche bene. Però dissenso teorico totale.

Con Mieli il dissenso politico/teorico più profondo e significativo mi sembra proprio quello relativo al riconoscimento delle coppie e del matrimonio omosessuale che lui in Elementi criticava e attaccava apertamente come obiettivo di normalizzazione e integrazione nel sistema di valori familiari e borghesi che andavano invece abbattuti con la rivoluzione. Anche grazie alla potenza eversiva della liberazione sessuale e omosessuale. Un dissidio che ha attraversato il movimento e che, in parte esiste anche oggi.

Una delle accuse che mi è sempre stata rivolta in questi 30 anni è di essere un moderato. Di essere un normalizzatore. Che era anche la critica che ci veniva da una certa sinistra. E che ancora qualcuno ogni tanto risveglia, da ultimo Massimo Fini che scrive “ormai gli omosessuali si sono integrati, era molto meglio quando erano trasgressivi e rivoluzionari”. Per un certo mondo progressista noi dovevamo fare i trasgressivi di mestiere. Ma qui scatta di nuovo il “dover essere”.

Chi perseguiva come me il benessere di alcuni milioni di omosessuali era un moderato. Per me la politica significa garantire, per quanto riguarda la collettività Lgbti, il benessere di alcuni milioni di persone. Questo è il vero obiettivo rivoluzionario che consente di cambiare in meglio le esistenze. Per me è molto più trasgressivo un matrimonio gay. In quegli anni a parlare di queste cose i tuoi interlocutori imbracciavano i fucili.

La questione delle coppie omosessuali abbiamo dovuto farla passare faticosamente anche all’interno dello stesso movimento. Nel 1985 su questo tema sono stato messo in minoranza al congresso fondativo di Arcigay nazionale, perché la maggior parte non voleva il riconoscimento delle convivenze. Ci furono giorni di discussioni e litigi furiosi. Poi la mediazione fu di inserirlo ma come quinto e ultimo punto.

Oggi mi sono ritrovato gente che era anti-tutto che ora è a favore di tutto. Ma un po’ di autocritica? Queste posizioni ci hanno fatto perdere anni preziosi. Se in Italia abbiamo avuto queste leggi in ritardo non è stato solo a causa della politica ma dello stesso movimento. Persone che dicevano che queste erano cose che non servivano, che non si poneva il problema delle conquiste legislative, che era la normalizzazione. E io che dicevo: “vedremo storicamente chi avrà ragione”. Ho avuto ragione.

Sono contento di essere riuscito a recuperare e a ristampare il manifesto, con due persone abbracciate riprese dall’alto, che abbiamo fatto per la presa del Cassero del 28 giugno 1982. Allora per farlo ne discutemmo fino alle 5 del mattino perché molti non volevano quello che allora si chiamava il “sentimentalismo borghese”. Mentre io alla prima riunione a cui partecipai che la vera rivoluzione stava nei sentimenti. Questo principio è stato sancito dalla sentenza della Corte Europea che ha condannato l’Italia proprio sul tema del riconoscimento delle coppie omosessuali.


Andrea Maccarrone

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