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BOTTONI [2]

lunedì 9 aprile 2018

#THECONSTITUTION - due insolite storie d’amore: il film di #Grlić sull'intolleranza, che vuole raggiungere quanti odiano a priori

In varie città italiane The Constitution – Due insolite storie d’amore di Rajko Grlić. Pellicola distribuita nel nostro Paese da Cineclub Distribuzione.

A Torino l’appuntamento è domani alle 21,15 al Cinema Esedra con il presidente del Lovers Film Festival (Torino, 20/24 aprile) Giovanni Minerba e con il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, che introdurranno la proiezione. Per avere diritto al biglietto ridotto la “parola d’ordine” è Coordinamento.

“Intolleranza e odio non sono concetti sconosciuti in Europa. Negli ultimi anni è come se si stesse diffondendo una nuova ondata di intolleranza, ideologie accecanti e fanatismo. Un odio aggressivo tra diverse nazioni e religioni, tra nativi e immigrati, tra chi ha e chi non ha...”

“Voglio raccontare cose difficili con un sommesso sorriso sulle labbra, con il calore affettuoso che si può provare anche per i personaggi più negativi. Solo allora potrò raggiungere coloro che la pensano diversamente e vedono le cose in modo differente, coloro che odiano a priori e che non mettono mai in dubbio l’odio che provano.”

Queste dichiarazioni del regista Rajko Grlić potrebbero bastare per andare con fiducia a vedere questo bellissimo film che racconta la Croazia attraverso il personaggio principale, Vjeko, un insegnante di scuola superiore che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della lingua e alla storia della nazione.


Vjeko è omosessuale. Vive in un appartamento nel centro di Zagabria con il padre che, durante la seconda guerra mondiale, era un ufficiale dell’esercito fascista croato e ora è costretto a letto da oltre sei anni.

Ma i suoi giorni passano nel ricordo dell’amore della sua vita, il violoncellista Bobo, che lui celebra attraverso un “rito” quasi quotidiano, notturno, nelle passeggiate a notte fonda vagando per le vie di Zagabria vestito da donna.


Una notte un gruppo di uomini lo ferma, lo picchia e lo abbandona in strada privo di sensi. In ospedale incontra Maja, un’infermiera che abita nel seminterrato del suo stesso palazzo. La donna lo riconosce e inizia a prendersi cura di lui e di suo padre. In cambio Vjeko accetta di aiutare il marito di Maja, il poliziotto Ante, a preparare un esame sulla Costituzione croata. La storia di tre persone molto diverse tra loro, e che, inaspettatamente e contro la loro volontà, si ritroveranno unite e dipendenti l’una dall’altra.

   










   



a #Legnano, arrivano i corsi prematrimoniali laici aperti anche a #coppiegay : ad organizzarli è il Comune

Gli incontri sono tenuti da uno psicologo, una coppia guida, un avvocato matrimonialista, un consulente familiare e anche da don Paolo Gessaga, uno dei parroci di Legnano, che ci tiene a precisare che il suo sarà un ruolo solo di mediazione all'interno del gruppo

Sempre più persone scelgono oggi il matrimonio civile per questo il Comune di Legnano, nel milanese, ha deciso di organizzare un corso prematrimoniale per le unioni laiche, aperto a tutti: anche alle coppie gay. Gli incontri sono tenuti da uno psicologo, una coppia guida, un avvocato matrimonialista, un consulente familiare e anche da don Paolo Gessaga, uno dei parroci di Legnano che si è detto pronto ad accogliere tutti per spiegare cosa significhi superare la concezione più idealistica del matrimonio. A darne notizia è Il Giorno, che spiega come questa iniziativa sia nata dalla proposta dall’associazione Famiglia in ascolto, che organizza cinque appuntamenti laici in collaborazione con il Comune.


D’ora in avanti quindi, a chiunque si sposerà con rito civile o chiederà un’unione civile verrà sottoposta in automatico la possibilità di seguire il corso. Dal canto suo, don Gessaga ci tiene a precisare che il suo sarà un ruolo solo di mediazione all’interno del gruppo di lavoro e sull’eventuale presenza di coppie gay al corso dice: “Non c’è alcun tipo di problema, sono tutti benvenuti e di certo io sarò presente. Non vedo ostacoli: si lavorerà con il gruppo ma anche sul singolo”.



dalla #CostaRica un valido insegnamento per la sinistra italiana : i #diritticivili fanno ottenere e non perdere #voti

Mentre in Italia il presidente della Provincia di Trento Ugo Rossi nega il patrocinio al Dolomiti Pride con argomentazioni trite e ritrite – le quali mostrano ancora una volta il volto peggiore d’un centrosinistra dominato dai cattodem –, nella Repubblica di Costa Rica è proprio un candidato di centrosinistra a vincere a sorpresa le elezioni presidenziali. Una vittoria, la sua, strettamente correlata all’aperto e continuato sostegno, nel corso di tutta la campagna elettorale, del matrimonio egualitario e, più in generale, dei diritti civili nonché dell'eliminazione delle storiche diseguaglianze nel Paese.

Prima del 2 aprile il 38enne Carlos Alavarado era dato per perdente. Il suo antagonista, invece, Fabricio Alvarado, era in testa a tutti i sondaggi: espressione di quella destra cristiana evangelicale che si è purtroppo molto diffusa nel Sudamerica.

Il connubio tra politica di destra e fanatismo clerico-evangelicale costituisce, come noto, un mix davvero esplosivo. E, non a caso, a caratterizzare tale connubio c'è proprio il rifiuto del matrimonio egualitario, dei diritti civili delle persone Lgbt, dell'aborto, dell'educazione sessuale nelle scuole, dell'eutanasia e, in generale, di ogni diritto civile legato a questioni "eticamente sensibili".

Questo tipo di alleanza ha portato negli Usa a quei referendum decisivi, ad esempio, per la sconfitta del democratico John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004 allorquando la Christian coalition segnò in maniera determinante la vittoria del repubblicano George Bush jr. La Christian coalition era guidata da quel predicatore evangelicale Ted Arthur Haggard, più conosciuto come Pastor Ted, che poi venne pizzicato a consumare droga negli incontri con un escort 49enne. Ennesima riprova di come i più rigidi moralisti abbiano poi comportamenti diametralmente opposti nel privato.

È quanto spesso successo anche in Europa. È bene ricordare il referendum che, promosso in Slovenia dalla locale chiesa cattolica, ha portato all'abrogazione del matrimonio egualitario. Al pari della petizione sostenuta in Romania dalla gerarchia ortodossa e cattolica, che ha raccolto 3 milioni di firme per inserire nella Costituzione il divieto di riconoscimento di matrimonio e unioni civili tra persone dello stesso sesso. Per non parlare dei Paesi ex sovietici che, sempre sotto l'impulso di fanatici ortodossi, stanno modificando le loro Costituzioni in materia matrimoniale e giusfamiliare per escludere qualsiasi riconoscimento dei diritti delle coppie Lgbt.

Alla luce di tutto ciò quanto successo nella Repubblica di Costa Rica assume un chiaro significato di controtendenza. Carlos Alvarado è stato eletto al secondo turno il 60,74% dei consensi sconfiggendo così l'avversario che si è fermato al 39,26%. Evidentemente i cittadini della Costa Rica hanno scelto la libertà respingendo quella che si potrebbe definire una versione cristiana della Shari’a.

Questo dimostra quanto sia sbagliata la convinzione, tutta italiana, che i diritti civili facciano perdere voti e che non si possano vincere le elezioni con una piattaforma laica. Dimostra che il matrimonio egualitario può ottenere l'approvazione della maggior parte della cittadinanza quando è inserito nella più ampia battaglia delle libertà civili riguardanti tutti.

E dimostra come il disprezzo verso i Pride sia un fenomeno tutto italiano. Altrove la classe politica progressista partecipa a tali manifestazioni come avviene, ad esempio, in Germania dove Verdi, Spd e persino la Cdu scendono in piazza con un proprio carro ai Pride di rilievo nazionale. Né si può dimenticare Sadiq Khan, il sindaco musulmano di Londra, accolto con una vera e propria ovazione, quando lo scorso anno prese parte al Pride nella capitale britannica.

Qualche decennio fa sono passato per la Costa Rica nel corso di un viaggio in Centroamerica. Si tratta di un Paese bellissimo dalla tipica vegetazione tropicale e dal clima per me perfetto. Un tempo si parlava dei Paesi dell'America Latina come di luoghi dominati dalle dittature fasciste, con radicali divisioni di classe, con situazioni sociali molto compromesse. Ora buona parte di essi è stata protagonista di clamorose rinascite culturali e democratiche che, come nel caso della Costa Rica, hanno persino qualcosa da insegnare all'Italia cattoleghista.

È proprio il caso di dire: Lunga vita al presidente Carlos Alvarado.

Franco Grillini

   






#Intersex : ora alla luce del sole

Sono trascorsi quasi 30 anni dalla nascita del primo nucleo dell’attivismo intersex negli Stati Uniti, eppure l’esistenza di persone che nascono con caratteristiche sessuali (cromosomiche, ormonali, gonadiche, dei genitali o di altre caratteristiche sessuali) non ascrivibili a uno dei due sessi giuridicamente riconosciuti è ancora fortemente invisibilizzata nella nostra società.

Con Lilian Douce Capuzzimato e Nicole Braida del collettivo Intersexioni cercheremo di rispondere a domande quali: esistono solo due sessi dal punto di vista biologico? Che cosa chiedono le persone intersex? Qual è il trattamento medico che ricevono? Cosa intendiamo quando parliamo di medicalizzazione forzata? Quali sono le problematiche alla base della loro invisibilizzazione?

Lilian Capuzzimato: Fotografa e stampatrice fine arts, attivista intersex. Vive e lavora in Emilia Romagna, ma è sempre in itinere.

Nicole Braida:

Dottoranda in Sociologia tra l'Università di Torino e l'Università di Milano, attivista transfemminista queer e per i diritti delle persone intersex. Torinese ma al momento nomade.

   


Nidhal, arbitro #gay aggredito e minacciato dalla famiglia; accade in #Tunisia

Se i tifosi del pallone adorano il machismo per cui la frase fatta più comune è che “il calcio non è sport da signorine”, le persone in questo sport che sono anche solo sospettate di essere omosessuali non vivono mai una situazione idilliaca. Ma mentre in alcune realtà la legge è dalla tua parte, come nel caso del direttore di gara inglese Ryan Atkin, autore lo scorso anno di uno storico coming out, esserlo nel posto sbagliato può costare caro.

Lo sa bene il ventinovenne Nidhal, arbitro del massimo campionato tunisino, arrestato l’estate scorsa e condannato a tre mesi di carcere (che aveva già abbondantemente scontato quando è stata emessa la condanna, lo scorso 24 novembre). Purtroppo le disgrazie del promettente fischietto nordafricano non sono finite con la sua liberazione: ieri, infatti, suo padre, suo zio e suo cugino sono entrati nella sua casa, facendosi consegnare le chiavi dal proprietario dell’appartamento, e hanno picchiato violentemente Nidhal, accusandolo di aver infangato l’onore della famiglia, mostrandosi a viso aperto nel notiziario del canale televisivo Konbini.

Diritti LGBT, la Tunisia in bilico

Nonostante la forza degli aggressori, l’arbitro è riuscito a fuggire rifugiandosi nella sede dell’associazione LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) tunisina Shams (Sole), dove ha ricevuto una telefonata dal suo compagno di stanza che lo informava del fatto che suo padre era tornato nell’appartamento, portandogli via tutte le cose e gli effetti personali. Il giovane, che aveva già perso il lavoro e molti dei suoi amici per la condanna subita e la diffusione della notizia relativa al suo orientamento sessuale, ha ora perso totalmente il sostegno familiare (sembra che suo padre abbia manifestato il proposito di ucciderlo per lavare la vergogna che ha “infangato” la sua famiglia) e non sa dove andare, conscio di essere unicamente colpevole di aver manifestato le sue naturali inclinazioni.

La Tunisia, malgrado la rivoluzione, una nuova costituzione molto più aperta e un fervente dibattito nella società, continua ad avere in vigore il vecchio codice penale che, all’articolo 230, punisce i rapporti di “sodomia” tra gli adulti con una pena massima di tre anni di carcere. Esistono da qualche anno associazioni riconosciute per i diritti delle persone LGBTQIA, ma come spesso nelle situazioni di dibattito, alcuni settori della polizia e della magistratura sembrano essersi irrigiditi nell’applicazione delle regole esistenti e gli ultimi mesi hanno visto una recrudescenza di arresti, condanne e censure che si sperava appartenessero solo al passato.

Michele Benini

   


   
























per le persone #LGBT asilo più facile in #Francia : una scelta ipocrita

Per parlare bene della Francia rispetto alla questione dei richiedenti asilo, negli ultimi giorni, sembrava necessario un miracolo. I tre episodi in rapida successione della donna incinta morta dopo il respingimento nelle nevi sopra Bardonecchia, del giovane nigeriano fatto scendere dal TGV malgrado avesse regolari documenti di viaggio e un permesso per stare in Italia e della donna incinta buttata giù malamente da un treno diretto oltralpe, non ci predispongono nel modo migliore verso il paese transalpino.

Tuttavia proprio dalla Francia arriva una buona notizia per i richiedenti asilo LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) – sempre che riescano a entrare nel paese, naturalmente. Nel discusso progetto di legge in discussione in parlamento dallo scorso febbraio, con norme che dovrebbero rendere sempre più difficili gli accoglimenti di richieste di protezione nel paese (un po’ come accaduto in Italia lo scorso anno con lo sciagurato decreto del ministro dell’interno Marco Minniti), è stato presentato un emendamento da parte di una cinquantina di deputati del partito di maggioranza “La Republique En Marche”, fatto proprio dalla relatrice della legge Elise Fajgeles.

Il cortocircuito sull’asilo LGBT

L’emendamento prevede che i paesi che hanno una legislazione che penalizza le persone o i comportamenti omosessuali non possano essere considerati paesi sicuri per i richiedenti asilo appartenenti alle minoranze sessuali. Di per sé quindi l’emendamento non fa che ribadire una cosa di buon senso: se una persona è discriminata in patria per ragioni legate alle sue convinzioni o al suo essere, la convenzione di Ginevra stabilisce che ha diritto a richiedere asilo in un altro paese.

Ma negli ultimi anni, per ragioni diverse, si è assistito a un vero e proprio cortocircuito su questi temi, tanto che molti paesi africani (e non solo), che discriminano apertamente e in molti casi perseguitano le persone omosessuali e transessuali, sono entrati nella lista dei paesi “sicuri” per diverse nazioni d’Europa, tra cui – appunto – Italia e Francia.

Le motivazioni sono diverse: in parte allungare troppo la lista dei paesi “a rischio” potrebbe portare nuove richieste di protezione, scomode da gestire in questo periodo in cui i populismi dominano non solo nell’estrema destra o nelle formazioni qualunquiste, ma anche nei governi illuminati e democratici di molti membri dell’Unione Europea; d’altro canto inserire nella lista dei paesi non sicuri nazioni a cui si forniscono regolarmente armi (usate per reprimere la popolazione), come l’Egitto, potrebbe esporre i governi a qualche critica in più riguardo quelle forniture militari.

Abolire la lista dei “paesi sicuri”

Nello specifico l’approvazione di questo emendamento potrebbe far rimuovere dall’elenco dei paesi sicuri il Ghana, l’India e il Senegal, ma rischia di lasciare comunque troppi luoghi pericolosi nella lista dei paesi che la Francia considera sicuri. È quanto denuncia Ewa Maizoué, co-presidente di Ardhis, l’associazione che si batte per il riconoscimento del diritto delle persone omosessuali e transessuali a migrare e a essere accolte in Francia, che considera questo emendamento solo un modo per farsi belli di fronte all’opinione pubblica, senza intervenire davvero nello specifico della questione.

La stessa opinione espressa da La Cimade, un’altra associazione per i diritti dei rifugiati, che parla di un intervento utile ma insufficiente: “Paesi che non hanno leggi che reprimono l’omosessualità non sono necessariamente più sicuri, a causa della strisciante omofobia: la lista dei paesi sicuri va semplicemente abolita”.

La constatazione è condivisa anche da Mary Héloise, presidente dell’Ufficio di accoglienza e accompagnamento dei migranti: “Ci sono molti stati in cui l’omosessualità non è penalizzata, ma dove ci sono persecuzioni omofobiche come la pratica delle terapie riparative o gli stupri correttivi per le lesbiche. Mantenere questo elenco non protegge le donne vittime di violenze o che combattono per la libertà in questi ‘paesi sicuri’. Infine, i richiedenti asilo LGBT devono affrontare problemi particolarmente specifici, soprattutto quando devono dimostrare davanti all’OFPRA [l’ufficio che si occupa di valutare le richieste di asilo in Francia; ndr] il loro orientamento sessuale o che sono stati perseguitati“.

Michele Benini

   


hanno arrestato l'informazione, quella non di regime; condannato Davide Falcioni di #FanPage

Davide Falcioni è un mio collega giornalista, e lavoriamo entrambi per lo stesso giornale: Fanpage.it

Oggi Davide è stato condannato a 4 mesi per aver fatto il suo mestiere.

Cosa ha fatto in concreto? Davide è entrato in un edificio in cui i No Tav stavano manifestando, per raccontare quello che accadeva.

Davide Falcioni ha scelto di raccontare, in un Paese dove certe cose non puoi raccontarle, ed è stato condannato per violazione di domicilio a 4 mesi.

Questa condanna è di una gravità enorme, e il rischio è che passi in silenzio, perché Davide non è famoso.

Il giornalismo, che quando non è servo vive da sempre in Italia momenti difficili, ne sta vivendo oggi uno ancora più complicato. Anche la nostra inchiesta sul riciclaggio dei rifiuti - BLOODY MONEY - ne è l'esempio: si preferisce denunciare genericamente, ma quando ci sono nomi e cognomi, filmati provanti, si preferisce tacere, demandare, non prendere posizione per non disturbare i manovratori.

Noi non siamo così. Per questo siamo sotto tiro.

Stateci vicini.


Forza Davide, forza. Un abbraccio anche al mio direttore Francesco Piccinini.

Saverio Tommasi

   


giovedì 1 marzo 2018

Gajamente Critical Forum Glbtq è offline; torniamo presto !

torneremo presto !  per ora siamo ...









#gay ustionato e picchiato in famiglia

Terribili violenze in famiglia subite per mesi: schiaffi, pugni, ustioni sulle caviglie provocate spargendo benzina e dandogli fuoco. E' quanto denunciato alla 'Gay Help Line' da un ragazzo di 14 anni della provincia di Napoli.

La denuncia è partita tramite un esposto fatto da Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, che - con il supporto legale di Arcigay a Napoli - ha formalizzato alle forze dell'ordine quanto esposto dal ragazzo e, con il supporto congiunto con il Miur e Oscad (Osservatorio contro le discriminazioni della polizia di Stato), ha monitorato quotidianamente la situazione tramite il commissariato di polizia competente sino a quando la Procura di Napoli, ascoltato il ragazzo, ha deciso di trasferirlo in una struttura protetta.

INDAGINI - "Ringraziamo il Miur e l'Oscad per il supporto fornito, che ci ha consentito di mettere in sicurezza il ragazzo - si legge in una nota di Gay Center -. Restiamo in attesa di conoscere i risvolti delle indagini, compresi i provvedimenti verso tutte le persone che sono state testimoni o erano informate delle violenze e non hanno denunciato".


GAY HELP - "Ogni anno oltre 20mila persone contattano il numero verde 'Gay Help Line' 800 713 713, di cui oltre 7mila sono minori e di questi oltre 300 vivono situazioni gravi di violenza familiare e purtroppo non sanno a chi chiedere aiuto - ha dichiarato Marrazzo -. Quando i ragazzi raccontano quello che vivono a scuola e ai servizi sociali le loro storie vengono spesso sottovalutate o, in alcuni casi, sono gli stessi adulti che dovrebbero tutelarli a esprimere pregiudizi su lesbiche, gay e trans".


SUICIDI - "Servono dalle istituzioni strumenti a tutela dei minori che subiscono violenze anche attraverso una rete di servizi integrati per supportare i giovani e giovanissimi lesbiche, gay e trans - ha concluso il portavoce del Gay Center - che oltre ad essere spesso vittime di bullismo, vivono un vero e proprio inferno a casa che, come abbiamo purtroppo spesso riferito, ha portato anche al suicidio di molti giovanissimi".

dove sono le #lesbiche ?








   

la #religione istituzionale è responsabile nel perpetuare lo stigma verso le persone Lgbti

Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

   


#sesso in cambio di aiuti umanitari : una sofferenza in più per le #donne siriane

Un altro scandalo scuote il mondo dell'umanitario internazionale. L'operatrice umanitaria britannica Danielle Spencer ha testimoniato alla BBC sugli abusi contro donne e ragazze siriane nei campi profughi o nelle aree di rifugio degli sfollati in Siria, in Libano e in Giordania.

La Spencer racconta di essere stata nel corso del 2015, in contatto con numerose vittime a cui è stato estorto sesso in cambio di aiuti. Un sistema talmente pervasivo da farle puntare il dito contro il sistema umanitario delle stesse Nazioni Unite: "qualcuno da qualche parte ha deciso di lasciar compiere abusi e violenze sul corpo delle donne purché gli aiuti fossero distribuiti a una popolazione più ampia".

Cosa significa questo orrore? Cosa è accaduto e sta accadendo? Le prime voci di abusi sulle donne e ragazze (e anche bambine) siriane sono giunte ai media già nel 2013, a poco più di un anno dall'inizio della guerra.

In particolare si stigmatizzavano i matrimoni forzati di giovani siriane con ricchi arabi che andavano alla ricerca di ragazze e bambine nei campi profughi, anche in Turchia. Si parla esplicitamente di tratta, di prostituzione e abusi di ogni genere. La condizione di estrema vulnerabilità delle siriane le lasciava e le lascia esposte a ogni tipo di violazione. Lettera43 racconta di "matrimoni temporanei" (una forma di prostituzione mascherata) nei campi in Giordania.

Ma ancora peggio accade in Siria stessa, laddove le agenzie dell'Onu e le Ong internazionali non possono agire con personale proprio, ma attraverso operatori siriani o i consigli locali, senza di fatto esercitare quasi alcun controllo.

Se ne era già accorta la stessa Onu, stilando una serie di documenti e inchieste che avevano messo in evidenza una propensione grave agli abusi nei confronti di donne sole con bambini, di ragazze senza famiglia e situazioni simili.

Il Fondo per la Popolazione dell'Onu (Unfpa) ha condotto un'ampia ricerca sui casi denunciati, finiti in un recente rapporto (Voices from Syria 2018) dove si denunciano abusi e violenze, matrimoni temporanei e servizi sessuali di vario genere, pretesi in cambio degli aiuti.

Nel 2015 anche l'International Rescue Committee, un'importante Ong internazionale diretta da David Miliband, ha denunciato tale orribile situazione: un'inchiesta su 190 donne e bambine di Dara'a e Quneitra in Siria del sud, ha mostrato che almeno il 40% di esse ha subito violenza sessuale nel momento dell'accesso agli aiuti.

Una riunione internazionale organizzata dall'Onu ha messo insieme tutta questa documentazione allo scopo di trovare soluzioni. Ma la situazione non è cambiata nel frattempo, come accusa la Spencer. Unico effetto: alcune Ong hanno smesso di utilizzare i consigli locali per distribuire gli aiuti in alcune zone, laddove i casi sono stati più numerosi.

Con il risultato di non far arrivare più aiuti del tutto. Questo è il nodo sottolineato dal reportage della BBC: per distribuire gli aiuti qualcuno chiude un occhio su come vengono distribuiti e in cambio di cosa. Si può facilmente immaginare che in altri casi siano anche "rivenduti" in cambio di soldi, oltre che di sesso.

Qui tocchiamo il tasto più dolente dell'intera storia: se non pienamente monitorata, ogni operazione umanitaria, come anche di peacekeeping, può dar luogo a violazioni e ingiustizie, addirittura a violenze drammatiche, come in questo caso.

Purtroppo fatti di questo tipo sono già accaduti, come ben sa chi opera nell'umanitario, soprattutto quando si deve ricorrere a personale non formato e raccogliticcio, proprio perché le operazioni avvengono su larga scala, senza nessuna "personalizzazione" né fidelizzazione sul terreno, com'è spesso il caso oggi in Siria.

Sappiamo di casi di "dirottamento" degli aiuti da parte dei combattenti, di milizie o gruppi vari. Ce lo ricordano anche gli abusi sessuali compiuti dagli stessi Caschi Blu, pure europei, in numerosi teatri. Ce lo rammentano anche le violazioni sessuali compiute da alcuni nostri militari italiani in Somalia, come raccontò Panorama con corredo di terribili foto. Intervenire sul terreno controverso delle crisi comporta sempre un rischio e necessita di molti controlli; raggiungere le vittime reali è sempre una sfida.

Cosa fare dunque? Questo scandalo degli abusi sessuali sulle donne e sulle bambine siriane deve finire. Non può essere una giustificazione il fatto che il terreno sia così difficile (lo è davvero). Per questo ogni testimonianza di violazione deve essere subito mediatizzata, non fosse che per far sapere a chi ne approfitta e perpetra questi atti, che l'attenzione internazionale è alta: che chi si macchia di tali crimini un giorno potrebbe essere punito.

Fossero ricchi arabi o persone che si credono al sicuro perché coperte dalla guerra, o –peggio ancora- operatori umanitari di qualunque genere. Poi è necessario non schermarsi dietro nessuna scusa, del genere "far arrivare più aiuti a più gente".

Se gli aiuti arrivano in questa maniera si macchiano gravemente di scandalo vergognoso. Se gli aiuti giungono così, significa che non si è lavorato bene. Infatti non dico nemmeno che sarebbe meglio non far arrivare niente, perché ciò non corrisponde al vero.

Gli aiuti si possono sempre "tracciare" e si può ottenerne sempre –lo dico per esperienza- un report sull'impatto, l'efficacia e la giusta causa. Basta chiedere alle persone giuste. Nessuna organizzazione umanitaria ha piacere di sapere che i propri aiuti vengono "dirottati" o usati male, in qualunque modo ciò avvenga.

Il problema è che operazioni troppo grandi o condotte da organizzazioni troppo burocratizzate, spezzettano la responsabilità in troppi passaggi, provocando una catena di irresponsabilità che si trasforma in dramma per le vittime vere.

In altre parole: quando le cose si fanno meccanicamente e "all'ingrosso", si perde di vista l'obiettivo umano. Sappiamo tutti che in Siria c'è una guerra atroce che va avanti da anni e che il terreno è difficile. Sappiamo che tale conflitto (come tutti i conflitti) ha provocato –tra le varie conseguenze- l'imbarbarimento generalizzato; immaginiamo che molti uomini sono pronti a tutto pur di approfittare delle donne sole; conosciamo tutti i rischi connessi con il fatto che un intero popolo sia preso in ostaggio in una morsa micidiale.

Ma questa non può divenire un'attenuante per far male le cose e per aggiungere sofferenza a sofferenza. Soprattutto quando si parla della parte più vulnerabile di una popolazione che è sempre quella delle donne e dei bambini.

La cosa essenziale è che alle Nazioni Unite se ne abbia piena coscienza: meglio denunciare, e subito, piuttosto che trascinare questa situazione. Ciò non implica la fine degli aiuti, ma una loro migliore qualità. Sfide di questo tipo sono note e le buone pratiche per evitare tali circostanze esistono. Per questo fa bene la BBC a parlarne, anzi se ne è parlato troppo poco fino a oggi, malgrado le testimonianze esistenti.

Ma la risposta più generale è un'altra: la guerra di Siria deve finire. Nella storia qualunque conflitto è servito da copertura agli aguzzini e agli approfittatori di ogni risma, per fare i loro sporchi interessi. Le guerre coprono una moltitudine di altri delitti, talvolta anche i genocidi.

La guerra è il mostro da fermare. Questa deve essere la massima preoccupazione della comunità internazionale che si è troppo abituata al conflitto siriano. Altrimenti anche lo scandalo attuale sarà passeggero e tutto tornerà come prima. Finché continua la guerra non è possibile offrire ai milioni di rifugiati e sfollati siriani la giusta difesa per i loro diritti inviolabili.

Tanto meno alla parte più vulnerabile della popolazione: donne e bambini. Per questo motivo, ben sapendo qual è la condizione di vulnerabilità in cui vivono, l'Italia (grazie alla Comunità di Sant'Egidio e alle Chiese Cattolica e Protestanti) ha voluto i corridoi umanitari: per stappare quante più potenziali vittime alla vergognosa tratta e allo sfruttamento che rischiano. I corridoi umanitari contro la tratta: questo proponiamo a livello internazionale. Vale per la Siria, vale per la Libia, vale ovunque.

Un'ultima postilla per l'Italia. Spesso nel mondo dell'umanitario ci si lamenta di avere Ong troppo piccole, che non competono con i giganti dell'aiuto internazionale e che si disperdono in mille rivoli. Ho sempre risposto che ciò corrisponde al carattere del nostro paese: 1000 campanili, milioni di imprese, centinaia di Ong... è normale.

Ora aggiungo: essere piccoli ha il vantaggio di personalizzare meglio gli aiuti. Ciò non ci esime dai controlli (che facciamo) né ci esonera dal dar la caccia ai nostri errori: ma almeno ci da la possibilità di sapere subito chi è responsabile, senza perderci nella foschia burocratica.

Nel caso italiano la relazione tra responsabili e cooperanti sul terreno è diretta. Il cittadino italiano che vuole sapere cosa ne è di un programma di aiuto italiano, può facilmente mettersi in contatto con la stessa persona che lo sta realizzando.

Resta il fatto che la nostra cooperazione finanzia anche le operazione delle grandi agenzie: di questo, e di tutto ciò che le concerne, chiediamo e chiederemo conto. Non vogliamo macchiarci del fatto di non aver saputo, capito o non aver reagito all'attuale tragedia delle donne e bambine siriane rifugiate.

Mario Giro

   






















quando la #stepchildadoption ?

Un piccolo comune lombardo ha trascritto oggi il certificato di nascita di due bambini nati da una coppia di donne italiane che vivono in Spagna. Dovrebbe essere una buona notizia, sebbene nella trascrizione sia riportato solo il cognome della mamma che li ha partoriti. Le cose, però, stanno diversamente. Andiamo con ordine.

LA NASCITA E LA PRIMA RICHIESTA AL CONSOLATO
I due gemelli sono nati in Spagna nei primi giorni del 2017. Le due mamme, unite civilmente in Spagna da prima che ci fosse il matrimonio egualitario, si sono rivolte al Consolato perché l’atto di nascita fosse trascritto nel comune di provenienza della donna che li ha partoriti. Una trascrizione necessaria perché in Spagna non vige lo ius soli e i due bambini dovevano essere registrati in Italia per acquisire la cittadinanza italiana. Il certificato, così come previsto dalla legge spagnola, riporta i nomi di entrambe le mamme le quali hanno scelto di dare ai piccolo il cognome di quella delle due che non li ha partoriti.

UN’ATTESA ESTENUANTE
I mesi passavano e dall’Italia non arrivata nessuna notizia con la conseguenza che i gemelli erano sostanzialmente apolidi e l’intera famiglia non poteva muoversi dalla Spagna. Una situazione di stallo che ricorda molto il caso di Perugia. Alla richiesta di chiarimenti delle mamme, il Consolato allarga le braccia. Ci sono dei problemi, spiegano, perché in Italia non si possono trascrivere due mamme e perché il cognome scelto non è quello della donna che ha portato avanti la gravidanza.

L’ISTANZA DELL’AVVOCATO
In autunno la coppia decide di rivolgersi all’avvocato di Gay Lex Michele Giarratano perché avere assistenza.
Il 15 dicembre Giarratano presenta istanza al comune facendo presente la gravità della questione: due bambini senza nazionalità e una famiglia bloccata in un paese di cui non ha la cittadinanza.
A quel punto il comune si mobilita: chiede un parere alla prefettura che, a sua volta, gira la questione al Ministero dell’Interno.

L’AMARA SORPRESA DELLA TRASCRIZIONE
Passano le settimane e, finalmente, oggi arriva la trascrizione. Il comune ha ricevuto la nota del Ministero, ma quello che c’è scritto lascia tutti interdetti.
“Che avrebbero proceduto alla trascrizione con una sola mamma ce lo aspettavamo – spiega Giarratano -, ma che il ministero imponga di cambiare il cognome ai gemelli lascia senza parole”.
Nella nota, infatti, il ministero autorizza la trascrizione dell’atto di nascita con una sola mamma e cioè quella che li ha partoriti. Ma il cognome con cui i due gemelli sono registrati alla nascita è un altro: quello dell’altra mamma. Una situazione paradossale per cui adesso i due piccoli hanno due identità diverse: una in Spagna, accertata dall’atto di nascita in cui risultano con un cognome, e una nel resto del mondo per cui fa fede la cittadinanza italiana e, quindi, l’altro cognome.

COSA DICE IL MINISTERO
“In relazione all’attribuzione del cognome al nuovo nato – si legge nella nota del ministero che il comune ha allegato alla trascrizione -, si rammenta che esso dovrà corrispondere, in assenza del padre, a quello della madre come sopra indicato”. Cioè, quello della mamma che li ha partoriti.

“Un provvedimento che si pone al di fuori di qualsiasi diritto all’identità e alla vita familiare stabiliti a livello europeo” spiega ancora Giarratano. L’avvocato annuncia che faranno ricorso, sia contro la trascrizione parziale, sia contro l’imposizione del cambio del cognome.

IL DIRITTO EUROPEO
“Quella che si profila è una violazione del diritto europeo – spiega a Gaypost.it Angelo Schillaci, ricercatore in Diritto pubblico comparato alla Sapienza Università di Roma -. L’identità delle persone è fissata in base all’atto di nascita per come è stato formato nello Stato in cui si nasce. C’è poi il diritto alla libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione Europea. E in questo caso si lega con il diritto al nome che è garantito sia dalle costituzioni dei due stati, sia dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Ue. Molta giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, poi, dice che il nome non può essere cambiato da uno stato all’altro dentro l’Unione Europea”.

Insomma, non è possibile che i bambini abbiano un cognome diverso da quello registrato sull’atto di nascita spagnolo, sebbene si tratti di quello della donna che le ha partorite.

LA STORIA INFINITA DELLE TRASCRIZIONI
E’ solo l’ennesimo caso di trascrizioni di atti di nascita esteri, di figli di coppie dello stesso sesso italiane, in cui i comuni non sanno come comportarsi e chiedono un parere al ministero. Parere che non sempre arriva, a dire il vero, provocando un’impasse. Non a caso, a seguito del caso di Perugia, a luglio 2017 i senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, insieme ad altri, avevano presentato un’interrogazione proprio a Minniti chiedendo che il ministero desse indicazioni chiare e univoche ai comuni. Il ministro non ha mai risposto all’interrogazione. Ha risposto, invece, al comune lombardo creando una situazione che ha dell’inverosimile.

Caterina Coppola


   


#Sesso al liceo ? adulti sulle spine, ragazzi su #YouPorn

Non appena la mamma, che doveva andare al lavoro presto, lo svegliava, Matteo la salutava, chiudeva la porta di casa alle sue spalle, andava in cucina a riscaldare il latte, sgattaiolava in camera dei genitori a recuperare una delle VHS che il padre aveva scrupolosamente nascosto sotto il letto e poi si metteva davanti alla tv a fare colazione: latte, biscotti e coiti assortiti. Di questa sua routine mattutina noi, i suoi compagni delle elementari, non ne sapevamo niente. Non ne sapeva niente nessuno. Almeno finché, in modi che mi sono tuttora sconosciuti, la nostra maestra non scoprì tutto e, con la sua straordinaria intelligenza, decise di intervenire. Iniziammo a studiare il corpo umano: struttura e funzionamento, malattie e prevenzione, norme di igiene… Con la stessa naturalezza ci spiegò l’AIDS e la polmonite, i danni provocati dalle sigarette e i benefici garantiti dai preservativi.

Credo che il suo amorevole impegno, privo di moralismi, calibrato realisticamente sulle nostre esigenze di bambini e tutto proteso a insegnarci ad amare e rispettare il nostro corpo, abbia contribuito enormemente al mio benessere sessuale di adulto: ho fatto sesso con più serenità, con più più soddisfazione e con più fantasia della maggioranza dei miei coetanei. E anche con molta più sicurezza.

Quanto fosse stato eccezionale il lavoro dalla nostra maestra alle elementari lo capii già in terza media, di fronte ad un’assistente sociale venuta a farci un’ora di educazione sessuale. Fu un’esperienza traumatica. Per l’assistente sociale, ovviamente.

La catastrofe fu chiara già dalla prima domanda: “Quanti buchi hanno le femmine, di solito?” chiese una ragazzina piena di dubbi. L’assistente, imbarazzata, non rispose. E, mostrando questa sua debolezza, si gettò anima e corpo nelle fauci di quel gruppo di ragazzini sadici come tutti i ragazzini e già ben abituati a vedere immagini porno e a raccontarsi fantasie sessuali. “Ho il pene storto perché faccio troppe seghe?“, “Che sapore ha lo sperma?“, “Anche la donna si eccita durante la spagnoletta?“: mitragliata dalle nostre domande, la signora rimase stoicamente in piedi, ma temo sia svenuta appena uscita dalla classe…

Tutto questo succedeva negli anni Novanta, prima della grande diffusione di Internet. Che ha ulteriormente cambiato il quadro. Nel 2008 una indagine statunitense (unh.edu) ha scoperto che, tra i bambini e ragazzi minori di 18 anni, il 93% dei maschi e il 62% delle femmine avevano visto scene pornografiche sul web. Più di un ragazzino su tre (e una ragazzina su sette) era consumatore abituale di pornografia online. Se per i più giovani era normale vedere scene di sesso di gruppo (l’aveva fatto l’83% dei maschi e il 57% delle femmine) o di rapporti omosessuali (69 e 55%), non erano infrequenti neppure le scene di bondage e sadomasochismo (39 e 23%) e di zoofilia (32 e 18%). E, purtroppo, persino di violenze su minori (15 e 9%).

Tutto questo nel “lontano” 2008, quando ancora le nostre tasche (e le tasche dei bambini) non pullulavano di smartphone, mezzo sul quale il consumo di pornografia è in rapidissima crescita, tanto da avere eguagliato o superato i PC nel 2013, senza contare i selfie erotici che inondano WhatsApp e Snapchat. Una recente indagine svolta nel Regno Unito sostiene addirittura che l’età media della prima esposizione alla pornografia sarebbe di appena quattro anni: per un bambino su cinque scenderebbe ad appena due anni (scotsman.com). I genitori, incapaci di affrontare serenamente il tema della sessualità, il più delle volte preferiscono non vedere.

Questo è il quadro, che può piacere o meno, nel quale contestualizzare le polemiche sorte intorno alla lettura di “Sei come sei” di Melania Mazzucco al liceo Giulio Cesare di Roma (ilfattoquotidiano.it). Il romanzo contiene il seguente brano: “Si inginocchiò, fingendo di cercare l’accappatoio nel borsone, e poi, con un guizzo fulmineo, con una disinvoltura di cui non si immaginava capace, ficcò la testa fra le gambe di Mariani e si infilò l’uccello in bocca. Aveva un odore penetrante di urina, e un sapore dolce. Invece di dargli un pugno in testa, Mariani lasciò fare. Giose lo inghiottì fino all’ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni. Il fatto si ripeté altre due volte, innalzandolo a livelli di beatitudine inaudita“. La domanda sulla quale si dibatte è: “E’ giusto proporre a dei quindicenni un brano che descrive non troppo velatamente un rapporto orale tra due maschi?”.

Questa domanda, nel quadro illustrato prima, suona alquanto superficiale e salottiera. E’ come chiedersi se sia giusto offrire uno gnocco fritto (non sarà troppo grasso?) a chi pranza e cena ogni giorno da McDonald’s o se accettare un passaggio in auto (ma avrà davvero la patente?) da un amico che di lavoro fa il tassista. La vera domanda, se non vogliamo evitare ipocrisie, non può che essere: “Vogliamo davvero che, nel rapporto tra i più giovani e la sessualità, la pornografia eserciti un monopolio assoluto?“.

Se la nostra risposta è “no” (e, senza alcuna demonizzazione, spero che si concordi su questo “no”, perché comunque la pornografia quasi mai è interessata a stimolare riflessioni consapevoli su quello che è giusto e su quello che è sbagliato), chiediamoci: “Davvero crediamo che un accenno in un romanzo o qualche verso di qualche poeta greco e romano bastino a rompere questo monopolio, a fronte di ore e ore di YouPorn consumate nelle camerette della maggioranza dei ragazzini e poi emulate sui loro lettini o nei bagni della scuola?“.

Insomma, non solo i professori del liceo Giulio Cesare non hanno fatto proprio niente di male a far leggere un romanzo che accenna ad un pompino, ma si spera che non si limiteranno a questo. Le scuole, le famiglie, i media e la televisione dei ragazzi non possono più fare finta di nulla e devono assumersi le loro responsabilità: decidano se avere un ruolo nell’educazione sessuale dei più giovani o se delegarla completamente a Rocco Siffredi e a Jenna Jameson.

Pier Cesare Notaro


   


#Trump e gli esorcisti : è difficile essere LGBT negli U.S.A. !

Secondo le previsioni, le elezioni autunnali negli Stati Uniti dovrebbero regalare ai democratici la maggioranza in entrambi i rami del parlamento statunitense. Ma su questo fronte Donald Trump può forse stare tranquillo, dato che, se fosse per i sondaggi, lui non avrebbe mai varcato la soglia della Casa Bianca. A preoccuparlo di più rischiano di essere i sempre nuovi ostacoli che la sua politica di esclusioni e discriminazioni incontra ogni giorno.

Non si contano più, infatti, i provvedimenti della magistratura che neutralizzano i bandi proposti dal presidente per impedire l’accesso negli USA ai cittadini provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana o che impediscono l’espulsione dei figli di immigrati irregolari (i cosiddetti “dreamers”). E che dire dell’esclusione delle persone transessuali dall’esercito, annunciata da Trump nel luglio scorso? Anche qui un giudice s’è messo di mezzo e il presidente ha dovuto incassare una mezza sconfitta.

Ostacoli per i soldati trans

Per evitare l’ennesima batosta, il Dipartimento di Stato e il Pentagono hanno allora deciso di dettare nuove linee guida per l’ammissione delle persone trans nell’esercito: tra queste norme restrittive, c’è la necessità di presentare un certificato medico da parte di una struttura sanitaria e una dichiarazione relativa al trattamento in corso per coloro che si stanno sottoponendo a terapie ormonali o di altro genere in vista di una possibile riassegnazione del sesso. Il certificato dovrà garantire che la persona sia stabile e senza “disagi clinicamente significativi o compromissione delle funzioni sociali, lavorative o di altre importanti aree di mansionamento” per 18 mesi. Caratteristiche che, a rigor di logica, dovrebbero essere richieste anche a tutti i cisgender che militano nell’esercito.

Non stupisce allora la comunicazione del Pentagono di lunedì, che annuncia il reclutamento della prima persona transgender da quando, all’inizio di gennaio, sono state introdotte le nuove regole per l’ammissione, mentre potrebbe addirittura sembrare strano che ce ne sia soltanto una. In realtà in tutto l’esercito degli Stati Uniti hanno dichiarato di voler ricorrere a un trattamento medico relativo alla loro identità sessuale soltanto 200 persone, anche se si stima – secondo uno studio della Rand del 2016 – che ce ne siano dodici volte di più.

Terapie riparative in chiesa

Il vero versante in cui Trump vince, purtroppo, è invece quello della polarizzazione delle posizioni. Se giorno dopo giorno i democratici americani appaiono sempre più “di sinistra” per quello che riguarda temi sociali e diritti umani, l’opinione dei repubblicani (e delle confessioni religiose a cui fanno riferimento) tende sempre più a escludere i diritti delle minoranze: succede con le etnie, con i generi e, soprattutto, con tutti i temi che hanno relazione con le persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali).

E così non stupisce che la Metro City Church a Riverview, in Michigan, abbia appena promosso un seminario (a pagamento) di sei settimane per ragazze dai 12 ai 16 anni “che lottano con il pensiero di essere trans-bi-gay o altro“. Accusato di voler proporre o praticare terapie riparative (che sono sconfessate dalla comunità medica e psichiatrica e possono portare a sentimenti di depressione e ansia e a comportamenti autodistruttivi), il pastore della chiesa, Jeremy Schossau, ha negato tutto con decisione, sostenendo che “è una bugia, perché ci occupiamo principalmente di bambini pre-sessuali“. Cosa poco credibile, dal momento il corso è rivolto alle adolescenti, anche se il sacerdote ha insistito che sono “troppo giovani per sapere quale sia il loro orientamento sessuale”.

Ma su Schossau sono piovute altre accuse da alcuni ex membri della sua chiesa, che lo hanno accusato di aver praticato un esorcismo su un giovane transgender, cosa che non fa ben pensare sulle vere intenzioni del seminario che, dopo le polemiche suscitate, si terrà ugualmente, ma sarà gratuito.

   


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