PUBBLICITA'- RISTORANTE IL FEUDO

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giovedì 1 giugno 2017

Gajamente Critical Forum Glbtq è in vacanza


… ci becchiamo a settembre; buone vacanze !

Vi ricordiamo però i prossimi appuntamenti “estivi”.

Fino ad agosto #gaypride in tutta Italia; scopri le date e dove su www.prideonline.it/italy-pride-2017.

Il prossimo undici luglio ricorderemo Paolo Seganti.

Nella notte tra l´undici e il dodici luglio 2005, all´interno del Parco delle Valli (Montesacro), Paolo Seganti veniva torturato e ucciso perché gay. Aveva 35 anni, operava per gli altri e il suo assassino non è mai stato consegnato alla giustizia.

L´omicidio scosse profondamente la comunità lesbica, gay e trans romana e italiana che reagì contro la violenza omofoba con una fiaccolata in Campidoglio alla presenza delle Istituzioni cittadine.

A undici anni di distanza dalla sua morte vogliamo ricordare ancora Paolo, perché quello che è successo a lui non avvenga mai più e per ricordare, con lui, tutti gli uomini e tutte le donne omosessuali e transessuali vittime dell´omofobia e della transfobia, tutte le persone che subiscono violenze.

Ad agosto due gli appuntamenti commemorativi per la “comunità varia” tutta.

Il 15 agosto, i compagni e le compagne di Gajamente Crtical Forum Glbtq si recheranno al Cimitero 'Flaminio' di Prima Porta a rendere omaggio ad Anselmo Cadelli.

Anselmo Cadelli; sardo, 50 anni, una vita avventurosa dietro le spalle. Anselmo Cadelli appartiene alla seconda generazione del movimento gay italiano. Tra le tante cose che ha fatto, c'è da ricordare che fu lui, il 12 luglio del 1978, a dirigere l'occupazione della palazzina in via Campo Boario n. 22, quella che diventò l'ormai mitica (e la prima) "Gay House" e dalla quale l' "Ompo's" [ la più antica associazione culturale gay ] venne scacciato perché i lavori di ristrutturazione dell'ex mattatoio sarebbero dovuti cominciare da lì a pochi giorni. Molteplici le sue iniziative insieme al suo amico sodale Massimo Consoli. autore e regista del film-documentario sul lager di Sachsenhausen.

Se volete ricordare Anselmo assieme a noi, se non avete nulla di meglio da fare, l'appuntamento è alla sua lapide al Cimitero 'Flaminio' di Prima Porta in tarda mattinata, intorno alle ore 11.00 .
[riquadro n.113 bis, fila n.53, fossa n.3]

Anni fa, Alba Montori (Associazione “Fondazione Luciano Massimo Consoli”) si occupò personalmente del recupero e del restauro della lapide.

Invece, il 27 agosto prossimo ricorderemo il “nonno frocio”; Karl Heinrich Ulrichs.

Ulrichs nato il 28 agosto 1825, eroe della lotta di emancipazione e liberazione omosessuale, che consideriamo il "Nonno Gay" del movimento di liberazione omosessuale mondiale.


L'appuntamento è per tutti alle ore 12.00 davanti all'ingresso principale del Cimitero Monumentale de L'Aquila [piazza Olivetani], dove visiteremo la sua tomba.

maggiori informazioni su 
saichetuononnoeragay.blogspot.it, sites.google.com/site/saichetuononnoeragay, facebook.com/saichetuononnoeragay.

"Fino al momento della mia morte guarderò con orgoglio indietro a quel giorno, 29 agosto del 1867, quando trovai il coraggio di lottare faccia a faccia contro lo spettro di un'antica idra irata che da tempo immemorabile stava iniettando veleno dentro di me e dentro gli uomini della mia stessa natura. Parecchi sono stati spinti al suicidio perché tutta la loro gioia di vivere era sciupata. Infatti, sono orgoglioso di aver trovato il coraggio di assestare a questa idra il colpo iniziale del pubblico disprezzo".

Attraverso letture ed interventi ricorderemo il suo incredibile coming-out, in occasione del suo 42° compleanno, probabilmente il più drammatico e coraggioso della storia GLBTQ, oltre che il primo di cui abbiamo notizia, che gli è costato persecuzioni, esilio, povertà.

Lo ricorderemo per rinnovare il nostro impegno a lottare concordemente assieme per far sì che l'omofobia, "antica idra irata" scompaia al più presto e definitivamente dal costume sociale.










un'onda di #orgoglio in tutta #Italia


La stagione del Pride è ormai alle porte e quest’anno Pride Online propone il primo speciale Italy Pride 2017, con informazioni e approfondimenti sulle parate e gli eventi che si susseguiranno tra maggio e luglio.

In oltre 20 città si scenderà in piazza per ricordare e attualizzare come sempre quella notte allo Stonewall Inn nel 1969, quando ebbe inizio la riscossa delle persone Lgbti.

Oggi come allora, il Pride rappresenta valori di libertà, liberazione e uguaglianza condivisi da una cittadinanza sempre più ampia e allargata,  divenendo un momento in cui intere comunità celebrano il valore e la ricchezza delle differenze.


Anche in Italia, come in molti altri Paesi d’Europa e del mondo, ogni persona, famiglia e realtà sociale avrà più di un motivo per essere in piazza sotto il simbolo dell’arcobaleno.


#RomaPride; il comune di #Roma e @RegioneLazio ‏sostengono la manifestazione

Annunciamo con orgoglio che anche quest’anno Roma Capitale e Regione Lazio sostengono il Roma Pride, mostrandosi ancora una volta vicini alle istanze della comunità LGBTQI romana, un derby che vede un solo vincitore: i diritti.

Nella giornata di ieri, nel solco delle precedenti esperienze, è arrivato non solo il patrocinio del Comune di Roma a firma della sindaca Raggi, ma anche la disponibilità della Regione Lazio, che ha rinnovato l’impegno nei confronti della manifestazione sostenendo concretamente la realizzazione del più grande evento culturale e politico LGBTQI del nostro Paese.

             
“Siamo orgogliose e orgogliosi, il sostegno e la vicinanza delle Istituzioni sono necessarie e gradite – dichiara Sebastiano Secci, Portavoce del Roma Pride 2017 – perché dimostrano che il messaggio del Pride è un orizzonte politico alto e condivisibile per tutta la comunità cittadina e per l’intera regione Lazio. A questo sostegno ci auguriamo possa seguire la presenza della Sindaca Raggi e del Presidente Zingaretti in parata, come testimonianza tangibile della vicinanza delle Istituzioni ai cittadini; a loro e a tutte le persone che credono in una società più giusta rinnoviamo l’invito a scendere in piazza al nostro fianco sabato 10 giugno con i loro #corpisenzaconfini”.


#RomaPride; i #vigilidelfuoco aderiscono al documento politico

Il Coordinamento Roma Pride annuncia con orgoglio che l’USB VVF – Unione Sindacale di Base dei Vigili del Fuoco aderisce al documento politico del Roma Pride 2017 e parteciperà con una delegazione alla grande parata di sabato 10 giugno.

Da sempre in prima linea per i diritti della persona, USB intende rinnovare con la sua partecipazione l’impegno nella promozione dei diritti dei soggetti del lavoro e del non lavoro. USB è un sindacato aperto alle nuove istanze sociali, “contaminato” dalle esperienze provenienti da altre realtà di lotta: per la casa, per l’ambiente, per i beni comuni, per l’eguaglianza dei diritti e la tutela degli immigrati.
“Stiamo assistendo a un momento di indebolimento dello stato sociale e di relativa perdita dei diritti legati alla persona, USB VVF è in prima linea per e nella difesa dei diritti di una categoria, quella dei vigili del fuoco, che più di tutte accusa la mancanza di diritti fondamentali: quello alla salute - poiché non abbiamo accesso all’INAIL - l’insicurezza nei luoghi di lavoro e la mancanza di contratto sono le espressioni estreme del nostro malessere. USB sta affrontando in tutta Italia forme di lotta attraverso stati di agitazione, scioperi, manifestazioni, flash mob, perché solo così, attraverso la piazza, si può riconquistare il diritto al e del lavoro. Ma è impossibile pensare di conquistare il diritto al lavoro senza affiancare chi lotta per i diritti essenziali della propria esistenza. Noi di USB crediamo che chi lotta per la libertà e i diritti non deve arrendersi fino a quando non avrà conquistato il proprio futuro nel rispetto dei valori costituzionali della nostra Repubblica.”


“E’ motivo di soddisfazione e di orgoglio – afferma Sebastiano Secci, Portavoce del Roma Pride – avere il supporto di una componente così importante del Corpo dei Vigili del Fuoco, perché dimostra quanto i valori del Pride superino i confini della comunità lgbtqi, per diventare di tutte e tutti.”






#RomaPride; arriva il treno di @muccassassina ‏

Diamo il Via alla Settimana dell'Orgoglio.

Muccassassina KERMESSE
OPENING Roma Pride PARTY - Ex Dogana

Venerdì 2 giugno il treno di Muccassassina approda per la prima volta sui binari dell’Ex Dogana con il suo carico di musica, colore, divertimento, parrucche, tacchi.

Verrà allestita la prima mostra vivente di drag queens che con i loro vestiti scultura faranno da cornice ai percorsi della Ex Dogana.
Nel Deposito Centrale
Guest: Dj Gonzalo (from Heaven, Beyond e Orange London).
Warm up Mucca: Luigi Rosi

Nel Molo Nuovo saranno scaricate le drag queens e i mucca dancers accompagnati dal pop sound di Sandro Venditti e Roberta Orzalesi.



#RomaPride; la grande parata

La parata per le vie della città si svolgerà sabato 10 giugno: partirà da Piazza della Repubblica e si snoderà lungo il centro di Roma. Concentramento alle ore 15.00.


Al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è stata demandata l’organizzazione della parata. È stato autorizzato il seguente percorso:
Piazza della Repubblica
Piazza dei Cinquecento
Via Cavour
Piazza dell’Esquilino
Via Liberiana
Piazza Santa Maria Maggiore
Via Merulana
Via Labicana
Piazza del Colosseo
Largo Corrado Ricci
Piazza della Madonna di Loreto


COME ARRIVARE: puoi raggiungere Piazza della Repubblica attraverso la Linea A o attraverso fermata Termini della Linea B della metropolitana.


#RomaPride; la Gay Croisette

Dal 3 all' 11 giugno, tutti i giorni dalle ore 18.00 - INGRESSO GRATUITO.

Spettacolo/arte/musica/cultura/intrattenimento/dibattiti/aperitivi; La Gay Croisette @ Gay Street, Via di San Giovanni in Laterano.

#RomaPride; il documento politico

 Scopriamoci.

Il Roma Pride da oltre vent’anni colora le strade della Capitale dando vita alla più grande manifestazione del nostro Paese di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, queer e intersessuali (LGBTQI) che si uniranno a tutte e tutti quelli che aspirano a costruire un mondo più giusto.

Così faremo anche quest’anno, il 10 giugno, determinate a mettere al centro i nostri valori, i nostri corpi, i nostri amori e la nostra libertà, in una parola: il nostro orgoglio.

Il nostro cammino parte da lontano, da Stonewall nel 1969, quando l’orgoglio ha spinto la comunità LGBTQI newyorkese a sollevarsi, a resistere contro i continui soprusi e le violenze di chi voleva imporre con la forza un modello e costringere alla clandestinità chi in esso non voleva riconoscersi.

Oggi come allora siamo chiamati a opporci contro le forze reazionarie che vorrebbero soffocare la diversità, siamo chiamate a scendere in piazza liberi e armate del nostro orgoglio, con i nostri colori e i nostri corpi, con la nostra gioia e la nostra rabbia, incuranti di coloro che ci vorrebbero omologati e rivendicando la libertà di essere pienamente noi stessi.


Il Roma Pride, consapevole del suo ruolo e della responsabilità di essere il Pride della Capitale, città carica di storia e di significati culturali e religiosi, è e resterà sempre luogo di libertà e di autodeterminazione, lo sarà per chi si è già liberata ma, soprattutto, per chi desidera farlo ma non ne ha ancora la forza.
Il nostro orgoglio sarà la loro forza.

 “Scopriamoci” è l’invito che facciamo a tutte le persone che riconoscono nel Roma Pride una grande manifestazione di liberazione e di lotta: scopritevi, come individui che portano in piazza orgoglio e desideri, e scopriamoci come comunità multiforme, capaci di superare i nostri stessi confini e di aprirci alle altre lotte a noi vicine. Come ogni anno dal 1994, attraverseremo le strade di Roma mettendoci allo scoperto per quello che siamo. In un periodo in cui le ombre della sessuofobia e del moralismo tornano ad allungarsi, la parata dell’orgoglio LGBTQI sarà l’occasione per offrire la migliore immagine che abbiamo di noi: i nostri corpi. Nella loro molteplicità e diversità, i nostri corpi superano i confini imposti dal binarismo di genere, da modelli e ruoli stereotipati di femminilità e di mascolinità, dalle identità nazionali, dal perbenismo, dalle norme e dalle classi sociali.

Il Roma Pride, con lo spirito dei moti di Stonewall, si batte contro ogni forma di sopruso, autoritarismo e totalitarismo, facendo propri i principi dell’antifascismo, dell’antisessismo e dell’antirazzismo.

 L’anno che ci lasciamo alle spalle è stato carico di eventi preoccupanti. Le forze politiche che promuovono una “società della chiusura” avanzano in tutto l’Occidente, a partire dagli Stati Uniti dove la nuova presidenza Trump sta mettendo in discussione le conquiste di civiltà degli ultimi anni.

Bandire le persone perché di cultura o religione diversa, definanziare le ONG che si occupano di genitorialità responsabile e di aborto, rendere legittimo discriminare sulla base delle proprie convinzioni etiche e religiose sono tutti pericolosi passi indietro per le nostre democrazie.

I passi indietro che oggi vediamo negli USA minacciano di arrivare pure in Europa dove si fa sempre più preoccupante l’avanzata dei nazionalismi che vorrebbero muri e confini, dentro e fuori i propri Paesi per escludere e per recludere tutto ciò che è ritenuto “diverso”.
Nel frenare questa avanzata la classe politica e dirigente europea si sta rivelando timida e spesso inadeguata, principalmente preoccupata al contenimento del numero di migranti e di richiedenti asilo in fuga dall’orrore. I penosi tentativi di scaricare le responsabilità tra Paesi e istituzioni hanno lasciato ampio spazio all’indifferenza e peggio ancora alla propaganda razzista.

Così, mentre in Cecenia torna l’orrore dei campi di concentramento per le persone omosessuali, nella comunità internazionale pochissime voci istituzionali si sollevano per fermare questa barbarie. In tutto il mondo si moltiplicano però gli episodi di “resistenza” a questa involuzione.

Una rinnovata coscienza civile sembra poter incarnare il desiderio di difesa delle nostre società come comunità aperte alla diversità. In queste resistenze il movimento LGBTQI assume ovunque un ruolo centrale; pionieri della difesa di chi non ha voce, tocca a noi continuare la battaglia di liberazione di tutti quelli che sono ancora prigionieri.

Per questo il Roma Pride ha deciso di mettere al centro le persone, i corpi, le individualità che vanno difese andando oltre tutti i confini, siano essi fisici, psicologici o geografici. Sosteniamo la lotta di migranti, rifugiate e rifugiati e chiediamo, tra l’altro, servizi di assistenza e di mediazione per quei soggetti che rischiano l’esclusione dalla loro comunità di origine in caso si dichiarassero omosessuali.

L’involuzione nella politica dell’Occidente mette oggi in discussione le conquiste ottenute nel corso dei secoli con il sudore, il sangue e talvolta pure la vita di tanti fratelli e sorelle. Tra queste torna a essere messa continuamente in discussione la laicità, presidio fondamentale di tutela di ogni individuo e chiave di volta di qualsiasi società veramente democratica, pluralista e inclusiva.

Il Roma Pride continuerà a essere presidio della laicità delle istituzioni e nella società, difesa della libertà di tutti gli individui e fermo oppositore di ogni forma di ingerenza da parte delle religioni nelle leggi e nelle politiche dello Stato.

È preoccupante, tuttavia, questa involuzione perché mette in pericolo i progressi fatti, pone le basi per nuovi dolorosi passi indietro e pretende di sbarrare la strada a nuove conquiste.

È quanto sta accadendo con i frutti di anni di lotta del movimento femminista, oggi messi nuovamente in discussione da una indegna alleanza tra le forze reazionarie e alcuni esponenti del mondo politico-culturale che rivendicano per sé anni di impegno sul fronte dell’emancipazione delle donne.

 È quanto accaduto, in particolare, con le polemiche riguardanti la gestazione per altri, alimentate da persone che se in passato hanno combattuto in difesa della libertà di autodeterminazione delle donne, al contrario oggi pretendono di limitarla, finendo con il tendere pericolosamente la mano a quello stesso patriarcato per anni avversato.

A questo processo involutivo politico si aggiunge il drammatico ricorrere nella cronaca del nostro Paese di episodi di violenza inaudita, talvolta mortale, nei confronti delle donne. Violenza che in maniera vergognosa qualcuno cerca di ignorare, minimizzare, di non riconoscere.

Ciascuna donna ha la libertà di decidere per sé. Il Roma Pride si batte per l’autodeterminazione delle donne e perché la società acquisisca, a partire dalla cultura di un linguaggio pienamente consapevole, gli strumenti necessari per liberarsi dai confini imposti dalle prigioni fisiche o culturali del patriarcato e dei suoi inaspettati alleati.

L’autodeterminazione delle donne, così come di tutti gli individui, conosce un solo limite: la libera scelta del soggetto coinvolto.

Il Roma Pride afferma la necessità di rimuovere ogni confine e ostacolo che impedisca la piena autodeterminazione di ogni persona in armonia con la propria identità. Per questa ragione chiediamo interventi normativi che assicurino una gestione clinica etica dei casi di intersessualità, evitando l’imposizione di interventi chirurgici arbitrari e mutilanti nella prima infanzia e tutelando in questo modo il diritto di autodeterminazione dell’individuo nell’età adulta, l’integrità fisica, la dignità dei corpi e delle identità non conformi.

Allo stesso modo chiediamo una corretta informazione sulla realtà transgender, lottiamo contro lo stigma sociale che ancora oggi permea la vita di tante persone trans, rivendichiamo politiche lavorative e di inclusione sociale sensibili.

Le Corti hanno infatti posto fine alla violenza del trattamento chirurgico obbligatorio nei procedimenti di rettificazione del sesso anagrafico, non ritenendolo più necessario ma solo funzionale al conseguimento del pieno benessere psico-fisico. Resta tuttavia necessario e urgente un intervento legislativo che riordini e adegui la normativa vigente alle recenti conquiste giurisprudenziali.

Vogliamo essere libere e liberi di scegliere e di esprimere le nostre identità, con i nostri corpi e la nostra fisicità, attraverso percorsi di autodeterminazione che ci conducano a realizzare i nostri progetti di vita e di amore. La nostra lotta proseguirà affinché ciascuna di noi non otterrà il riconoscimento e la tutela che merita sia nella sua individualità, sia nelle forme di affettività e relazione che desidera, anche fuori dai modelli e gli schemi considerati tradizionali.

Lo scorso anno, al grido di “Chi non si accontenta lotta”, il Roma Pride è sceso in piazza per rivendicare con orgoglio l’inarrestabilità della propria lotta, il non volersi e potersi accontentare di una legge che, sebbene abbia risolto importantissime esigenze pratiche della vita di molte coppie omosessuali, ha riservato soltanto alle coppie eterosessuali il privilegio di accedere al matrimonio, introducendo così, di fatto, un istituto segregante.

Continueremo pertanto a lottare finché gli istituti vigenti del nostro ordinamento non saranno aperti a tutti i suoi cittadini e le sue cittadine, finché tutte e tutti non potranno scegliere liberamente non solo di sposarsi, ma ugualmente di riconoscere alla nascita i propri figli e di adottare pienamente quelli che già esistono, anche nel caso di coppie separate.

Rifiutiamo le manovre politiche che tendono a strumentalizzare una pur necessaria riforma della legge sulle adozioni al fine di renderla, di fatto, l’unica concessione possibile alla genitorialità delle coppie omosessuali e delle persone singole. L’adozione deve poter essere una scelta, non un percorso obbligato.

Chiediamo, infatti, il pieno accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per tutti e tutte, la fine della discriminazione nell’accesso alla fecondazione eterologa per le coppie formate da donne e per le donne singole nonché una legislazione che permetta la gestazione per altri anche nel nostro Paese, rispettosa della libertà di autodeterminazione delle donne che scelgono di fare le gestanti in maniera libera e consapevole.

I nostri corpi non accettano i confini imposti dal perbenismo sessuofobico, dai benpensanti del “si fa ma non si dice”. Per questo motivo rivendichiamo apertamente la nostra libertà sessuale, conquistata con decenni di lotte e con il sacrificio personale di molti e molte. Negli ultimi mesi un nuovo attacco è stato rivolto alla nostra comunità, accusata di essere promiscua perché vive la sessualità liberamente, fuori dalle opprimenti regole sociali che vorrebbero ignorarla. Questo ci spinge a rivendicare con ancora più forza e determinazione la nostra libertà sessuale e a farlo con orgoglio.


Occorre educare i giovani al sesso e a una sessualità libera in maniera consapevole e laica. Per questa ragione rivendichiamo l’attuazione di seri programmi di informazione e prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, contro ogni forma di moralismo camuffato da pudicizia. La tutela della salute non può essere nella disponibilità degli integralisti.

Con lo stesso spirito chiediamo interventi per combattere lo stigma sociale che colpisce le persone in HIV, con campagne di informazione rispettose e corrette riguardo alla sieropositività e l’AIDS, senza cadere in una sessuofobia anacronistica.

Nell’inerzia e nel disinteresse della classe politica omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia avanzano nei discorsi pubblici e, soprattutto, nelle violenze quotidiane. La nostra lotta per la tutela delle vittime di violenza non si arresta ma riteniamo fondamentale che le istituzioni facciano la propria parte. Per questa ragione chiediamo un intervento legislativo che estenda la legge Mancino-Reale ai casi di violenza nei confronti delle persone LGBTQI.

Siamo consapevoli del fatto che una legge non risolverà del tutto il problema, ma riteniamo essenziale che il Legislatore si esprima con fermezza sulla gravità di queste violenze fisiche, psicologiche e verbali che minano il benessere di tutta la comunità.

Allo stesso modo riteniamo sia giunto il momento che la legge dello Stato ponga definitivamente fine al dilagare delle sedicenti “terapie riparative” che, facendo leva sulla sofferenza provocata dalla stessa omofobia sociale, si rivelano come vere e proprie violenze organizzate ai danni dei più deboli ad opera di apprendisti stregoni senza scrupoli.

Riteniamo essenziale che lo Stato torni a impegnarsi sull’educazione alle differenze nelle scuole facendone uno dei pilastri della formazione dei giovani. Solo in questo modo si potrà condurre una battaglia efficace contro le violenze di genere e nei confronti delle persone LGBTQI.

Anche in questo caso l’educazione dei giovani non può essere tenuta ostaggio degli integralisti che, agitando spettri immaginari e approfittando dell’ignoranza diffusa, cercano di fare regredire la nostra società giorno dopo giorno. È necessaria una ferma risposta delle istituzioni scolastiche e dello Stato perché la formazione dei cittadini e delle cittadine di domani non è solo una questione interna alle famiglie ma, soprattutto, un interesse collettivo.

Il Roma Pride continua a guardare con preoccupazione alla propria città. Lettere di sfratto e richieste di risarcimento continuano ad arrivare indiscriminatamente a tante realtà associative che arricchiscono il tessuto sociale cittadino, spesso colmando con fatica le lacune dei servizi pubblici.

Il Roma Pride si batte per la tutela della funzione sociale dei beni comuni, riconoscendo il valore politico e culturale delle esperienze di autogestione e di riutilizzo sociale degli spazi abbandonati o aggrediti dalla speculazione.

Chiediamo che l’amministrazione capitolina si impegni a risolvere definitivamente la questione dei beni comuni, riconoscendone in pieno la funzione e affidandoli a quelle stesse realtà che oggi, a causa dello sfratto, rischiano di dover cessare definitivamente la propria attività e il proprio servizio.

Il Roma Pride intende costruire, insieme a tutte le forze vive della Capitale e del Paese, un tessuto culturale e sociale aperto e inclusivo che faccia delle differenze una ricchezza. Vogliamo condividere questo percorso con tutte le persone che subiscono gli effetti più duri di stigma, emarginazione, discriminazioni e violenza: donne, migranti, diversamente abili, lavoratrici e lavoratori vittime di precarietà e sfruttamento, Rom, non credenti, credenti di minoranze religiose, giovani e studenti.

Particolare attenzione va riservata alle persone che, per proprie caratteristiche e per condizioni di salute o sociali, subiscono pluridiscriminazioni e più di altre rischiano di essere marginalizzate ed escluse. Chiediamo quindi parità di accesso all’informazione, alla formazione e alle attività della vita quotidiana in genere anche per chi, come le persone sorde, sconta il fatto di far parte di una minoranza linguistica che lotta da anni per il suo riconoscimento e la visibilità della sua differenza.


Il 10 giugno il Roma Pride sarà in piazza, ancora una volta, in un’invasione pacifica che vedrà insieme persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, queer, intersessuali ed eterosessuali unite dalla certezza che il reale cambiamento sia possibile solo se c’è qualcuno disposto a spingere per ottenerlo, solo così possiamo essere realmente CORPI SENZA CONFINE.







#CarlaVerbano; ricordiamola il 5 giugno

Il 5 giugno del 2012 se ne andava Carla Verbano al termine di una lunga lotta contro la malattia. Per noi non è stata solo la mamma di Valerio, ma una compagna importante di strada e di vita. Nelle differenze che possono esserci tra generazioni e punta di vista, è stata sempre vicino alle realtà sociali, agli antifascisti e alle antifasciste, nella maniera istintiva e naturale di chi riconosce a pelle qual'è la parte con cui stare per battersi per un mondo più giusto. Non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia per la morte di Valerio, lo ha fatto da madre e donna, non accontentandosi mai delle promesse e delle ricostruzioni. Sono cinque anni in cui facciamo i conti con il vuoto incredibile che lasciato questa donna minuta e caparbia.


Lo scorso febbraio, sulla targa che ricorda Valerio Verbano, abbiamo aggiunto anche una foto di Carla, per ricordarla assieme vi invitiamo il prossimo 5 giugno a partire dalle 18.00 in via Monte Bianco.

il primo #europarlamentare italiano ad unirsi civilmente

"Ciascuna delle nostre unioni è un tassello nel cambiamento culturale del nostro paese. Ma serve il matrimonio egualitario".

È Daniele Viotti il primo europarlamentare italiano ad unirsi civilmente. Piemontese, iscritto al Partito Democratico siede nei banchi dei Socialisti e Democratici del Palazzo di Vetro, sabato scorso ha celebrato la propria unione civile con Daniele Salaris, regista e documentarista autore di diversi lavori tra cui le video scenografie di Fa'afafine.

La cerimonia si è svolta al comune di Torino ed è stata celebrata da Chiara Foglietta, consigliera comunale del PD e amica della coppia. Un'amore lungo dieci anni, in attesa di una legge che lo legalizzasse. Dieci anni d'amore e battaglie fianco a fianco, i due nel 2012 avevano già celebrato un matrimonio simbolico durante il Torino Pride per "Vorrei ma non posso. It's Wedding Time", la grande campagna di sensibilizzazione sul matrimonio egualitario lanciata dall'associazione torinese Quore.

La cerimonia intima, riservata e celebrata a distanza dall'occhio indiscreto delle telecamere e dei cronisti. Il motivo, Viotti, lo racconta con una nota pubblica su facebook:

"Avrei voluto condividere la gioia della mia unione con tutte e tutti voi, ma non l'ho fatto perché qualche giorno prima della celebrazione è venuto improvvisamente a mancare mio padre- scrive Viotti- Abbiamo deciso di unirci lo stesso perché la nostra battaglia, che mio padre sosteneva in tutto e per tutto, non doveva fermarsi. Perché bisogna ripartire e affrontare tutte le cose, anche quelle più brutte e drammatiche. Mi è stato insegnato così. È stato giusto così. Ve lo scrivo oggi perché non sono stati giorni facili. Ma so anche che da questo bisogna ripartire"


Cercare daccapo la bellezza e ripartire dalla voglia di vivere, di fare comunità, di amare e di continuare a lottare: "Le unioni civili non ci bastano e siamo ben lontani da quello che la nostra comunità legittimamente rivendica", spiega Daniele Viotti A HuffPost Italia: "Non solo l'unione civile mia e di Daniele, ma tutte le unioni civili hanno sia un lato personale e privato e sia un risvolto pubblico e politico. Ciascuna delle nostre unioni è un tassello nel cambiamento culturale del nostro paese. Il compito di chi fa politica come me è far sì che questi tasselli siano la base su cui poggiamo la nostra battaglia per una società veramente uguale"







#omosessualità durante la terza età

Ho incontrato Hanna Jarzabek, fotografa polacca, in un tranquillo bar di Barcellona per parlare di uno dei suoi ultimi progetti, Flores de Otoño (Fiori d’autunno), un fotoreportage con una versione multimediale che ha l’obiettivo di esplorare un tema molto interessante di cui, però, si parla poco: come viene vissuta l’omosessualità durante la terza età. Durante la nostra lunga chiacchierata, Hanna mi ha raccontato cosa abbia significato attraversare ­– con lo sguardo e con la parola – la vita delle persone che ha ritratto, perennemente in bilico tra invisibilità e segregazione.

Quando nasce l’idea di questo progetto?

L’idea è nata nella primavera del 2013: cominciai a investigare sul tema, esplorando articoli di giornale, libri, film e informandomi sui fatti; è il metodo che uso in generale quando mi interesso a un nuovo progetto. Poi, durante il mese di luglio, entrai in contatto con quelli che sarebbero stati i miei protagonisti.

Mi ero già occupata di un tema legato al mondo LGBTQ con un progetto in Polonia e ho sempre avuto la tendenza a paragonare i due Paesi: la Polonia, dove sono nata e cresciuta, e la Spagna, dove vivo attualmente da molti anni. Ho sempre pensato, per esempio, che in Catalogna, soprattutto a Barcellona, ci fosse una certa visione progressista della questione. A un certo punto, però, mi sono interessata al fatto che esistesse una sorta di invisibilità di una fascia concreta della popolazione: gli anziani. Mi sembrava strano che la loro esistenza fosse messa al margine e ho provato a capire il perché. Così, dopo aver cominciato ad approfondire la mia ricerca, ho trovato qualche articolo  che parlava della paura, arrivati alla vecchiaia, di volver al armario, cioè “tornare nell’armadio”.

Volver al armario, mi sembra una definizione interessante. Puoi spiegarmi esattamente in cosa consiste?

Si tratta di un’espressione che è stata coniata per descrivere l’atteggiamento di timore  nei confronti della società e dei suoi pregiudizi che provano gli omosessuali in età avanzata: nascondersi nell’armadio è una maniera per non essere visti, né giudicati. È contrapposta all’espressione salir del armario, che sarebbe la traduzione del classico coming out. Negli articoli che avevo trovato, si parlava di alcune proposte per cercare di favorire una migliore integrazione di queste persone, come la creazione di strutture che potessero accogliere gli anziani LGBTQ per contrastare il fenomeno diffuso dell’omofobia, presente negli ospizi comuni.

Ad ogni modo, partendo proprio dall’espressione volver al armario, mi domandavo come potesse essere possibile che queste persone – che nei tempi della dittatura franchista avevano passato la vita a nascondersi in quell’armadio e da quell’armadio erano usciti solo con l’arrivo della democrazia – avessero di nuovo problemi nel gestire la propria libertà, una volta arrivate alla vecchiaia. Mi sembrava un fenomeno molto interessante. Dopo aver letto e investigato a lungo, mi sono resa conto che la mia ipotesi coincideva con la realtà: per molte persone era ritornato ad essere un problema vivere la propria omosessualità apertamente. Uno dei miei protagonisti, Maite, si può definire un caso emblematico di questa tendenza.

Parlami della sua storia

Ho intervistato varie persone ma, trattandosi di un tema delicato, è stato difficile trovarne che avessero voglia di raccontarsi. Chiedevo un livello di esposizione piuttosto alto perciò, alla fine, ho deciso di far ruotare il mio racconto attorno alle vite di tre personaggi.  Maite è l’unica donna che appare nel reportage. La sua è una storia particolare: ha passato una parte della sua esistenza in un convento di clausura per poi abbandonare la vita monastica, a causa di problemi di salute legati alla depressione. Una volta venuta a contatto con il “mondo esterno”, ha avuto diverse esperienze bisessuali e, rimasta incinta, ha scelto la strada del “matrimonio riparatore” con un uomo che aveva già avuto dei figli da una precedente relazione. Con lui ha avuto anche un’altra figlia ma la loro relazione è fallita dopo qualche anno e all’età di quarant’anni ha incontrato la donna della sua vita. Durante i nostri incontri mi raccontava della loro, relazione “clandestina”, nel senso che all’epoca evitavano di presentarsi come coppia: era più facile dire di essere amiche. La gente si rendeva conto che si trattava di qualcosa di diverso, ma era necessario mantenere le apparenze.

Nel 2005, dopo l’approvazione della legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, Maite ha partecipato al dibattito come militante e attivista, appoggiandosi all’azione di alcuni gruppi femministi. Successivamente, quando è passata la legge sull’adozione ha deciso addirittura di apparire in televisione, nel programma Espejo público, per raccontare la sua storia di madre lesbica. Attualmente ha 75 anni e si è separata dalla sua partner, nonostante siano ancora in ottimi rapporti. Alloggia in una sorta di condominio per anziani dove ciascuno ha il suo appartamento e mantiene la sua indipendenza, ma condividono spazi in comune.  Quando andai a trovarla la prima volta mi confessò che nessuno dei suoi vicini sapesse che era lesbica e che il tema era vissuto praticamente come un tabù. Mi presentò agli altri dicendo loro che ero una sua amica, e non potei spiegare perché mi trovassi lì.

La parte che mi è sembrata più interessante della sua storia è il fatto che lei pensi di vivere la sua situazione apertamente, con la consapevolezza di essere uscita molto tempo fa dal famoso armadio. E invece la tendenza a omettere e nascondersi mi indicava qualcosa di diverso, sicuramente di più complesso. Avendo trascorso con lei un po’ di tempo, per esempio, notavo l’enorme differenza di atteggiamento che aveva quando si trovava con i suoi amici della comunità LGBTQ e come il suo brio si spegnesse di colpo quando invece eravamo a casa. La vedevo spenta, probabilmente intimorita, ed era esattamente di questo che volevo parlare nel mio progetto: l’invisibilità di queste persone che, soprattutto in un momento concreto della vita, come la terza età, devono far fronte a nuove situazioni, rinunciando a una parte della propria identità. E oltretutto, bisogna considerare che molti di loro non hanno più l’appoggio della famiglia perché dopo il coming out sono stati respinti dai figli e sono rimasti soli.

E considerando la centralità della famiglia nella società spagnola, soprattutto come rete di solidarietà, non deve essere sicuramente facile restare da soli in questa fase della vita…

Esattamente, esiste un sentimento di solitudine molto radicato. O almeno è quello che io ho potuto osservare attraverso le mie foto e le narrazioni delle loro vite. Ti racconto un aneddoto per capire meglio la situazione. Lo scorso novembre ho organizzato l’esposizione di Flores de otoño in una residenza per anziani a Terrassa (una città vicino Barcellona) e quando, dopo un mese, sono andata a ritirare le foto per chiudere la mostra, è venuto da me un signore dicendomi: «Finalmente togliete questa roba da qui!». La mostra era stata allestita nella sala della mensa. Quando sono tornata, mi sono trovata davanti a una scena che definirei bislacca: era stato montato una sorta di “cordone sanitario”, una serie di tavoli che fungevano da barriera per l’accesso alle foto. E l’anziano che era venuto ad esprimermi il suo sollievo mi disse che durante un mese nessuno si era seduto in quella zona della sala. Come a dire: «A noi queste foto non interessano».

L’idea di presentare il mio progetto in un contesto così specifico era proprio quella di sensibilizzare le persone che, trascorrendo insieme una parte della vita, possono avere a che fare con situazioni del genere nella vita quotidiana. Ma come puoi intuire dalla reazione che ha avuto quest’uomo e dalla storia dei tavoli, il problema è tutt’altro che risolto, soprattutto per una certa generazione che fa fatica a capire i cambiamenti della società.

Sicuramente il fattore generazionale avrà avuto un peso in tutta questa faccenda. Si spera che tutto questo un giorno possa cambiare. Tu che ne pensi?

Anche io ne sono convinta. Ed è per questo che credo che sia dovere delle istituzioni  incentivare politiche di educazione alla tolleranza attraverso campagne di sensibilizzazione. Perché se è vero, come dici tu, che probabilmente per i nostri figli questo non sarà un problema, nel frattempo esistono queste persone che restano invisibili e hanno bisogno di riconoscimento adesso.

E cosa mi dici degli altri personaggi? Hai trovato degli elementi  in comune nelle tre storie di vita che hai deciso di raccontare?

Sicuramente esistono dei punti in comune ma anche delle grandi differenze. Per esempio, la storia di Pako dimostra un atteggiamento molto distante rispetto al caso di Maite. Si tratta di un uomo estremamente carismatico e nel suo caso non mi sono dovuta confrontare né con la riluttanza, né con la paura di Maite. Lui vive apertamente la sua omosessualità e non ne fa mistero con nessuno. In passato è stato sposato, è padre di due figlie e un figlio. Durante tutta la durata del reportage sapevo che suo figlio non gli rivolgeva la parola, ma poi mi è stato detto che recentemente hanno ripreso i contatti. Quando il mio lavoro è stato pubblicato su El Periodico, le sue sorelle gli hanno fatto avere una copia del giornale, ma ci ha messo un po’ per capacitarsi e leggere la storia di suo padre.

Quali sono le cose che ti sono sembrate più interessanti della sua storia ?

Prima di tutto la sua personalità: lo si potrebbe definire come una “prima donna” ed è una cosa che non nasconde, anzi direi che ne è pienamente consapevole. Per esempio, tiene lezioni di uncinetto due volte a settimana in una struttura del comune, vive attivamente la comunità e si sente benvoluto. Però, osservandolo in questa situazione, mi sono resa conto di non aver mai visto nessun uomo avvicinarsi per salutarlo. Mentre quando si trovava con le sue allieve si respirava una meravigliosa atmosfera di distensione, con gli uomini, invece, c’era solo distanza e indifferenza. Questo mi ha fatto riflettere: nonostante Pako si senta integrato persiste una subdola segregazione. Suppongo che abbia a che vedere con il discorso che abbiamo fatto prima sulla frattura generazionale. Comunque penso che, nonostante l’ipocrisia di questa situazione, per Pako sia un regalo poter sentirsi libero di vivere la sua vita come meglio crede e che ci sia una certa tolleranza e un clima di convivenza, nonostante tutto.

È stato facile costruire un rapporto di fiducia con i tuoi protagonisti?

In generale sì, si sono dimostrati aperti e cordiali, soprattutto nella prima fase. Anzi, direi che il fatto di avere l’opportunità di parlare con me e sfogarsi sia stato quasi terapeutico per loro. Quando ho cominciato a prendere in mano la macchina fotografica e ho spiegato che il mio lavoro consisteva in una presenza continua e costante per un certo periodo di tempo sono arrivati i problemi. Non è sicuramente facile mettersi a nudo, la paura di esporsi a uno sguardo esterno è forte e questo è anche comprensibile. Però alla fine abbiamo trovato un’intesa.

In effetti, il tuo lavoro si basa su un’osservazione paziente.Come hai risolto il dilemma della rottura dell’intimità dello spazio domestico?

Innanzitutto, per me è fondamentale la variabile del tempo: passo molte ore con loro, credo che sia molto importante per capire davvero le loro storie. A seconda del grado di libertà che mi si concede, cerco di esplorare vari ambienti e contesti: dalla casa al gruppo di amici, passando per le diverse attività che definiscono la loro personalità. Per esempio, nel caso di Maite, ho vissuto con lei per sette giorni perché, trovandosi a Madrid, mi è sembrata la soluzione logistica più adeguata. L’ho rivista in seguito, approfittando del fatto che possiede un piccolo appartamento a Sitges (città vicino a Barcellona) per approfondire quanto avevo avuto occasione di conoscere durante il primo periodo di convivenza. Mentre con i due uomini, Pako e Mària, facevo sessioni di intere giornate, facendo la pendolare.

Qual è l’idea che ti sei fatta, incrociando le storie di queste tre persone?

Devo dire che avevo cominciato il progetto pensando che condividessero l’atteggiamento di “tornare nell’armadio”, nascondendo la propria omosessualità al mondo esterno. Poi mi sono resa conto che non era così ovvio. Ciascuno di loro ha fatto delle scelte diverse e ha avuto reazioni distinte. Credo che la costruzione dei miei ritratti dipenda molto dal quadro generale che riesco a formare attraverso le testimonianze della famiglia o degli amici. Pako, per esempio, è una persona molto positiva e forte e mi ha ripetuto più volte che non ha dubbi sul fatto che, costi quel che costi, non ha nessuna intenzione di volver al armario, vuole vivere la sua vita da uomo libero. Mentre Maite e Mària sono due casi molto diversi.

Mària, di cui non ti ho ancora parlato, è stato il caso più complicato del mio progetto. Era un uomo molto solo, che purtroppo ci ha lasciato da poco. Anche lui aveva alle spalle un matrimonio e due figlie, ma dopo aver fatto coming out ha perso praticamente tutto. Non ho mai avuto la possibilità di parlare con la sua famiglia perciò resto con la sensazione che ci fossero altri fattori da prendere in considerazione nella sua storia. Ad ogni modo, non posso paragonare la sua storia a quella di Pako. Il suo era un modo di vivere l’omosessualità in sordina. Era una persona molto discreta.

Esistono delle strutture pubbliche che possano offrire supporto a queste persone?

Esistono solo due fondazioni nell’intero territorio nazionale che si occupano di questo tema, una è la Fundación 26 de Diciembre e si trova a Madrid, e l’altra è la Fundació Enllaç, con sede a Barcellona. Entrambe sono private. Soprattutto a Madrid, si cercano di sviluppare progetti residenziali per anziani transessuali e omosessuali. L’idea è di creare strutture miste che possano incentivare un clima di convivenza e tolleranza. L’altro obiettivo è l’integrazione nella società ed è per questo motivo che normalmente si organizzano attività per coinvolgere gli utenti e farli sentire meno isolati. La fondazione di Barcellona ha uno scopo maggiormente di assistenza e appoggio.

E per quanto riguarda le politiche pubbliche?

La verità è che c’è ancora molta strada da fare. A Barcellona esiste un consiglio municipale LGBTQ e all’interno di questo consiglio c’è un gruppo che si occupa della terza età. Ci sono gruppi di ricerca, si organizzano conferenze, si cerca di fare formazione nelle residenze per anziani, ma trattandosi nella maggior parte dei casi di enti privati il Comune ha un potere di intervento molto limitato. Quindi manca un’attività più concreta che possa sostenere queste persone, soprattutto per cercare di limitare le situazioni, spesso frequenti, di razzismo e segregazione.

Hanna Jarzabek è una fotografa polacca, con una formazione in Scienze Politiche e in Fotografia (L’École des Beaux Arts). Ha lavorato per diverse agenzie delle Nazioni Unite come OCHA, UNRWA e UNCTAD. Vive dal 2008 a Barcellona, combinando il suo lavoro di fotografa freelance con i suoi progetti personali e l’insegnamento presso scuole di fotografia specializzate. I suoi lavori sono stati pubblicati su Le Nouvel Observateur, Interviú, El Periódico de Cataluña, 7k, e altre riviste. Ha vinto diversi premi, tra cui il Third Prize (2015) ed è stata finalista del Grand Press Photo 2012 in Polonia e della 19° edizione del FotoPres la Caixa. Per saperne di più sul suo lavoro, è possibile visitare la sua pagina web: www.hannajarzabek.com.

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#omogenitorialità; la risposta d'amore di due papà per la loro piccola Letícia

Ogni adulto che desidera allevare un bambino, si augura il meglio per sé e per l' erede che verrà. Quando ti proietti in un futuro fatto di pannolini sporchi e pappine, pensi anche che tuo figlio sarà bellissimo, intelligentissimo e super simpatico. Perché fare un figlio è un enorme atto di ottimismo e le coppie omogenitoriali non fanno eccezione.

In questi ultimi anni ci siamo abbastanza abituati nel vedere foto di papà o di mamme omosessuali, mentre sorridenti abbracciano i loro bambini spesso oggettivamente meravigliosi e felici.

Quello che voglio raccontarvi però è un'altra storia, la storia di Leandro, Hugo e della loro piccola Letícia.

Li abbiamo conosciuti qui a Dublino, un paio di anni fa a casa dei nostri vicini. Vedendoli insieme ricordano Bud Spencer e Terence Hill, simpatici e chiacchieroni come lo stereotipo latino impone, infatti sono portoghesi. Dopo qualche mese abbiamo saputo che erano volati oltre oceano per coronare il loro sogno, quello di mettere su famiglia. Non sono ricchi e per affrontare questo progetto hanno chiesto un prestito e sono stati aiutati dalle loro famiglie. Durante il periodo di gestazione, facevano in continuazione avanti e indietro, anticipando le ferie e facendo anche a turno. Ci raccontavano della stanchezza dei viaggi, delle attese delle emozioni forti e poi, di questa donna meravigliosa e già mamma che li stava aiutando, mettendo a disposizione se stessa.

La loro vita andava avanti e la pancia cresceva, La prima bella notizia arrivò quasi subito, si trattava di due gemelle. Le nonne da Lisbona iniziavano a mandare corredini e gli amici qua a Dublino li aiutavano a preparare la loro stanza. Le ultime settimane le hanno passate assistendo Maria, ironia della sorte la donna che portava la gravidanza per loro si chiamava proprio come la prima donna che ha partorito grazie alla surrogacy divina (si scherza eh!).

Ma, i primi problemi arrivarono nel momento del parto. complicazioni molto serie, con decisioni immediate prese dai medici per non mettere a repentaglio la vita di Maria. Una delle due bimbe non ce l'ha fatta e Letícia è nata con uno scompenso di ossigeno al cervello, che le precluderà di avere uno sviluppo psicomotorio normale. Ed è in questo contesto di dolore e costernazione che Leandro e Hugo hanno tirano fuori tutte quelle qualità umane per far fronte a tanta disperazione, che noi possiamo racchiuderle in una parola sola, resilienza.

Una settimana fa siamo stati alla festa del primo compleanno di Letícia, c'erano tanti bambini e genitori, c'era tanto cibo buono e palloncini colorati, le pareti erano addobbate a festa e i nonni erano arrivati dal Portogallo. La piccola Letícia è cresciuta, non cammina e probabilmente non camminerà mai, non parla e probabilmente non parlerà mai, ma quando sta in braccio a papà Leandro (Bud Spencer per capirci) ride, perché questa bimba una cosa la sa fare, ed è ridere.

I suoi papà si impegnano tanto, la portano a terapia quasi tutti i giorni e ogni due mesi tornano in Portogallo per una settimana, dove si trova uno degli ospedali più avanzati d'Europa per chi soffre di questo tipo di patologia.

Con Maria si sentono frequentemente, lei è tornata a fare la mamma a tempo pieno e i suoi figli per il compleanno, hanno spedito a Letícia un disegno bellissimo, che la ritrae sorridente accanto ad un grande numero uno, tra fiori giganti e farfalle coloratissime. Perché la nostra piccola Letícia forse non camminerà mai, forse non parlerà mai, ma grazie ai suoi amorevoli papà, ridere le riesce benissimo.

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#macron sollecita #Putin sui diritti Lgbti in Cecenia e Russia

Nel primo incontro bilaterale tra i due Capi di Stato, Macron ha sollevato la questione al presidente russo, garantendo la “massima vigilanza sui diritti”

Durante il suo primo incontro con Vladimir Putin – avvenuto nella cornice di Versailles, vicino Parigi – il neo eletto presidente francese, Emmanuel Macron ha preso di petto la questione dei diritti delle persone Lgbti in Cecenia e in Russia.

A chiarirlo nel corso della conferenza stampa congiunta con il corrispettivo russo lo stesso Macron, che alla stampa ha detto di aver sollevato la questione nel corso dell’incontro a porte chiuse con Putin.

Macron: «Sarò costantemente vigile sui diritti delle persone Lgbti in Russia»

«Ho ricordato al presidente Putin l’importanza ha per la Francia il rispetto verso tutte le persone, tutte le minoranze e tutte le opinioni nella società civile. – ha detto il presidente Francese – Abbiamo sollevato il caso delle persecuzioni subite dalle persone Lgbti in Cecenia, ma anche il più vasto tema dei diritti delle persone Lgbti e delle ONG in Russia in generale. Su questi punti ho indicato con precisione a Putin le aspettative della Francia e abbiamo concordato un costante monitoraggio congiunto».

Macron ha anche aggiunto: «Il presidente Putin mi ha assicurato di avere assunto alcune iniziative sulla questione delle persone Lgbti in Cecenia. Misure per chiarire la verità sulle azioni delle autorità locali e per correggere i punti più delicati».

«In ogni caso, – a concluso sul tema il Presidente francese – per quel che di mia competenza, sarò costantemente vigile su questi temi che corrispondono ai nostri valori».

Presunta omosessualità di Macron, “opera di disinformazione venuta dalla Russia”

Macron è anche tornato sulle voci di una suo presunta omosessualità, le cui voci sarebbero state messe in giro ad arte proprio da un sito di informazione di stato russo durante la campagna elettorale francese per danneggiare la sua corsa all’Eliseo.

Il sito russo Sputnik aveva sollevato dubbi sulla reale natura del matrimonio di Macron con Brigitte, la sua ex professoressa di 23 anni più grande di lui, riportando “persistenti voci sulla sua presunta “doppia vita” come omosessuale, per di più nelle mani di “una ricca lobby gay”.

«La mentalità che sta dietro queste falsità è vile – ha detto il presidente francese – perché ritiene impossibile che un uomo viva con una donna più grande senza essere un omosessuale nascosto o una sorta di gigolò. Si tratta di misoginia. E anche di omofobia».

«Se fossi omosessuale, lo direi e lo vivrei».

Andrea Maccarrone






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giovedì 18 maggio 2017

ragazza #trans riceve proposta di matrimonio in un cinema a Napoli

Luca è fidanzato da 4 anni con Lisa, una ragazza trans brasiliana che è la sua vita. Il loro rapporto, profondo e limpido, è vissuto alla luce del sole, come tutti i veri amori che non temono giudizi né invidie. Quando Luca ha deciso di sposarla abbiamo pensato di seguirlo, aiutandolo a realizzare una proposta di matrimonio davvero speciale, per rendere pubblicamente indimenticabile il loro progetto di vita.

Luca e Lisa si uniranno civilmente entro la fine del 2017.


Una produzione Fanpage.it
Un video di Luca Iavarone
Ideazione: L. Iavarone, R. Durso, A. Avallone, D. Volpe
Riprese: Raffaello Durso
Assistente: Paola Mirisciotti
Operatore: Ugo di Fenza
Fonico: Nicola Celia

Runner: Giampaolo Fastello

altro che #ong, è la mafia a fare soldi coi profughi

Il Clan Arena della ‘ndragheta nel Cara di Crotone. Arrestati un grande capo della Misericordia e un prete del posto.

Questa mattina con un operazione di polizia sono finiti agli arresti Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, il parroco don Edoardo Scordio e decine di persone appartenenti alla famiglia Arena. Sono accusati di associazione mafiosa. Per 10 anni hanno cogestito insieme, intascandosi 103 milioni di euro di fondi europei, il Cie prima e il Cara poi più grande d’Europa ubicato a Sant’Anna in provincia di Crotone. Le risorse pubbliche destinate alla gestione del centro per i richiedenti asilo sono state spartite lucrando sulla pelle di migliaia di persone. Sacco aveva diversi legami politici e il beneplacido di tutta la classe dirigente da destra e da sinistra, compreso Salvini.

Ancora una volta emerge chiaramente come i migranti che arrivano nel nostro paese sono considerati e trattati come una merce preziosa più che come esseri umani e in quanto tale contesa sia a livello economico che a livello elettorale. Per qusto motivo la Confraternità delle Misericordie, la mafia e i fascisti sono da questo punto di vista sullo stesso piano. Il miglior antidoto al business dell’accoglienza e della politica è quello di guardare i migranti per quello che sono veramente: un soggetto attivo pronto a riprenedersi quello che gli spetta e a lottare per i diritti di tutti. L’hanno dimostrato nella lotta contro lo sfruttamento nelle campagne e nei magazzini della logistica, nella lotta per la casa e contro le frontiere che una vita migliore si può conquistare solo a spinta e tutti insieme. L’unico modo per fermare ras delle coop, palazzinari, mafie e sfruttatori.

Ecco cosa riporta l’agenzia Redattore sociale:

“Annunciamo già da adesso il Commissariamento della Misericordia di Isola Capo Rizzuto e della Federazione Regionale Calabrese”. Lo ha annunciato in una nota la Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia in merito agli arresti per mafia relativi alla gestione del Cara di Isola Capo Rizzuto.

“Conclusa l’Assemblea Nazionale delle Misericordie svoltasi ad Assisi – è inoltre scritto nella nota – abbiamo appreso con forte preoccupazione del fermo di Don Edoardo Scordio e di Leonardo Sacco, rispettivamente Correttore e Governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto. Otto secoli di storia non vengono cancellati da fatti, seppure presunti, così gravi e pesanti, continueremo a dare le risposte ai cittadini e alla popolazione più debole dando continuità ai servizi svolti dalla Misericordia non facendo mancare la risposta ai bisogni di assistenza e di carità”. Infine: “Confermiamo la nostra totale fiducia nell’operato dell’Autorità Giudiziaria”.

La vicenda. La Dda di Catanzaro ha arrestato 68 persone accusate, tra le altre cose, di  associazione di tipo mafioso, estorsione, malversazione ai danni dello stato, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale. Tutti reati aggravati dalla modalità mafiose. Uno dei loro principali business era legato alle gestione del Cara “Sant’Anna”, la struttura destinata all’accoglienza dei migranti. In questo contesto è finito in manette anche il presidente della sezione calabrese della Confraternita delle Misericordie.

Come detto, sono 68 le persone tratte in arresto. I provvedimenti, disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal Procuratore Capo Nicola Gratteri, a seguito di indagini coordinate dal Proc. Agg. Vincenzo Luberto, hanno smantellato la storica e potentissima cosca di `ndrangheta facente capo alla famiglia Arena – al centro di articolati traffici delittuosi nelle provincie di Catanzaro e Crotone. Dalle investigazioni, oltre alle tradizionali dinamiche criminali legate alle estorsioni, capillarmente esercitate sul territorio catanzarese e su quello crotonese, è emerso – appunto – che la cosca controllava, a fini di lucro, la gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto e coltivava ingenti interessi nelle attività legate al gioco ed alle scommesse.

Nello specifico, le indagini hanno evidenziato l´infiltrazione della cosca Arena nel tessuto economico crotonese e, in particolare, il controllo mafioso, da più di un decennio, di tutte le attività imprenditoriali connesse al funzionamento dei servizi di accoglienza del C.A.R.A. “Sant’Anna” di Isola Capo Rizzuto. La cosca, per il tramite di Leonardo Sacco – Governatore della “Fraternita di Misericordia” – si è aggiudicata gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione presso il centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa, affidati a favore di imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di `ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all´accoglienza dei migranti.

Italo Di Sabato

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