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martedì 9 gennaio 2018

nasce #DEMSArcobaleno per i diritti Lgbtqi e non solo

Nata ufficialmente agli inizi dello scorso mese d’agosto, l’associazione orlandiana Dems (Democrazia, Europa e Società) s’è riunita il 16 dicembre – pochi giorni prima dallo scioglimento delle Camere – nella sua prima assemblea nazionale. Nella cornice dell’auditorium romano Antonianum in via Manzoni si sono succeduti numerosi interventi centrati sull’obiettivo della kermesse. Quello, cioè, di costruire «insieme una nuova proposta per il centrosinistra».

Particolarmente interessante il contributo di Angelo Schillaci che, in veste di coordinatore, ha annunciato la costituzione del comitato tematico Dems Arcobaleno. Raggruppamento che, nato dall’esperienza della Squadra Arcobaleno per Orlando Segretario, vede coinvolte – come detto in quella sede da Schillaci, ricercatore di Diritto comparato alla Sapienza – «persone, con un bagaglio di esperienze ricco e plurale, che condividono la passione e le battaglie per i diritti civili».


Una composizione variegata, come quella dell’arcobaleno, costituita da esponenti della società civile nonché della politica territoriale e nazionale. Tra quest’ultimi si contano i nomi di Monica Cirinnà, Sergio Lo Giudice, Daniele Viotti.

Raggiunto telefonicamente, così Schillaci ha spiegato gli obiettivi del comitato tematico: «Vogliamo rappresentare dentro Dems e più estesamente nel partito un gruppo che nel metodo e nel merito porti avanti le battaglie per i diritti civili Lgbti e non solo.

Nel metodo, puntando su un partito che si apra, sappia parlare all’esterno e si confronti con le forze vive della società. Nel merito, riaffermando le nostre rivendicazioni classiche e fondamentali. Rivendicazioni, che faremo di tutto per portare nel programma del Pd: matrimonio egualitario, equiparazione piena di tutte le famiglie, responsabilità genitoriale alla nascita e riforma delle adozioni, legge contro l’omofobia, piena attenzione per le persone trans e intersex attraverso provvedimenti legislativi che diano pieno riconoscimento e tutela ai loro percorsi di vita e costruzione dell’identità.

Ma il nostro orizzonte non è limitato solo a un tale ambito. Crediamo infatti che i diritti Lgbti siano una componente essenziale e paradigmatica di una battaglia più ampia per i diritti, per l’uguaglianza e l’inclusione».

Parole, queste, condivise appieno dalla senatrice Cirinnà che ai nostri microfoni ha dichiarato: «La battaglia arcobaleno sintetizza in sé quella più ampia e fondamentale per la tutela e il riconoscimento di tutti i diritti umani e civili.

Questa è l’autentica cifra di un partito di centrosinistra che voglia dirsi ed essere tale. Fino a quando sussisterà al riguardo anche una sola minima disparità tra le persone le donne e gli uomini di sinistra non resteranno inoperosi. Noi almeno dei Dems Arcobaleno non lo saremo e faremo di tutto perché non lo sia l’intero Pd.

Uno degli impegni prioritari al riguardo sarà quello per il matrimonio egualitario, al cui riguardo Andrea Orlando ha giustamente detto il 16 dicembre: Le unioni civili, una battaglia a cui tengo e che ho fatto con Monica Cirinnà, sono un modo per sperimentare un percorso che possa portare ai matrimoni egualitari».






   


una #chat per curare i #gay

Un episodio del Good Morning Britain, in cui Piers Morgan ha intervistato un uomo che si era proclamato come uno ‘specialista di cura dall’omosessualità’, ha ricevuto la più grande quantità di reclami da parte degli osservatori nel 2017. Lo show ha trasmesso una discussione tra il conduttore Piers Morgan, il giornalista di Liverpool Echo, Josh Parry, e il ‘terapeuta’ Dottore Michael Davidson, il 5 settembre e ha affrontato 1142 reclami, che è di più rispetto a qualsiasi altro programma. Gli spettatori si sono affrettati a criticare l’argomento, chiedendo i direttori di ITV, perché un uomo che afferma di poter ‘curare’ l’omosessualità fosse stato permesso di prendere una posizione, considerando il fatto che attualmente non esiste nessun meccanismo per cambiare la sessualità delle persone, e anche se ce ne fosse uno, la sessualità è una caratteristica personale, non è una malattia da curare. Il Dottore Davidson ha confutato lo sfacciato conduttore TV, avendo suggerito che un “gruppo di popolazione è infelice per l’omosessualità” – a ciò Piers ha indicato lei lui parlava di sé stesso. Anche Morgan, che è ben lontano dall’essere un alleato LGBT, ha condannato tali parole e ha insistito che l’omosessualità non è qualcosa che può e deve) essere trattato.

   




il primo ceceno apertamente #gay è costretto a chiedere scusa

Il primo uomo che aveva pubblicamente fatto coming out come gay in Cecenia, Mover Eskarkhanov, ha rivelato che lui era stato pubblicamente svergognato e aveva ricevuto le minacce di morte ed è stato chiesto di negare le sue parole pubblicamente sulla televisione locale. 
Lui ha fatto coming out in un’intervista per la stampa internazionale (rivista ‘Time’) e immediatamente è stato trasformato in un bersaglio nel suo paese e soprattutto in una particolare regione dominata dai musulmani, che è ampiamente conosciuta per le sue purghe anti-LGBT. Dopo l’intervista, le autorità l’hanno costretto a chiedere scusa e dire che lui era fuori di testa a causa delle pillole prescritte che lui era dovuto prendere a causa di epilessia e che a causa di esse lui aveva detto quello che aveva detto. Un reportage l’ha etichettato come una “persona malata di mente” e ha accusato i media occidentali per aver sensazionalizzato la sua storia. Ora lui vive come un rifugiato in Germania, dopo che era espulso dalla sua patria. “Hanno reso chiaro che se io continuassi a parlare, ci sarebbero problemi,” ha detto Kavkazsky Uzel, accusando la leadership cecena di minacciare nei confronti della sua famiglia che vive ancora in Cecenia.

   





a #Cinecittà la prima opera d'arte dedicata a tutte le vittime dello #olocausto

Un'opera d'arte dedicata alle vittime dell'olocausto. Tutte, senza eccezione alcuna. E' l'iniziativa che ha deciso di assumere il Municipio VII. L'opera sarà alta tre metri e mezzo e verrà collocata all'interno delle mura di Piazza Cinecittà. Dunque nel perimetro che delimita la sede dell'Ente di prossimità.

Tutte le vittime dell'Olocausto

Durante l’olocausto non sono stati perseguitati solo gli ebrei – ha ricordato la presidente del Municipio VII Monica Lozzi – loro sono le vittime più note, ma stessa sorte è stata riservata a LGBT, Rom, Sinti e Caminanti, anche loro meritano di essere ricordati. Per questo, l'amministrazione ha puntato su un'opera che possa commemorarle tutte.  Un'iniziativa che sarà inoltre realizzata a costi molto contenuti, poichè il Municipio pagherà soltanto i materiali necessari a realizzare la scultura. L'opera infatti sarà donata da Valeria Catania un'artista dedita a tematiche di interesse sociale.

Una vecchia polemica

Si chiude così una polemica nata lo scorso aprile. in quell'occasione, il gruppo democratico aveva accusato la Sindaca e la presidente Lozzi d'aver disertato la cerimonia con cui commemorare il rastrellamento del Quadraro.  Il PD si era chiesto, in quell'occasione, se tale assenza fosse dovuta "a  'semplice' sciatteria o, peggio, ad una precisa volontà  di questa amministrazione di dimenticare“. All'epoca la risposta era stata immediata. "La memoria- aveva replicato - non appartiene solo al 17 aprile, ma ad ogni giorno dell'anno".

Per non dimenticare

Oggi, con l'annuncio della prossima installazione, il Municipio VII ribadisce il proprio approccio. Non un giorno nè una sola categoria di vittime. Non solo prigionieri politici, nè soltanto gli ebrei. "Con l'opera Svelat@mente avremo un'installazione permanente che potrà divenire anche meta di scolaresche ed aiuterà tutti a non dimenticare".

   



in #Nepal, seconda edizione di #MrGay per rivendicare i diritti delle persone Lgbtqi

Il 26 dicembre si è tenuta a Kathmandu la seconda edizione di Mr Gay Nepal. Il concorso ha avuto così luogo dopo un vuoto di quattro anni. Il motivo – come spiegato da Pinki Gurung, donna transessuale e presidente di Blue Diamond Society, associazione organizzatrice della kermesse – è da individuarsi nella «difficoltà di trovare partecipanti dal momento che la nostra società non accetta ancora pienamente le persone appartenenti a minoranze sessuali».

Questa volta sono stati 18 i concorrenti sebbene due candidati si siano dimessi per motivi sconosciuti. Ad aggiudicarsi la fascia del vincitore e la somma di 50,000 rupie il 28enne Mahedra Singh, che negli ultimi due anni si è impegnato quale attivista per i  diritti delle persone Lgbti. Al secondo e al terzo posto, invece, Birendra Chaudhary e Anuj Rai Petter.

Ancora una volta, come nel 2013, fine della manifestazione è stata la rivendicazione dei diritti delle minoranze sessuali in Nepal, l'unico tra i Paesi centroasiatici in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti non sono reato (a partire dal 2007). «L'evento è fondamentale per sensibilizzare i nepalesi alle tematiche delle persone Lgbti e per favorirne la loro progressiva accettazione sociale», ha detto all’agenza ispanica Efe la stessa Pinki Gurung.

Benché sulla base di una sentenza della Corte Suprema della fine del 2008 siano all’esame la proposta di legge sull’introduzione del matrimonio egualitario e il relativo riferimento normativo nella nuova Costituzione in corso di elaborazione, continuano a registrarsi nella Repubblica federale democratica del Nepal casi di aggressione, violenza, stupro nonché di discriminazione sul posto di lavoro a danno delle persone Lgbti. Bisogna però tenere in conto come solo a partire dal 2007 numerosi esponenti del Partito Comunista Unificato del Nepal abbiano abbandonato la concezione maoista dell’omosessualità quale risultanza deviata del sistema capitalistico.

Resta di fatto che il Nepal è l’unico Paese himalayano in cui è riconosciuta un'effettiva tutela alle minoranze sessuali.

Secondo i dati della Blue Diamond Society circa mezzo milione degli oltre 27 milioni di nepalesi appartengono alla collettività trans mentre 1,2 milioni sono nel complesso le persone Lgbti.







   






#2018; un anno al riparo di omofobi e opportunisti

Il 2017 è stato un anno strano.

Da un lato, gli evidenti passi in avanti della società che, come testimoniato anche da una trasmissione quale Stato Civile, inizia a metabolizzare un cambiamento epocale, benché incompleto, come la legge sulle unioni civili approvata dal nostro Parlamento l’11 maggio 2016. Dall'altro, una continua e fastidiosa presenza di velati e opportunisti nel panorama dello spettacolo e dei media italiani.

Quattro personaggi sono campioni paradigmatici di questa triste retroguardia ancora "attiva" nel 2017: Stefano Gabbana, Ferzan Ozpetek, Gianna Nannini e Cristiano Magioglio.

Le dichiarazioni di Stefano Gabbana e di Ferzan Ozpetek, che rifiutano il termine gay come fosse un'onta e sbandierano una malintesa idea di emancipazione che è l'esito di un processo di conformismo borghese, manifestano tutto il peso storico di uno stigma omofobico interiorizzato e incancrenito nel lusso e nel benessere delle posizioni sociali acquisite.

D'altronde, lo stesso Ozpetek, che sull'estetica e sui sentimenti delle persone omosessuali ha costruito il proprio successo, non è mai intervenuto per condannare la repressione anti-lgbti del regime di Erdogan, pur vivendo a Roma con il suo "compagno di viaggio" (ha detto che bisogna chiamare così suo marito perché i gay non hanno marito).

Ma nell’anno si erano già segnalate le uscite di Gianna Nannini, rockstar lesbica velatissima, che ha rivendicato i propri diritti di genitorialità, dopo essersi nascosta per decenni e senza aver mai fatto nulla per supportare la comunità Lgbti.

In ultimo ma non da ultimo è da segnalare Cristiano Malgioglio che, dopo non essersi mai esposto per i diritti Lgbti, si è scoperto improvvisamente "militante" nel corso del Grande Fratello Vip. Benché, fino a qualche mese fa, attaccasse gli omosessuali che si baciavano definendoli ridicoli e ritenendo che due uomini che si amano non possono essere una famiglia.

Nulla dunque da imparare da questi questi personaggi. Nulla da ammirare. Nulla meno che mai da spartire.

Resta solo da considerare la distanza siderale da chi può essere invece ravvisato riferimento iconico e paradigmatico per le persone lgbti. Come, ad esempio, l’indimenticabile Paul Newman che ebbe a dire: «Sono da sempre un sostenitore dei diritti dei gay. Non lo sono invece del non dichiararsi».

Claudio Finelli

   




in #India il principe gay Manvendra apre la sua reggia alle persone LGBT

Scelta filantropica quella del principe indiano Manvendra Singh Gohil, apertamente omosessuale che ha deciso di aprire la sua enorme reggia alle persone LGBT vulnerabili e si dice che stia costruendo altri edifici per ospitare un maggior numero di persone. Lo rende noto il giornale inglese The Independent.

Si tratta del figlio e probabile erede del Maharaja di Rajpipla nello stato del Gujarat, nell'India occidentale e gestisce il centro di accoglienza attraverso la sua organizzazione  Lakshya Trust. Il reale, ripudiato dalla sua famiglia dopo aver fatto coming out nel 2006, ha aperto una comunità destinata ad aiutare i gay ed educarli alla prevenzione dell'HIV.

L'omosessualità oltre a rimanere un tabù nella società indiana viene punita dalla legge, le norme risalgono all'epoca coloniale inglese e si basano sulla controversa sezione 377 del codice penale che vieta ogni attività sessuale "contro natura", la norma è stata interpretata in maniera restrittiva, così da includere anche il sesso gay.

SICUREZZA SOCIALE PER I GAY CACCIATI DALLE FAMIGLIE

In un intervista all'International Business Times, il principe si è detto disposto a creare un una sorta di sistema di sicurezza sociale destinato a tutti coloro che ne hanno bisogno una volta cacciati dalle famiglie dopo aver fatto coming out.

"In India abbiamo un sistema strettamente familiare e siamo mentalmente condizionati a rimanere con i nostri genitori. Quando si cerca di uscire fuori da nucleo familiare e ci si dichiara gay ti viene detto che sarai cacciato e la società ti boicotterà. In breve tempo si diventa un emarginato sociale. Molte persone dipendono dall'aiuto economico dei genitori", dichiara Manvendra.

"Voglio dare alle persone quel senso di autonomia sociale e finanziaria - prosegue - in modo che le persone che vogliano uscire allo scoperto non abbiamo contraccolpi. Disporranno di un proprio sistema di sicurezza e non farà differenza se sono stati diseredati".

Il coming out del principe fu la notizia più chiaccherata di tutta l'India, trasmessa dalle tv al rango di breaking news, le sue foto furono bruciate e la gente manifestò affinché gli fosse negato il titolo. Inoltre come vi abbiamo detto all'inizio, fu rinnegato e diseredato dai genitori.

Il principe Manvendra fornisce un vero e proprio consultorio per uomini gay, costituito da servizi clinici che sostengono migliaia di uomini che hanno rapporto sessuali con altri uomini. Molti di loro hanno dovuto sottostare alla morale indiana, sposandosi con donne, malgrado il loro orientamento sessuale.

Lo stesso principe è stato costretto a sposarsi nel 1991, ma il rapporto si rivelo un "disastro totale" e la coppia divorziò dopo solo un anno.

L'estate scorsa, la Corte suprema indiana ha emesso una sentenza storica che ribadisce il diritto delle persone LGBT di esprimere la propria sessualità senza discriminazioni.I giudici hanno stabilito che l'orientamento sessuale è protetto dalla Costituzione indiana come quella della libertà, ma il governo sosteniene che non vi alcun diritto alla privacy. La sentenza apre la strada a pratiche discriminatorie contro le persone LGBT nel paese.

Luca Minoli







   




in #India verso la depenalizzazione della #omosessualità

Svolta in India nel processo di depenalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti. La Corte Suprema  ha infatti oggi annunciato la revisione della sentenza dell’11 dicembre 2013, con cui aveva dichiarato non contrario alla Costituzione l’articolo 377 del Codice penale indiano.

Una norma quanto mai ambigua che, risalente all’epoca vittoriana, prevede l’ergastolo o la reclusione fino a dieci anni nonché l’irrogazione di un’ammenda a «chiunque abbia volontariamente un rapporto carnale contro l'ordine della natura con un uomo, una donna o un animale».

L’articolo era stato qualificato una palese «violazione dei diritti fondamentali» dall’Alta Corte di Delhi con disposto del 2 luglio 2009 e, in quanto tale, abrogato nel territorio della metropoli. Ma la sentenza del 2013 comportò di fatto il ripristino della norma nella capitale.

Da allora non sono mancate le proteste da parte di attivisti lgbti e personalità del mondo politico, culturale, sociale indiano per la cassazione dell’articolo 377. Già nel dicembre 2013 Raul Gandhi, vicepresidente del Congresso Nazionale Indiano, si esprimeva al riguardo dichiarando che la questione riguardava le libertà individuali. In occasione delle elezioni del 2014 il Partito Comunista d'India (Marxista) aveva parlato dell'abolizione della norma nel proprio programma elettorale.

Oggi finalmente la decisione della Corte Suprema che ha dichiarato come «effettivamente la nostra precedente ordinanza debba essere riconsiderata».

L’atto tiene dietro al ricorso presentato da cinque attivisti Lgbti che, nel denunciare la criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso, hanno sostenuto di «vivere in un costante clima di terrore per possibili azioni della polizia». Essi hanno fatto inoltre notare come l'articolo 377 «violi i diritti fondamentali garantiti dall'articolo 14 (diritto all'uguaglianza) e 21 (diritto alla vita) della Costituzione». Nel ribadire il dato dell’evoluzione della morale in ogni società, la Corte Suprema ha infine annunciato l'esame della questione da parte di una speciale commissione di magistrati senza però fissare alcuna data.





   










giovedì 7 dicembre 2017

Gajamente Critical Forum Glbtq è in vacanza; #HappyHolidays

... ci becchiamo nel 2018 !

in ricordo di #massimoconsoli; festeggiamo il suo 72° compleanno postumo

'' senza memoria non c'è futuro '' 

La citazione prediletta di Massimo Consoli è occasione per celebrare solennemente il suo 72° compleanno con un evento aperto a tutti, animato dai ricordi degli amici, degli esponenti delle associazioni e delle personalità culturali e politiche , accompagnati con immagini e brani dalle sue numerose opere.


Sono invitati i familiari e gli amici, le associazioni culturali, sociali e politiche scaturite dal suo instancabile lavoro di quasi mezzo secolo per i diritti delle minoranze e naturalmente gli esponenti istituzionali di Roma Capitale, compreso l'Archivio di Stato che custodisce il "Fondo Consoli".

L'intera storia del Movimento di Liberazione Omosessuale in Italia documentata nell'opera [ ARCHIVIO MASSIMO CONSOLI ] di Massimo Consoli è consultabile nella sala studio dell'Archivio Centrale dello Stato a Roma. Il materiale è stato integrato e completato con documenti multimediali [ tra i quali, il documentario curato da Anselmo Cadelli sul lager di Sachsenhausen ] donati dalla Associazione "FONDAZIONE LUCIANO MASSIMO CONSOLI". L' "Archivio Massimo Consoli ", ideale e pratico proseguimento della storica " gay house " [ Anselmo Cadelli guido l'occupazione della sede in uno stabile del quartiere popolare di Testaccio a Roma ], raccoglie migliaia di volumi in varie lingue, migliaia di pubblicazioni periodiche proveniente da tutto il mondo, ed una quantità indefinita di volantini, bollettini, ritagli di giornali, manifesti, materiale autografo, nastri, dischi.

l’#Austria dice sì ai #matrimoni gay e noi festeggiamo ancora le briciole

Il mondo ce lo insegna: ciò che per Renzi e per i suoi peones parlamentari è progresso – per non parlare dell’unica cosa possibile da concedere, in termini di diritti delle persone Lgbt – nel resto del mondo è discriminazione. Alludo alla recente sentenza della Corte Costituzionale austriaca, che «ha cancellato, con una decisione datata 4 dicembre 2017, la norma legale che finora impediva» alle coppie formate da persone dello stesso sesso «di sposarsi».

L’Austria ha detto no alla discriminazione insita nelle “legislazioni speciali” in cui recintare i diritti delle persone Lgbt, in merito alle proprie scelte affettive: «La distinzione tra matrimonio e unione registrata non può essere mantenuta oggi senza discriminare le coppie dello stesso sesso. Perché la separazione in due istituti legali esprime che le persone dello stesso sesso non sono uguali alle persone di sesso diverso». Queste le parole dell’alta Corte del paese alpino.

Non ci voleva molto per capirlo, in verità. Bastava fare una considerazione sullo stato dell’arte e un ragionamento di buon senso. Sulla prima: se in tutti i paesi in cui si sono approvate prima le unioni civili si è poi avviata una lotta per ottenere il matrimonio, è evidente che quell’istituto non era soddisfacente. In merito al secondo: se faccio passare una persona da una porta secondaria e un’altra da quella principale, sto facendo una discriminazione.

Discriminazione: è ciò che il nostro governo ha fatto con le coppie gay e lesbiche. E noi abbiamo festeggiato l’istituzionalizzazione di ciò che ci rende cittadini/e di serie B parlando di progresso e giustificando la cosa col fatto che prima non c’era nulla. Abbiamo fame, dateci le brioche, insomma. Poi, di quelle, ci hanno “concesso” le briciole. Che convengo, è sempre meglio della fame, ma non è su questi presupposti che si ottiene la piena dignità.

Anche il caso australiano ci insegna che le unioni civili e le convivenze registrate sono solo un palliativo rispetto alla sofferenza sociale da parte di una comunità che non vede riconosciuti – sia a livello simbolico, sia sul piano pratico – i propri affetti, il proprio progetto di vita e le tutele (doveri inclusi) che derivano da esso. Ci sarebbe da chiedersi, arrivati a questo punto, cosa sta facendo il nostro movimento rispetto alla classe politica che si avvia ad affrontare le prossime elezioni.

C’è da chiedersi quali azioni, quale contributo ai programmi elettorali e quali rivendicazioni troveranno cittadinanza dentro i partiti: Pd e sinistra in primis, che gli altri abbiamo capito essere solo compost (post)ideologico. Dubito che il partito renziano aggiungerà nuova linfa alla questione, ottenuto il suo scopo. E cioè: in un contesto che si avviava velocemente verso il matrimonio, dalle sentenze in Italia ai cambiamenti nel resto del mondo, si è voluto stoppare il processo concedendo il minimo sindacale, salvo poi azzoppare anche quello.

Tanto c’è poi il M5S – quel scintillante consesso di volpi! – a cui dare tutta la responsabilità, mentre i cattolici ringraziano ancora. Vediamo che accadrà nel cartello di Grasso, a questo punto. Ma la domanda è, appunto: il movimento Lgbt intanto che fa? Perché pare che ci si sia fermati a sgranocchiare i confetti o poco più. Eppure gli obiettivi non mancano: matrimonio egualitario, legge contro l’omo-transfobia, responsabilità genitoriale alla nascita, adozioni, regolamentazione della Gpa, politiche per la salute, depatologizzazione della transessualità… mandando in pensione, definitivamente, la legge Scalfarotto e le stepchild adoption.

Il piatto sembra essere ancora più ricco, insomma. Ma in questo panorama, ben poco confortante, emerge l’evidenza possibile: tutto il casino fatto tra il 2015 e il 2016 per mettersi al passo con l’Europa ci ha consegnato – di nuovo – ad essere gli ultimi della classifica, pochi mesi dopo. Insieme alla Svizzera e alla Grecia. Solo che lì, almeno, puoi adottare.


Dario Accolla

sì al diritto al #matrimonio per tutte e tutti in #Austria

Con sentenza emessa ieri, 4 dicembre 2017 e resa nota oggi, la Corte costituzionale austriaca ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della scelta del legislatore austriaco di prevedere l’istituto della Unione civile fra persone dello stesso sesso, in quanto prevedere un istituto distinto dal matrimonio viola il principio di uguaglianza (per il comunicato stampa della corte vedi qui).

Secondo la Corte di Vienna  la distinzione fra matrimonio (riservato a coppie di sesso diverso) e unione civile (riservato a coppie dello stesso sesso) è dunque discriminatoria e contraria al principio di uguaglianza.

La distinzione basata sull’orientamento sessuale assume peraltro rilievo anche in circostanze in cui l’orientamento sessuale non ha alcuna rilevanza e può esporre la coppia al pericolo, storicamente fondato, di subire discriminazioni.

Il trattamento delle relazioni fra persone di sesso diverso e delle relazioni fra persone dello stesso sesso con la previsione di due istituti distinti per condizioni sostanzialmente equivalenti, anche sotto il profilo della filiazione e dell’adozione, è in contrasto con il principio fondamentale di uguaglianza e con il divieto di discriminare la persona in ragione di condizioni personali quali l’orientamento sessuale.

Quando la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel 2015, dichiarò illegittimo il divieto di sposarsi, la definimmo in questo sito “la decisione più importante”. Anche la sentenza dei giudici viennesi rappresenta oggi un passaggio di grande rilevanza, perché per la prima volta l’illegittimità costituzionale del divieto di matrimonio viene sancito da una Corte costituzionale in un ordinamento di civil law, con la specifica indicazione di un diritto fondamentale al matrimonio per tutti e tutte.

Sinora tale tipo di decisioni era stata adottata soltanto da corti supreme in paesi di common law (Stati Uniti, Sud Africa ecc..), mentre le corti costituzionali continentali (Portogallo, Francia, Spagna..) avevano sempre rigettato le eccezioni  di incostituzionalità, limitandosi quindi ad affermare successivamente la legittimità della scelta del legislatore di aprire il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso. Da qui la dottrina aveva tratto la conclusione che l’indirizzo delle pur autorevoli corti supreme di common law non fosse esportabile nel Continente.

Da Vienna giunge oggi la smentita, a conferma forse che non avevamo avuto torto a rilevare, lo scorso luglio 2017, che la svolta legislativa tedesca che ha aperto il matrimonio, grazie alla grande influenza della dottrina giuridica tedesca, avrebbe impresso un’ulteriore accelerazione nel percorso e nei tempi verso il matrimonio egualitario in tutti i paesi che condividono pari attenzione ai diritti fondamentali (http://www.articolo29.it/2017/la-svolta-tedesca-imprime-unaccelerazione-anche-in-italia-alcune-ipotesi-sul-percorso-e-i-tempi-verso-il-matrimonio-egualitario/).

È inoltre quanto mai significativo che la legge italiana, che seguiva il cd. “modello tedesco” della Unione Civile, seguito nel 2016, quando fu approvata la Legge Cirinnà,  dalla Germania, dall’Austria e dalla Svizzera, sia oggi, dopo la legge tedesca di luglio e la sentenza della Corte costituzionale austriaca di ieri, esempio del tutto isolato, condiviso soltanto con la Svizzera e pochi altri paesi (peraltro non tutti inquadrabili nella nozione di paesi a civiltà giuridica affine alla nostra).

D’altra parte, la decisione austriaca, come quella tedesca, dimostra ancora una volta che l’introduzione nell’ordinamento di un istituto quale l’Unione civile, per quanto obiettivamente discriminatorio, non chiude affatto il discorso dell’uguaglianza, ma accelera anzi il cammino verso il suo pieno riconoscimento. Dunque errava chi (da destra e da sinistra) sperava o temeva che con la legge Cirrinà il discorso sull’uguaglianza e la cessazione delle discriminazione matrimoniale fosse chiuso: non è stato mai così aperto.

Il Bundesverfassungsgerichthof, sollecitato dal ricorso dell’avv. Helmut Gaupner (già difensore nel caso Maruko avanti alla Corte di giustizia e che ringraziamo anche per le informazioni che ci ha voluto fornire nelle scorse settimane), ha quindi stabilito che la sentenza avrà piena efficacia il 31 dicembre 2018, data alla quale la legge sull’unione civile (approvata nel 2009 e entrata in vigore nel 2010) e il matrimonio dovranno essere aperti tanto alle coppie di diverso che dello stesso sesso. Dunque, tutte le coppie avranno il diritto di scegliere se sposarsi o unirsi civilmente.


Per la ricostruzione in fatto della vicenda austriaca e per una prima valutazione delle motivazioni (in attesa di ulteriori approfondimenti) si rimanda alla nota e alla traduzione dell’ordinanza a cura di Roberto de Felice già pubblicata in questo sito in data 21 novembre 2017 (-http://www.articolo29.it/2017/i-dubbi-della-corte-costituzionale-austriaca-sulla-legittimita-giuridico-diverso-dal-matrimonio-riservato-alle-coppie-dello-stesso-sesso/).

la #Spagna verso la depatologizzazione della #disforia di #genere

Basta diagnosi che certificano una patologia, basta trattamenti, basta umiliazioni. La proposta di legge che è stata presentata al Parlamento spagnolo permetterà - qualora approvata - alle persone trans di cambiare sesso anagraficamente senza doversi dichiarare malate e senza l'autorizzazione di un medico. Anche i minori di età potranno richiedere il cambio dei documenti, con il sostegno dei genitori o di un giudice, e anche gli stranieri residenti avranno lo stesso diritto.

Tutti i gruppi parlamentari, escluso il Partito popolare che esprime un governo di minoranza, hanno approvato con 200 voti a favore e 128 contari che il progetto di legge si discuta in Parlamento. Cosa che avverrà martedì 5 dicembre mentre la votazione avverrà due giorni dopo.

Le associazioni che difendono i diritti Lgbt e, in particolare, la Piattaforma per i diritti trans hanno accolto con soddisfazioni questa iniziativa, che corregge la legge precedente del 2007: "La discriminazione che noi persone trans subiamo – ha detto la presidente Mar Cambrollé – non si combatte solo con il cambio di nome e di sesso legale: è provocata infatti dalla transfobia vigente nella legislazione, che non riconosce l'autodeterminazione, il diritto al proprio corpo e le varie espressioni di genere possibili”.

Proprio in questa direzione va la proposta che va in discussione in Parlamento: non sarà più necessario che una persona trans dichiari di essere malata per accedere al cambio di nome, al contrario di quanto succede ora che si richiede una diagnosi medica o psicologica che stabilisca la presenza di una disforia di genere curata per almeno due anni. In base alla nuova norma non servono altri requisiti all'infuori della “dichiarazione espressa della persona interessata del nome proprio e del sesso con cui si sente identificato/a”.

Non sarà obbligatorio essersi sottoposti a trattamenti chirurgici, ormonali, psicologici o psichiatrici, perché – secondo la deputata socialista María Dolores Galovart, relatrice della proposta - “lo Stato deve garantire che l'identità riconosciuta dalla società sia quella perecepita dalla persona”.

Questa facoltà di autodeterminazione sarà riconosciuta anche ai minori d'età che potranno richiedere il cambio di sesso sui documenti attraverso i propri genitori; se uno di essi o entrambi si dovessero opporre, il minore potrà ricorrere a un giudice per rivendicare il proprio diritto, sempre “nel superiore interesse del minore”.


Su questo punto il Partito popolare (Pp) ha espresso la propria contrarietà, anche se si è dichiarato disposto a discutere la legge per arrivare a una formulazione condivisa.

non è l’#antifascismo che può dare un’identità alla #sinistra

La sinistra non sa offrire ai suoi elettori una prospettiva politica credibile perché non ha una identità precisa, condivisa dalle diverse anime che la compongono. Per recuperarla, essa "si attacca anche all'usato sicuro dell'antifascismo", scrive Luigi Covatta su "Il Mattino" di Napoli. Ma è uno sforzo vano, improduttivo.

È inutile "rifugiarsi nella retorica del l'antifascismo", che né fotografa la realtà né tantomeno può fungere da surrogato per quelle idee che non si hanno. È una tesi fatta propria anche da altri commentatori (pochi in verità) che hanno messo in dubbio, nei giorni scorsi, che in Italia esista un'emergenza fascismo, così come presentata dai mezzi di comunicazione di massa: una vera e propria "bolla mediatica", l'ha definita Alessandro Campi su "Il Messaggero".

Nessuno dei commentatori è però andato alla radice storica della questione, che è opportuno qui ricordare. Il fatto è che effettivamente l'identità di buona parte della sinistra, soprattutto quella comunista, si è costruita, nell'Italia repubblicana, sull'antifascismo. In un'intervista concessa domenica scorsa a "La repubblica", sconsolato, Walter Veltoni si chiedeva: "Se togliamo la differenza tra destra e sinistra, o tra fascismo e antifascismo, cosa resta?".

È una domanda che tradisce, nella sua apparente ingenuità, il vero punto della questione: la sinistra ha oggi necessità di rassicurazioni, cioè di rassicurarsi prima di tutto sulla sua esistenza e sulla non inessenzialità della sua funzione nel mondo contemporaneo. Posta come la pone, la questione di Veltroni si richiama però a un passato che eludeva una questione di non poco conto: una questione che oggi più non può essere rimossa e che, ben posta, mostra la vanità di ogni tentativo di ritrovare da questa parte l'identità perduta.

Ciò che viene rimosso è il fatto che è più lecito parlare di un antifascismo generico, dimenticando che nel nostro paese sono esistite in modo consistente nel passato, ed esistono in modo meno rilevante oggi, forze antifasciste che non credono ai valori propri di una società aperta o liberale (e che perciò, per alludere a una nota boutade di Ennio Flaiano, sono "fasciste" a loro volta).

Storicamente l'antifascismo è servito in Italia per dare un collante comune alle forze che avevano dato vita, con diversi intenti, alla Costituzione repubblicana. Esso nei fatti era strumentale e serviva ad accreditare una forza che liberale non era ma che al processo di liberazione dal fascismo aveva dato un contributo non indifferente.

Oggi che quella forza più non c'è, non è più tempo di ipocrisie: non si può essere antifascisti senza essere contemporaneamente contro ogni potere illiberale o totalitario, a cominciare da quello comunista. Fare i conti con questa consapevolezza, non rimuoverla né rimpiangerla nostalgicamente, sarebbe perciò un passo sensato per le forze di sinistre. Servirebbe forse proprio a ben definire una nuova identità, che per forza di cose deve essere fondata su basi ideali del tutto diverse da quelle del passato.

Corrado Ocone

#BioTestamento, si accelera ancora

La conferenza dei capigruppo di palazzo Madama fissa l'iter del provvedimento. Probabile uso del canguro per ridurre il numero degli emendamenti da votare.

La parola d'ordine è "armonizzare". Il presidente del Senato e neoleader di Liberi e Uguali Pietro Grasso, uscito dalla riunione dei capigruppo, ha scelto di utilizzare questo verbo per far capire che si avvarrà di tutti gli strumenti regolamentari in suo possesso per accelerare ulteriormente il percorso del ddl sul biotestamento verso l'approvazione.

La decisione è arrivata alla fine della discussione generale, che tra interventi ostruzionistici e perdite scientifiche di tempo da parte degli "irriducibili" contrari al provvedimento, aveva già mandato in fumo una seduta. E siccome le sedute, in questo ultimo scorcio di legislatura, sono ormai col contagocce (sei o al massimo sette in tutto) nel tardo pomeriggio, quando è apparso evidente che con questi ritmi non si sarebbe andati a boccino, Grasso ha convocato una breve conferenza dei capigruppo che ha certificato il nuovo sprint sulla strada che dovrebbe portare il ddl a diventare legge dello Stato.

Il voto finale avrà infatti luogo, salvo imprevisti (da mettere sempre nel conto) giovedì 14 alle ore 13, con dichiarazioni di voto a partire dalle 11. Secondo la tabella di marcia messa a punto dalla riunione dei capigruppo, le giornate di martedì 12 e parte di quella di mercoledì 13 saranno dedicate alle votazioni degli emendamenti, con la previsione di un'eventuale seduta notturna per martedì 12, a causa della prevista informativa del premier Gentiloni sul vertice Ue, già fissata per il giorno successivo..

Resta ora da vedere quanto tempo prenderà l'esame degli emendamenti, che, secondo quanto sta emergendo dal lavoro degli uffici della commissione Bilancio, sono poco più di tremila. Di questi, circa 1200 sono stati ripresentati dalla Lega e oltre 1.500 da Ap, mentre da Fi sono arrivate circa 150 proposte di correzione. Il leader dei centristi Alfano ha ribadito la contrarietà di massima al provvedimento e la richiesta di entrare nel merito della discussione, mentre altri esponenti del suo partito utilizzavano toni più duri parlando di "deriva eutanasica". Resta però il fatto che il ministro degli Esteri ha confermato la libertà di coscienza per i suoi eletti di provenienza laica.

Altro strumento che probabilmente sarà utilizzato da Grasso è il contingentamento dei tempi, che a un certo punto dell'esame degli emendamenti abbatterà i tempi degli interventi per l'illustrazione. Quanto al ricorso al meccanismo del cosiddetto "canguro", consistente nel bypassare la votazione di emendamenti simili ad altri già bocciati, stando a quanto filtra dagli uffici di Palazzo Madama, questo dovrebbe portare il numero delle votazioni a circa 400, delle quali molte potrebbero essere segrete. La ripresa dei lavori, per il rush finale, è stata fissata per martedì 12 alle 11.

Mauro Bazzucchi

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