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mercoledì 16 maggio 2018

il Comune di #Roma censura il manifesto #stopaborto di #CitizenGo

"Alla fine è giunta la censura, Roma Capitale ha notificato ieri sera la diffida alla società concessionaria per la rimozione della campagna #stopaborto di CitizenGo". Lo fa sapere in una nota la stessa CitizenGo annunciando la nuova campagna, "con nuovi manifesti ed immagini sui social, sempre sotto l'hashtag #stopaborto, questa volta in occasione del 17 maggio, giornata internazionale contro l'omofobia".



Manifesti su cui, viene spiegato nella nota, campeggia una coppia che attende l'arrivo di un bambino e lo slogan 'I diritti civili nascono nel grembo materno'. "Per ricordare - viene spiegato - coloro che i diritti civili non li hanno mai avuti: i bambini abortiti".

Secondo quanto riferisce CitizenGo, Roma Capitale si è appellata "al comma 2 dell'articolo 12 del Regolamento della Pubblicità, che cita 'è vietata l'esposizione pubblicitaria il cui contenuto sia lesivo del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili...' un articolo che, per come è posto, - prosegue CitizenGo - mette in mano all'amministrazione comunale uno strumento di censura a tutti gli effetti, lasciando ampi spazi di interpretazione".

Secondo Filippo Savarese di CitizenGo, "la censura politica del Comune di Roma è un attacco senza precedenti alla libertà di espressione di chi difende la vita dal concepimento alla morte naturale. Di fatto, si dice che oggi non è lecito fare campagne contro l'aborto a Roma a pena di sanzioni amministrative. E' una violazione delle libertà costituzionali inaudita, che dimostra l'esistenza di un regime di pensiero sui temi bioetici che non tollera diversità di vedute". CitizenGo invita tutti i cittadini "indignati per questo scandalo ad essere presenti alla Marcia per la vita sabato 19 maggio a Roma (Piazza della Repubblica ore 15)".












non si scherzi sulla pelle delle #donne

"Non si scherzi sulla pelle delle donne!" Il manifesto apparso in queste ore a Roma è semplicemente osceno. Su sfondo nero spicca una frase che definire vergognosa è poco: "L'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo".
Si tratta di un'ennesima provocazione contro una legge dello stato, la 194, che lascia libera la donna di scegliere se proseguire o meno la gravidanza. Questa volta la campagna è portata avanti dalla Fondazione CitizenGO. Pochi mesi fa, invece, un altro manifesto, rimosso dalla sindaca Virginia Raggi, cercava di far sentire in colpa le donne che decidono di abortire. Come ha ben ricordato la Cgil nazionale, in Francia, fare pressioni di questo tipo è un reato.

Io dico giù le mani dalla 194, che è una legge di libertà, che tutela la salute della donna e che ha permesso di contrastare efficacemente l'aborto clandestino. Anche in provincia di Biella, di recente, sono spuntati dei manifesti ProVita. Ad appenderli è stata una donna, una sindaca. Il fenomeno inizia a diventare preoccupante. Chi fa pressioni indebite, rivendica il diritto a manifestare il proprio pensiero, ma più che altro, vista l'insistenza, sembra volerlo imporre. Vorrei ricordare che essere liberi di dire la propria, non significa offendere gli altri e intromettersi in scelte personali. E il manifesto anti-aborto insulta e cerca di far sembrare criminale ciò che invece non lo è, in un momento di fragilità.

Soprattutto, ritengo dannoso accostare un problema serio come il femminicidio, all'interruzione di gravidanza. Vorrei lanciare un appello a tutte le italiane che trovano offensivo il manifesto di CitizenGo: fate sentire la vostra voce. Non state zitte.

Al Salone del libro di Torino, ho dialogato con l'attivista delle Femen, Inna Shevchenko, che per le sue posizioni è stata anche in carcere. Lei ha detto qualcosa che condivido: "C'è chi vuole che le donne siano belle, sorridenti e soprattutto zitte." Invece è importante parlare, dire quello che ancora non va, rivendicare i propri diritti. Soprattutto è importante difenderli. Non diamoli per acquisiti. Come si conquistano, se non si presta attenzione, si possono anche perdere. Che il Comune di Roma rimuova i manifesti. Diciamo tutte insieme no a chi ci vuole riportare nel Medioevo.


Monica Cerutti

#Regeni : con nuovi video possibile un passo in avanti verso la verità

In queste ore al Cairo, dove sono arrivati ieri gli inquirenti italiani che indagano sulla morte di Giulio Regeni, sono iniziate le operazioni di recupero dei video delle telecamere di sorveglianza della metropolitana su cui è salito il ricercatore friulano la sera in cui venne rapito, il 25 gennaio del 2016.

A effettuare il recupero delle immagini è un team russo che ha sviluppato un software specifico per ripristinare file video sovrascritti, come avvenuto per quelli registrati il giorno della scomparsa di Regeni. Questo intervento permetterà l'acquisizione di un'enorme quantità di dati, circa 108 terabyte che saranno poi analizzati dagli esperti dei due pool investigativi dei due paesi.

Come chiesto dalla procura di Roma, le immagini estrapolate non riguarderanno solo il tratto compreso tra le stazioni Dokki, nel quartiere dove Giulio viveva e da dove fece l'ultima chiamata prima del sequestro, e El Bohoth, dove era diretto la sera del sequestro, ma l'intero percorso della linea 2 della metro, in un orario compreso tra le 19 e le 21. Ci vorranno 12 giorni per recuperare i video, che saranno consegnati al procuratore Sergio Colaiocco che sta portando avanti l'inchiesta a Roma. L'operazione, si spera, potrebbe esere utile a chiarire i "buchi" che fino a oggi hanno condizionato, limitato, l'indagine.

L'obiettivo della Procura capitolina è passare al setaccio le immagini per evidenziare l'eventuale presenza, in quel lasso di tempo, di qualcuno dei nove agenti della National Security coinvolti nell'inchiesta legata alla morte del ricercatore.

Sempre se i video delle telecamere di sorveglianza non siano stati manomessi. Il dubbio è legittimo visti i precedenti con gli inquirenti egiziani, compresi i tentativi di depistaggio e di intimidazione attraverso l'arresto di consulenti della famiglia Regeni e di attivisti impegnati sul caso. Come è avvenuto l'11 maggio, quando Mohamed Lotfy, fondatore della Commissione egiziana per i diritti e la libertà (Ecrf) è stato arrestato insieme alla moglie Amal Fathy e portati in carcere insieme al figlio di 3 anni. Lofty dopo alcune ore, avendo doppia nazionalità, egiziana e svizzera, è stato rilasciato con il bambino mentre Amal è stata trattenuta per aver pubblicato un video contro le molestie sessuali su Facebook.
Nelle immagini postate, Fathi criticava il sistema egiziano e le istituzioni nazionali ree di consentire violazioni dei diritti delle donne. Le accuse erano rivolte soprattutto ai servizi di sicurezza e alla banca Misr, dove racconta di aver avuto problemi.

Ma ciò che più pesa su questa giovane e coraggiosa attivista è l'essere la moglie di un consulente della famiglia Regeni. La mamma di Giulio, Paola Deffendi, ha avuto per lei parole di profonda preoccupazione e costernazione. Si è detta "molto inquieta" per il suo arresto, una donna innocente,madre di un bambino di tre anni. E nel giorno della Festa della mamma, oltre a ricordare il dolore di Paola, che ha perso un figlio nel modo più atroce possibile, vogliamo sostenere più che mai questa nuova battaglia di verità e giustizia.

"Ciò che è accaduto vuol dire che siamo molto vicini alla verità. Ma la verità non può essere pericolosa per chi la cerca" ha detto nel corso dell'incontro promosso dall'Associazione amico di Roberto Morrione dedicato a Giulio che si è svolto al Salone del libro di Torino nel giorno dell'apertura della Fiera al quale hanno partecipato anche Claudio Regeni, l'avvocato Ballerini e Beppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana.

"Sarei preoccupata per chiunque -ha aggiunto- e lo sono ancora di più per una donna, sapendo quello che possono farle."

Amal è accusata di terrorismo, un reato che in Egitto può portare all'ergastolo e alla pena di morte. Arrestata con il marito e il figlio, poi rilasciati perché hanno la doppia cittadinanza, egiziana e svizzera, è ora rinchiusa nel carcere femminile del Cairo.

Per Amal, per continuare a sostenere la campagna di verità e giustizia per Giulio Regeni, ho raccolto da mamma. Da donna, da giornalista, l'appello di Paola che ha chiesto di affiancarla nello sciopero della fame per chiedere la sua liberazione. I primi a rispondere, i ragazzi del collettivo Giulio Siamo Noi, che quotidianamente ricordano Giulio.

Noi operatori dell'informazione abbiamo, invece, il dovere di restare vigili e raccontare quanto avvenga in Egitto. Attraverso questo blog, intanto, la sottoscritta continuerà a fare pressione affinché anche le istituzioni italiane si facciano carico del caso e si impegnino affinché venga restituita la libertà a Amal Fathy.

Siamo tutti chiamati a animare una scorta mediatica per questa ennesima vittima del sistema giudiziario e di sicurezza egiziano. Come per Shawkan e per i Giulio d'Egitto che non conosciamo.

Antonella Napoli

   


in #Africa, pompini e #gay sono le ossessioni e le promesse da #presidenti

Basta pompini. È inutile girarci intorno: è questo il raffinato messaggio di Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda. “La bocca è fatta per mangiare, non per il sesso” ha spiegato l’illuminato politico (molto apprezzato dalla Lega Nord italiana), aggiungendo che questa pratica sessuale sarebbe stata introdotta nel paese da non meglio identificati “stranieri“. Insomma, anche il sesso orale è descritto come “unafrican” (non africano), esattamente come l’omosessualità. E allora dovremmo ricordare a Museveni che la bocca è fatta davvero per mangiare, e non per dire simili stupidaggini.


“Homosexuality is not an issue”

Intanto, dopo che la premier britannica Theresa May ha lanciato l’invito a cancellare le leggi coloniali che criminalizzano i rapporti tra persone dello stesso sesso, due presidenti africani hanno dichiarato che l’omosessualità “is not an issue” nel loro paese. Questa stessa espressione, però, aveva un significato ben diverso nei due casi.

Per il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, l’omosessualità “is not an issue“, non è una questione all’ordine del giorno: il capo di stato ha spiegato che non ha intenzione di impegnarsi “su un tema che non ha nessuna importanza per il popolo della repubblica del Kenya“, dal momento che le attuali leggi (fino a 14 anni di carcere per chi pratica “sodomia”) “hanno il sostegno del 99% delle persone, indipendentemente dalla comunità a cui appartengono“. Per Kenyatta l’omosessualità è “inaccettabile e sgradevole“, contraria alla cultura e alle leggi keniote e non c’entra nulla con i diritti umani.


Libertà per LGBT in Gambia?

Anche il presidente del Gambia, Adama Barrow, ha detto che l’omosessualità “is not an issue” nel proprio paese, ma in questo caso voleva esprimere un concetto ben diverso da Kenyatta: per lui semplicemente non è un problema. Questo capo di stato ha descritto un paese dove non importa se sei etero o gay e in cui tutti possono vivere tranquillamente. Peccato che abbia descritto un paese che non c’è: in Gambia continua a essere in vigore la legge voluta dal predecessore di Barrow, il dittatore ferocemente omofobo Yahya Jammeh, che punisce i rapporti tra persone dello stesso sesso con l’ergastolo.

Barrow ha comunque promesso riforme anche costituzionali per garantire diritti fondamentali, libertà e uguaglianza per tutti i cittadini. Parole che hanno scatenato grandi polemiche sui social network: per molti internauti le parole del presidente sono semplicemente inaccettabili. Eh già, il Gambia gay-friendly di Barrow è un paese che non c’è, ma che forse lui contribuirà a costruire.


Pier Cesare Notaro







   

#donna e mulatta all’adunata degli #alpini : note dal margine

Maggio 2018. Trento, sicura, silenziosa, regina di decoro urbano, si prepara ad accogliere 600mila militari e simpatizzanti smaniosi di sfilare per giorni a passo di marcia. Da settimane la città è in fermento: i camion di bitume rompono i silenzi notturni, squadre di pompieri vengono arruolate per onorare la patria e adornare le facciate di bandiere tricolore. Anche la bella e ormai succube sede di sociologia si veste a festa e dà il benvenuto agli alpini. Allora via le bici, disinfetta i parchi da migranti e accattoni, scattano ordinanze su ordinanze speciali.

10 maggio: è tutto pronto. La città è luccicante e disposta a delegare interamente l’ordine pubblico all’organizzatissimo Corpo degli Alpini, legittimati in ogni loro azione dal semplice essere forze dell’ordine e, di conseguenza, affidabili, solidali, caritatevoli rappresentanti dell’ordine costituito. Il capoluogo si trasforma in cittadella dell’Alpino e, come per ogni grande evento, il capitalismo si traveste per l’occorrenza e, subdolo, si appropria di ogni cosa. Chiudono le università, chiudono le biblioteche, chiudono gli asili nido.

Ogni via si riempie di uomini in divisa, penne nere, fiumi di alcol, cori e trombe. Diventa labirinto inaccessibile e sala di tortura per qualsiasi corpo che non risponda alle prerogative di maschio, bianco, eterosessuale (ah, non deve avere coscienza critica, questo è chiaro). Diventa impraticabile e pericolosa per me che sono donna e mulatta, esposta in maniera esponenziale a continue aggressioni verbali e fisiche che intersecano razza e genere, dando vita a una narrativa vissuta e rivissuta mille volte nei più svariati contesti.

A chi importa il tuo vissuto? A chi importa da dove vieni? A chi importa chi sei? Chi si ricorda di avere davanti una persona? A chi importa?

Il colore della tua pelle, i ricci ribelli, i lineamenti, l’espressione di genere sono un passe-partout per aprire le fogne, etichette incollate su ogni parte del mio corpo che legittimano qualsiasi forma di violenza razzista e sessista. Non serve altro: il discorso d’odio è servito, è tutto normale, dall’alto del privilegio maschio e occidentale è tutto consentito. Ogni angolo di quell’immenso e pericoloso formicaio era per me trappola e luogo di resistenza, i miei tratti somatici mi tradivano in continuazione, l’autodifesa mi teneva in vita, sempre vigile e attenta.

Al tavolo di ogni bar, a ogni incrocio, si poteva captare l’affanno delle poche sinapsi di branchi di energumeni messe sotto sforzo per portare avanti una discussione che puntualmente veniva condita da una frase come: “‘Sti negri de merda“, “Non sono razzista, ma…“, “Andassero tutti a casa loro“, “Gli ammazzerei tutti“, “Tira fuori le tette“, “Bella gnocca, vieni qua”… Qualche camionata di insulti ai venditori ambulanti, che corazzati da anni di resistenza continuavano imperterriti il loro lavoro, e poi via: un altro rosso, prego, che la festa continui!

Mi sono sentita ingiustamente violentata e impotente. Violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dall’esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali.

Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle “loro (bianche) donne” mi è stata solidale. Le istituzioni, complici, si sono girate dall’altra parte e con tranquillità si sono fatte servire un vino al tavolo dell’aggressore.

Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo “Che bela moreta, fammi un pompino” o semplicemente “Non mi faccio servire da una marocchina“: tutto normale, tutto concesso, nobilitato dalla posizione di “salvatore della patria”, corpo solidale in caso di calamità naturale. Tutti sembravano non voler ricordare che machismo e razzismo vengono esercitati da qualsiasi corpo, tanto più se privilegiato e paramilitare.

Questi quattro giorni sono stati la cartina tornasole dell’aria che si respira a livello nazionale, dell’ansia che ogni corpo di donna o di negra sente quotidianamente nell’attraversare lo spazio pubblico, delle ondate razziste e sessiste che attraversano il paese, ma non lo scuotono, che si insinuano silenziose nel discorso politico-istituzionale di ogni giorno.

Io, come moltissime altre, non ci sto!

Non sono disposta a dover lasciare la città perché non è per me spazio sicuro, non sono disposta a delegare la mia sicurezza a gruppi di militari maschi e testosteronici, non sono disposta a sorridere e lasciare correre “perché in fondo si scherza“, non sono disposta a essere complice della vostra lurida violenza quotidiana con il mio silenzio, non sono disposta a tutelare il buon costume della vostra civiltà, rispettosa solo con chi rientra nei canoni imposti. Non sono più disposta ad agonizzare sanguinante e invisibile perché voi possiate marciare in pace sul mio corpo e onorare la vostra patria.


Siamo stanche e arrabbiate. Non ci sarà più nessuna aggressione senza risposta, nessun silenzio complice.


   

#LGBT : ecco le mappe che mostrano un #mondo sempre più diviso

Ma da che parte sta andando il mondo? È una domanda che ci facciamo spesso quando parliamo di diritti delle minoranze sessuali e di accettazione delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali). C’è chi è ottimista, ricordando per esempio il numero crescente di stati che riconoscono il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali. E c’è chi è pessimista, perché punta lo sguardo sulle persecuzioni crescenti nell’area ex sovietica e in molti paesi a maggioranza musulmana. La risposta giusta è che hanno tutti ragione: il mondo è sempre più diviso.

Il Williams Institute, l’istituto di ricerca dell’Università di California che studia le leggi e le politiche pubbliche relative a orientamento sessuale e identità di genere, ha creato un indice di accettazione delle persone LGBT e ha analizzato 141 paesi di tutto il mondo. La scoperta è che, dal 1980 a oggi, è cresciuta in maniera impressionante la polarizzazione: in altre parole, i paesi dove la diversità sessuale era già più accettata sono diventati ancora più aperti, mentre i paesi meno tolleranti sono sprofondati ancora di più nella loro avversione nei confronti delle minoranze.

Europa e America

L’Europa non solo è il continente che accoglie meglio la diversità sessuale, ma anche quello in cui questa accoglienza è cresciuta di più tra il quinquennio 2004-2008 e quello 2009-2013. Tutti i primi 14 paesi più LGBT-friendly sono europei (i primi 5 posti sono conquistati da Islanda, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Andorra) e anche tutti e 5 i paesi dove l’apertura è cresciuta di più. Le cose non sono andate male neppure in Italia, passata dal 28° al 26° posto. Eppure non va tutto bene: nei Balcani, in Russia, in Ucraina e in Bielorussia l’accettazione è scesa.

In America lo stato più accogliente è l’Uruguay, 15° a livello mondiale. Nel continente l’accettazione per le minoranze sessuali in generale è rimasta stabile ed è cresciuta solo in 7 paesi: Argentina, Canada, Cile, Panama, Repubblica Dominicana, Stati Uniti e Uruguay.

Africa e Asia

Capo Verde è invece il paese dove le persone LGBT sono più accettate in Africa: il piccolo stato insulare è al 16° a livello mondiale. È anche l’unico stato del continente, insieme alla Namibia, ad aver registrato un miglioramento. La situazione, invece, è peggiorata in quasi tutti gli altri paesi ed è precipitata in particolare in Ghana e in Kenya.

In Asia, infine, il paese più LGBT-friendly sono le Filippine. Il più grande continente del mondo accoglie i 4 stati meno tolleranti, cioè, partendo dal peggiore, Azerbaijan, Georgia, Arabia Saudita e Bangladesh. Solo 4 stati hanno registrato miglioramenti: Filippine, Giappone, Israele e Taiwan. Altrove il peggioramento è stato particolarmente vistoso.

Pier Cesare Notaro





sabato 5 maggio 2018

Karl #Marx ... duecento anni e non sentirli

Duecento anni fa, il 5 maggio 1818, nasceva a Treviri (Germania) Karl Marx . Di seguito un mio scritto sugli aspetti attuali del suo pensiero, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).

Nel modo in cui si presenta l'attuale fase di sviluppo del capitalismo su scala globale, alcune delle categorie e delle intuizioni marxiane possono rivelarsi ancora utili nella comprensione di fenomeni sociali ed economici complessi. Per non limitarci ad enunciazioni di principio, facciamo qualche esempio.

Il cuore della critica marxiana delle forme di sfruttamento nelle società capitalistiche è quello che affronta il tema della mercificazione del lavoro e dell'appropriazione, da parte dei capitalisti, del cosiddetto pluslavoro, inteso come frazione di salario non corrisposto al lavoratore.

Il lavoro, nelle società capitalistiche, al pari di ogni altra merce, ha un suo valore d'uso, vale a dire un suo grado di utilità per la società e l'economia, oltre che, di conseguenza, un suo prezzo (valore di scambio), nel quadro delle relazioni di mercato. Questi due fattori furono definiti da Marx anche come sostanza di valore e grandezza di valore.

"L'utilità di una cosa ne fa il suo valore d'uso."

(Marx, Il Capitale, libro I)

"Le merci vengono al mondo in forma di valori d'uso o corpi di merci, come ferro, tela, grano, ecc. Questa è la loro forma naturale casalinga. Tuttavia esse sono merci soltanto perché sono qualcosa di duplice: oggetti d'uso e contemporaneamente depositari di valore."

(Marx, Il Capitale, libro I)

La fonte del profitto nella società capitalistica è dunque data dal cosiddetto plusvalore, a sua volta il prodotto della differenza tra il lavoro impiegato per una data produzione e quello necessario alla riproduzione della forza- lavoro.

Il capitalista acquista la forza - lavoro come qualsiasi altra merce, ad un valore che è quello necessario alla sussistenza del lavoratore. Tale valore costituisce il cosiddetto salario. Per un dato numero di ore, il lavoratore lavora pertanto per il suo salario, per il tempo restante per il profitto del datore di lavoro.

"Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro, non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell'uomo."

(Marx, Lavoro salariato e capitale)

Marx, prima nei Grundrisse poi nel Capitale, aveva affrontato, non senza accuratezza, la questione dell'applicazione delle macchine al processo produttivo, chiarendo che tale evenienza stava alla base, inevitabilmente, del tendenziale risparmio dei tempi di lavoro e, di conseguenza, ma solo nell'immediato, di una straordinaria massimizzazione dei profitti.

A lungo termine però, un aumento progressivo degli investimenti sul capitale fisso (macchine), a scapito del capitale variabile ( i salari degli operai), essendo quest'ultimo la fonte principe di estrazione del plusvalore, avrebbe determinato una tendenziale caduta dei profitti (Caduta tendenziale del saggio di profitto). Non solo. Rimanendo sul punto, Marx aveva anche svelato come l'uso strategico delle macchine, favorendo un aumento dei volumi di produzione, un accrescimento dell'offerta di beni sul marcato, avrebbe determinato, come conseguenza, una diminuzione del valore di scambio di quest'ultimi. Quindi una diminuzione dei profitti.

Caduta dei profitti e contrazione dei consumi starebbero alla radice delle crisi cicliche del capitalismo. Crisi di sovrapproduzione, di sovrabbondanza di beni.

Per quanto attiene alle cosiddette "previsioni" di Marx, quella che più di altre ha stupito, per lucidità e fondatezza, è sicuramente quella relativa alla tendenza del capitalismo a globalizzarsi e ad accentuare la sua componente finanziaria. Proprio le recenti crisi che hanno investito il capitalismo mondiale, a partire dalla cosiddetta "bolla americana", stanno a dimostrare come le turbolenze in ambito finanziario incidano sull'economia produttiva.

"A misura che la produzione capitalistica, che va di pari passo con l'accumulazione accelerata, si sviluppa, una parte del capitale viene calcolata ed impiegata unicamente come capitale produttivo di interessi."

(Marx, Il Capitale, libro III)

Queste quattro grandi questioni - reificazione e sfruttamento del lavoro, uso strategico e massivo della macchina e ciclicità delle crisi, mondializzazione e finanziarizzazione dell'economia - rivestono tutt'oggi una straordinaria rilevanza. Sono ancora alcuni dei termini più pregnanti dell'attualità politica, a prescindere dalle interpretazioni e dai giudizi che se ne danno.

Applicando i concetti, le categorie, fin qui fugacemente richiamate alla realtà del mondo contemporaneo, ai problemi sociali ed economici del nostro tempo, ci accorgiamo ordunque che gli stessi possono contribuire, molto più di quel che si pensi, ad illuminare il cammino della politica.

Il capitalismo, nello stadio attuale, sebbene globalizzato, fa i conti con la "limitatezza del mercato": non siamo più nell'epopea fordista, in cui predominava un'idea di mercato illimitato, da riempire di beni di consumo. Al contrario è la saturazione del mercato lo spettro principale che hanno davanti le grandi imprese multinazionali.

Questa circostanza, unita all'ipertecnologizzazione ed all'informatizzazione dei processi produttivi – agli investimenti sempre più massicci sul capitale costante, per dirla con Marx - ed alla concorrenzialità della manodopera dei paesi in via di sviluppo, sta alla base di una tendenziale, epocale, caduta del valore d'uso (Utilità relativa per il sistema produttivo) e, di conseguenza, del valore di scambio (Salario) della merce lavoro nei paesi capitalistici avanzati.

È vero che il valore d'uso della forza- lavoro è dato, in Marx, essenzialmente dalla sua capacità fisica di soddisfare esigenze di produzione di beni, perciò il suo valore di scambio nel fabbisogno alla sua riproduzione, ma nel valore di questa particolare merce, seguendo proprio il ragionamento marxiano, c'è anche quello che chiamerei il suo grado di indispensabilità per l'impresa, la sua utilità in rapporto al fabbisogno di manodopera in un dato momento e in un dato contesto.

Come un altro qualsiasi oggetto, sebbene molto speciale, il lavoro, nel quadro delle economie mercatiste, ha un suo grado di utilità nel soddisfare bisogni sociali e produttivi ed, al tempo stesso, un suo valore di mercato, un suo prezzo.

Per quanto speciale, come lo stesso Marx aveva chiarito, il lavoro, in questo tipo di società, è, a tutti gli effetti, una merce, di consumo e di scambio. Se allora per qualsiasi altra merce il valore d'uso consiste nella sua capacità di soddisfare determinati fabbisogni, nel caso della forza-lavoro tale fabbisogno può essere identificato anche con la domanda di manodopera.

"La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane raccolta di merci e la singola merce si presenta come sua forma elementare."

(Marx, Il Capitale, libro I)

I fenomeni che ho prima richiamato, tipici dell'attuale fase di sviluppo delle economie capitalistiche mature, sono alla base, come dicevo più indietro, di una sostanziale riduzione del valore d'uso, o, se si vuole, del grado di indispensabilità del lavoro, inteso sia in senso assoluto come tempo necessario nei cicli produttivi, sia in senso relativo come offerta di lavoro sul mercato.

La riduzione dell'utilità assoluta e relativa del lavoro ha, com'è facile immaginare, una ricaduta negativa sul corrispondente valore di scambio dello stesso, sul suo prezzo di mercato, che chiamiamo salario. Ma anche sul suo valore sociale, con pregiudizi, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei livelli di sicurezza nei luoghi di lavoro.

La conseguenza pratica di questo stato di cose è, in primo luogo, un aumento dei livelli di sfruttamento e di dipendenza del lavoratore dal potere dell'impresa. Secondariamente la contrazione dei salari e, nel caso della delocalizzazione extranazionale della produzione, il depauperamento delle economie interne.

L'inedita possibilità di delocalizzare segmenti sempre più significativi della produzione da parte dei grandi gruppi industriali, costituisce da un lato una forma di beneficio diretto per quest'ultimi, dall'altro un fattore di deterrenza sul piano interno, da giocare in sede di negoziazione salariale e di ristrutturazione aziendale.

E che cos'è la tendenza all'abbattimento dei costi del lavoro, anche attraverso la delocalizzazione dei siti produttivi, se non il rimedio alla parabola discendente del saggio di profitto, determinata dai mutamenti nella composizione del capitale e dal fenomeno della sovrabbondanza di merci in rapporto alle dimensioni del mercato? Forse, o certamente, questa legge non spiegherà, come Marx invece pensava, di che morte morirà, o potrebbe morire, il capitalismo, ma ci aiuta a comprenderne l'intimo funzionamento.

A tutto ciò è legata infine, in termini sistemici, la questione della forza- lavoro eccedente, il problema della disoccupazione. A proposito di quest'ultima, Marx aveva parlato di esercito industriale di riserva, quella variabile che, nelle economie capitalistiche, insieme ad altri fattori, consente di tenere i salari a livelli di sussistenza ed a garantire la riproduzione del plusvalore, quindi dello stesso sistema capitalistico.

"Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell'accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d'esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest'ultimo l'avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione».

(Marx, Il Capitale, libro I)

Si può dire che nelle nostre società gli alti tassi di disoccupazione non sono funzionali al contenimento della dinamica salariale? Che, insieme al deterrente della delocalizzazione, la pressione della disoccupazione di massa non compensa la tendenza alla perdita di profitto? A queste domande risponderei così: questo non è il pensiero di Marx, ma la realtà del capitalismo, che Marx ha contribuito a disvelare, a descrivere, semplicemente a descrivere.

Bassi salari, precarizzazione dei rapporti di lavoro, abbassamento dei livelli di sicurezza nelle fabbriche, disoccupazione di massa, rappresentano pertanto i termini principali dell'attuale questione sociale, la cui lettura, senza dubbio, è facilitata dal ricorso a talune categorie marxiane, come quelle che abbiamo testé esaminato.

Rispetto alla società industriale degli albori, che Marx aveva analizzato da vicino, le uniche questioni davvero nuove sono che anche il lavoro intellettuale, specializzato, è stato assorbito dalla spirale della mercificazione e che la dipendenza dal potere dell'impresa si presenta sempre più sotto forma di rapporti di lavoro precari.

Anzi, proprio la precarizzazione del lavoro, che poi si tramuta in precarizzazione dell'esistenza, costituisce il prolungamento storico dei rapporti di lavoro alienati di cui Marx aveva ampiamente parlato nella sua opera, l'esito fatale della loro evoluzione.

Letteralmente col termine alienazione Marx indicava la condizione dell'operaio salariato, che, in regime capitalistico, è estraniato dal processo produttivo che lo riguarda e dallo stesso prodotto del lavoro: egli era, ed è, condannato a produrre beni che non gli appartengono, a produrre non per se stesso ma per gli altri. Una condizione che finisce per estraniarlo da se medesimo, dalla sua essenza, perché il suo lavoro non è libero e costruttivo, come lo era per i vecchi artigiani, bensì obbligato, meccanico, spersonalizzato.

L'alto livello di precarizzazione del lavoro nelle nostre società, aumentando i livelli di dipendenza del lavoratore, manuale o dell'intelletto che sia, dal potere dell'impresa e, per certi versi, dagli stessi beni che è chiamato a produrre, costituisce il fondamento di una forma ancora più micidiale di alienazione, di estraniamento da se stessi, dalla propria essenza sociale.

Alla produzione di beni per gli altri, alla tradizionale forma di estraniazione rispetto al proprio lavoro, nella nostra epoca, si aggiunge, pertanto un altro elemento alienante: il lavoro in forma precaria, ansiotica; ultima frontiera dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che aliena l'individuo dalla sua vita, dal suo futuro.

Come non convenire allora sul fatto che alla base di tali questioni c'è quello che definirei il nodo principale degli assetti socioeconomici capitalistici: il fatto che il lavoro sia assimilato ad una qualsiasi altra merce: che tutte le relazioni sociali tendono a mercificarsi, con pregiudizio della dignità e della libertà dell'uomo? Che il lavoro salariato sia condannato a produrre ricchezza per gli altri, in misura inversamente proporzionale alla sua valorizzazione sociale?

E che dire poi, rimanendo sulle eredità spendibili del pensiero di Marx, delle crisi periodiche del capitalismo e degli effetti dell'economia speculativa, finanziaria, su quella reale? Anche su questo versante il filosofo tedesco aveva visto giusto, così come aveva visto giusto con riferimento alla concorrenza tra operi, sia sul piano interno che su quello extranazionale, a tutto vantaggio dell'impresa.

Vale la pena, tal riguardo, riportare un passo dello stesso Marx, la cui attualità è sorprendente:

"Su 1000 operai di uguale qualifica determinano il salario non i 950 occupati, ma i 50 disoccupati. Influsso degli irlandesi sulla condizione degli operai inglesi e dei tedeschi sulla condizione degli operai alsaziani (...)"

(Marx, Lavoro salariato e capitale)

Parafrasando, potremmo dire influsso degli operai serbi, o polacchi, sulla condizione degli operai italiani. Un questione di stringente attualità! Che rimanda, oggigiorno, al tema della delocalizzazione della produzione, la strada per beneficiare di costi di manodopera più bassi e di più bassi livelli di sindacalizzazione della forza lavoro, nei paesi emergenti o in via di sviluppo. Insomma ancora al tema dello sfruttamento del lavoro salariato e del valore mercantile del lavoro.

Potremmo stare a lungo su questi argomenti, ma una loro trattazione più approfondita costituirebbe il contenuto di un altro volume. Per il quale sarebbero necessarie competenze specialistiche, in materia economica, che chi scrive francamente non ha.

Possiamo però concludere con una constatazione: nelle società capitalistiche ancora c'è molto cammino da fare sul terreno della mediazione tra uguaglianza formale ed uguaglianza sostanziale dei cittadini. L'intuizione marxiana sulla contraddizione tra uguaglianza nello Stato e disuguaglianza nella società in regime capitalistico, costituisce ancora oggi un punto cardine per la critica degli squilibri nelle nostre società.

Non per negare, come aveva fatto Marx, una funzione livellatrice dello Stato, ma, al contrario, per incoraggiarla. Per sostenere politiche di trasformazione dell'esistente, volte a liberare dalla spirale mercantile quegli spazi, qui beni, che attengono alla sfera della libertà e della dignità dell'uomo. Tra questi innanzitutto il lavoro, il terreno su cui si misura il grado di realizzazione della persona umana, la sua libertà, la sua indipendenza.

Fino a quando il lavoro sarà assimilato ad una qualsiasi altra merce, da scambiare e trattare al pari di ogni altro bene nel quadro delle relazioni di mercato, non si potrà dire che una società è pienamente libera e democratica.

Finché il valore del lavoro sarà calcolato come valore d'uso e di scambio, secondo il criterio capitalistico già esaminato, e non in base alla sua funzione sociale, in quanto attività nella quale, contribuendo alla crescita dell'intera società, l'uomo realizza se stesso, non si potrà parlare di libertà piena e sostanziale con riferimento alle nostre società.

Rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, costituisce tutt'ora un debito della politica nei confronti della società. Di tutte le società. Nondimeno il problema che abbiamo oggi è proprio il dileguamento della politica, l'assenza di grandi progetti di cambiamento, sostenuti da una visione del mondo larga e prospettica.

Non mi riferisco a dottrine millenaristiche, a nuove concezioni escatologiche dello sviluppo storico, ma a concreti programmi di riforma dell'esistente, intorno ai quali organizzare, mobilitare, larghi strati della società, su cui fondare un'azione di governo autenticamente riformatrice.

E in questo, ancora Marx può venirci in soccorso, quando ci ricorda che l'economia politica sbaglia a considerare immutabili, oggettive, le leggi dell'economia capitalistica, poiché le stesse, così come sono realizzate dell'uomo, così dall'uomo possono essere cambiate.

Oggigiorno termini come riformismo, riformatore, sono largamente abusati nel linguaggio della politica. In realtà il ricorso ad essi è sempre più un modo per colorare foschi propositi di scardinamento delle principali conquiste dello Stato sociale, di destrutturazione del carattere universalistico dello stesso. Propositi dietro cui si cela una rinnovata preponderanza dell'economia e della finanza sulla politica, sulla capacità autonoma di quest'ultima di imprimere direzioni diverse al corso delle cose.

Molto spesso si è portati, anche per effetto della singolare temperie in cui siamo immersi, a pensare che la politica sia l'amministrazione della cosa pubblica, le tante e, spesso, strampalate alchimie elettoralistiche per arrivare al governo del paese, delle regioni, dei comuni. Altre volte pensiamo che far politica sia un modo per raccogliere il consenso nelle tornate elettorali, attraverso il cosiddetto rapporto con la gente ovvero uno dei tanti sbocchi professionali per portare a casa uno stipendio.

I partiti, quelli di massa che abbiamo conosciuto nel corso del novecento, non esistono più: sono stati sostituiti da simulacri di partito politico, dietro cui predominano soltanto le carriere personali dei leader ed il loro rapporto diretto con la massa elettrice, naturalmente passiva ed amorfa. In questo quadro la sovranità popolare è sempre più il paravento dietro cui mascherare l'insofferenza verso ogni forma di regola democratica, nei partiti come nei vari livelli di rappresentanza istituzionale e di governo.

Orbene: non sono in grado di dire se un ritorno alle forme di organizzazione della politica del passato sarebbe la via giusta, per porre rimedio al degrado attuale. Né se le attuali forme di organizzazione della società consentano una cosa di questo genere. Certamente è auspicabile che la politica, per una sinistra da reinventare, da rifondare, si riappropri della sua funzione storica essenziale, vale a dire quella di sfidare la corrente, di tentare l'impresa quotidiana di cambiare il corso delle cose, che non è per niente naturale, oggettivo, come i difensori dello status quo ci ricordano incessantemente. Per una sinistra del terzo millennio nulla può essere oggettivo, naturale, al di fuori della libertà e della dignità dell'uomo.

Come ha fatto correttamente osservare Mario Tronti, in suo libro intitolato La politica al tramonto, il tratto distintivo della politica moderna è stata la sua autonomia, il suo rapporto "agonico", conflittuale, con l'economia e le sue leggi. Ma anche la sua capacità di scendere a compromessi, di trovare forme di mediazione col potere economico.

Nel secolo trascorso l'autonomia della politica si è inverata nell'esercizio collettivo, attraverso i partiti di massa, di una critica dell'esistente, nel conflitto tra visioni diverse, antitetiche, del mondo, tra differenti progetti di società. Il conflitto appunto. Proprio questa categoria si deve recuperare, rivalutare, per capire la funzione che la politica ha svolto lungo tutto un secolo, per cambiare lo stato di cose presente.

Senza conflitto, senza dialettica tra distinte opzioni programmatiche e visioni del futuro, senza l'appartenenza ad un campo anziché ad un altro, non c'è politica. Piuttosto c'è politicantismo, carrierismo, fredda amministrazione della cosa pubblica, subalternità al potere economico. Esattamente quello che succede oggi nelle nostre società, dove, con la politica al crepuscolo, le differenze tra le varie soggettività in campo sono assolutamente fittizie, tutte facilmente ricomponibili nell'ambito della comune appartenenza al partito della conservazione dell'esistente.

Ma una politica autonoma ha bisogno, oltre che di forme organizzative adeguate e chiari punti di vista sulle questioni dirimenti dell'attualità, di strumenti di analisi che consentano di inquadrare la propria azione nell'ambito di una visione generale dei rapporti di forza in campo e di un'idea condivisa della prospettiva storica.

Il materialismo storico, nonostante tutto, è stato questo: un'intuizione generale della dinamica storica, il tentativo di universalizzazione della lotta del proletariato industriale. Abbiamo ampiamente detto a proposito degli elementi fallaci di questa concezione del mondo, ma, per rimanere al tema, tra le categorie da essa desumibili, che ancora oggi potrebbero avere una loro validità, c'è sicuramente quella del conflitto.

Tener conto della dinamica conflittuale delle relazioni sociali, significa pensare alla politica sia come parte del conflitto sia come luogo delle possibili mediazioni. La differenza con la filosofia marxiana della storia consisterebbe nel riconoscere alla politica una capacità di sintesi nel processo dialettico, in luogo di un suo improbabile superamento, per come Marx l'aveva postulato. Ciò nonostante l'elemento della conflittualità rimarrebbe alla base della lettura dei rapporti economici e sociali nelle nostre società.

D'altro canto che il conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione sia stato alla base delle più grandi trasformazioni sociali, politiche ed istituzionali dall'antichità ai giorni d'oggi è ampiamente acclarato, com'è nondimeno acclarato che ad ogni rottura rivoluzionaria sia seguita la trasformazione delle forme del potere politico e non il loro superamento.

Ciò che resta delle analisi, delle intuizioni, delle categorie marxiane, può allora, insieme agli spunti di altre e più attuali teorie critiche della modernità, costituire il nutrimento per l'elaborazione di una nuova cultura politica antagonistica, di supporto alla sinistra del terzo millennio.

Il comunismo andrà sicuramente indagato, ulteriormente studiato, compreso nella sua complessità, con la stessa lucidità e lo stesso distacco che connotano gli studi su altri fatti storici, quelli ormai slegati dai termini dell'attualità politica. Di più: liberare la ricerca storica sul comunismo dai fumi del pregiudizio politico, a vent'anni ormai dalla rovina dell'Unione sovietica, sarà più che mai importante, indispensabile. Anche per restituire ad una vicenda lunga e problematica, che, in ogni caso, ha segnato la storia mondiale del secolo che abbiamo alle spalle, le verità che una certa storiografia, troppo condizionata dalla pressione del politically correct, le ha inopinatamente negato.

Luigi Pandolfi


sempre più #uomini etero provano rapporti #gay

Tramite una ricerca condotta su 24.000 studenti universitari, uno studio americano ha evidenziato come la maggior parte degli etero abbia provato rapporti gay.

Sempre più persone vivono esperienze gay, nonostante si identifichino come eterosessuali. Questo dato emerge da una ricerca americana, pronta a evidenziare come quasi un uomo su otto - e una donna su quattro - abbia avuto incontri sessuali con partner dello stesso sesso, senza per questo autodefinirsi omosessuali o anche bisessuali.

I risultati emergono dalla ricerca condotta su oltre 24.000 studenti universitari. Lo stesso coautore dello studio, il direttore del corso di laurea in sociologia presso l'Università della Carolina del Nord, Arielle Kuperberg, ha chiarito al quotidiano britannico Metro UK che fare esperienze erotiche diverse non altera il proprio orientamento sessuale. In particolare, ha affermato: "Non tutti quelli che hanno rapporti omosessuali sono segretamente gay. [...] C'è una grande disconnessione tra ciò che le persone hanno detto in merito al loro orientamento sessuale e le loro azioni".

Sempre secondo lo studio, vi sono due ragioni principali che spingerebbero a tentare una notte di passione con un partner dello stesso sesso. La prima è il voler provare una nuova esperienza nonostante la convinzione della propria identità sessuale; il secondo fattore, invece, riguarda la capacità di provocare eccitazione nelle altre persone dello stesso genere.

Si ricorda come in passato siano stati condotti studi simili. Ad esempio, nel 2016 uno studio, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, ha evidenziato che le donne etero sono sessualmente attratte sia dagli stimoli maschili che da quelli femminili. Mentre un'altra ricerca condotta da YouGov ha rilevato che meno della metà dei giovani tra i 18 e i 24 anni si sono identificati in maniera differente dalla sfera eterosessuale.

Alessandro Conte 

   


lo strapotere del #Vaticano frena i diritti #gay in #Italia

Il sociologo francese Frédéric Martel ha ben chiari i motivi per i quali in Italia i diritti umani delle persone LGBT vanno a rilento.

Frédéric Martel ha scritto il libro Global Gay, da qualche giorno disponibile anche in Italia per i tipi di Feltrinelli. Parlando del suo testo, l’autore ha sottolineato un aspetto che tutti noi, purtroppo, conosciamo molto bene: l’ingerenza del Vaticano sulla vita italiana. Analizzando infatti la situazione LGBT in Europa, Frédéric Martel ha detto:

L'Europa è spaccata in due: i paesi del Nord - come Danimarca, Belgio e Olanda - e la parte occidentale rappresentata da Spagna e Portogallo sono all'avanguardia su questi temi; la Francia sta nel mezzo e l'Italia è ancora molto indietro. L'influenza del Vaticano sullo stato italiano è sempre stata molto forte, ma il divieto di riconoscere i diritti dei gay è basato sull'ipocrisia: molte persone all'interno del Vaticano sono omosessuali (fenomeno che deriva anche dal fatto che la chiesa vieta il matrimonio ai sacerdoti), quindi per reazione mostrano un eccessivo atteggiamento anti-gay. In poche parole: più sei gay nel tuo privato, tanto più ti mostri ostile verso gli omosessuali in pubblico… questo è il segreto del Vaticano.


Lo studioso fa anche una suddivisione dell’omofobia, distinguendo tra hot omofobia e cold omofobia.

I paesi musulmani rappresentano una realtà difficile: ci sono ancora otto paesi che applicano la pena di morte, come l'Iran e l'Arabia Saudita. Io chiamo questo fenomeno "hot omofobia", perché la legge dello stato deriva da credenze religiose. Al secondo posto c'è l'Africa, in particolare Uganda, Malawi, Camerun e Nigeria, dove l'omofobia è connessa all'islamismo o all'evangelismo.
C’è poi la cold omofobia, che così viene spiegata dall’autore:


Poi c'è quell'atteggiamento che nel libro descrivo come "cold omofobia" che appartiene soprattutto alla Russia, alla Bielorussia e a una parte dell'Europa dell'Est. Infine c'è la maggior parte dell'Asia che non si esprime chiaramente, di fatto paesi come la Cina o il Vietnam non condannano le minoranze gay, ma di certo non proteggono i loro diritti. Poi ci sono democrazie più sviluppate, vedi il Giappone, e altre più arretrate come l'India.






   


#lussuria o moralità? la #sessualità nella donna

Si è spesso discusso sul perché la donna sia passiva nella sessualità o perché il desiderio maschile sia più intenso di quello femminile, risultando in un’attività più intensa e in un maggior numero di partner. Ci sono due linee di opinione generali: una sostiene che è la cultura che influenza la donna e la modella fin da bambina ad assumere atteggiamenti passivi e a disinteressarsi al sesso; l’altra invece sostiene che le ragioni siano intrinseche nella sua natura. I sostenitori di questa seconda linea si dividono, a loro volta, tra chi ritiene l’uomo più dotato di forza vitale, che deve quindi esprimere e chi, invece, vede la donna come detentrice di una maggiore forza morale, di una purezza sconosciute all’uomo, e pertanto superiore.

Ma perché diamo così tanto per scontato che la donna provi un desiderio sessuale più limitato rispetto all’uomo? A noi sembra molto comune avere questa opinione, ma se viaggiassimo indietro nel tempo resteremmo molto sorpresi di scoprire che i nostri antenati avevano opinioni alquanto diverse.

Esiste un mito greco molto esplicativo, che racconta come Zeus, il re dell’Olimpo, e sua moglie Era, stessero discutendo di chi provasse più piacere nelle attività amorose, se l’uomo o la donna. Non trovando una risposta, interrogarono l’indovino Tiresia, che nella sua vita, a causa di varie vicissitudini, era stato sia uomo sia donna. Tiresia non ebbe dubbi nel rispondere che la donna era ampiamente in vantaggio!

Guardiamo ad epoche più recenti. Nel Medioevo e per tutta la prima età moderna, si riteneva, contrariamente ad oggi a quanto pare, che le donne fossero “moralmente più deboli degli uomini e quindi più facilmente soggette alla tentazione del diavolo”. Questa tentazione non riguardava solo la presunta inferiorità intellettuale della donna, ma anche proprio la sua più accentuata sensualità rispetto agli uomini.

Alla fine del medioevo iniziò a circolare un testo, che potremo definire un vero ‘best seller’, dedicato alla stregoneria, il Malleus Maleficarum (martello delle streghe), scritto da due inquisitori, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger. Il libro è famoso per la sua estrema misoginia e funse da vero e proprio manuale per la caccia alle streghe, utilizzato dagli inquisitori per alcuni secoli come base per capire chi fossero le streghe e come comportarsi a riguardo. Il Malleus affermava che “tutta la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile”. All’epoca si riteneva, infatti, che una strega diventasse tale a causa di un patto col diavolo, non perché avesse poteri speciali dalla nascita. E come faceva il diavolo a convincere le persone ad accettare un patto con lui? Oltre a promettere ricchezze, faceva delle avance sessuali, e le donne ci cadevano facilmente, data la loro naturale propensione a ciò! Un’altra testimonianza è quella di Boguet, un giudice secolare (non un ecclesiastico, quindi), che affermò che il diavolo aveva rapporti sessuali con tutte le streghe perché sapeva che “le donne amano i piaceri della carne”.

I documenti dei vari processi per le streghe parlano diffusamente di attività sessuali promiscue e orge sfrenate che costituivano la gran parte delle attività che si riteneva si svolgessero nei Sabba. Potremmo tranquillamente dire che si trattava con ogni probabilità di fantasie erotiche represse da parte degli inquisitori, che estorcevano le confessioni alle ‘streghe’ sotto tortura, suggerendo le risposte in base ai loro preconcetti, di solito calcati sulla lettura di libri simili, appunto, al Malleus Maleficarum.

Questa visione della donna lussuriosa e tentatrice era molto adatta a giustificare le pulsioni di preti e monaci, che potevano in questo modo gettare tutta la colpa sulle donne stesse dei desideri accesi che esse suscitavano, e che loro, poverini, subivano…

Nel ‘700 le cose iniziarono a cambiare e pian piano si fece largo l’idea di una donna passiva o addirittura incapace di provare piacere, del tutto disinteressata al sesso. Con l’età vittoriana questo aspetto divenne ancora più accentuato ed oggi è il modello di pensiero dominante. Per quanto oggi ci sia una forte emancipazione femminile sul tema della sessualità, prevale l’idea che l’uomo abbia istinti che non può o che fa molta fatica a controllare, mentre una donna vive il sesso solo nel momento in cui decide di farlo, senza che sia più di tanto impattante sulla sua vita.

Chi avrà mai ragione? La gente del medioevo si sbagliava del tutto? Perché si ostinava a considerare come naturale una sessualità femminile vivace e accesa? La verità, probabilmente, è che ogni persona è diversa. Punto. Guardare al passato ci permette di capire quanto le idee che abbiamo oggi siano relative al momento storico che viviamo e non naturali ed intrinseche in una categoria o in un genere.

Valeria Franco