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mercoledì 15 febbraio 2017

e se @realDonaldTrump facesse bene al movimento dei diritti?

Se la presidenza di Donald Trump può legittimamente preoccupare gli attivisti per i diritti civili [Il Grande Colibrì], la società americana (che pure spesso in passato a tali diritti non è apparsa sempre particolarmente sensibile) sembra avere una discreta dose di anticorpi per attutire i colpi di un’amministrazione che preannuncia una falcidia di diritti, a cominciare da quelli degli immigrati, passando per le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), per arrivare alle donne.

Già nelle scorse settimane abbiamo avuto le marce delle donne, cittadini di ogni stato a protestare negli aeroporti contro il bando  che impediva l’accesso dei cittadini musulmani di sette paesi e, soprattutto, le prime sentenze che di questo bando sembrano voler fare carta straccia.

Ancora la settimana scorsa in Florida gruppi LGBTQI e organizzazioni religiose di diversa fede (cristiani e musulmani) hanno messo in guardia il senatore repubblicano Marco Rubio, uno dei più importanti sfidanti di Trump nelle primarie dello scorso anno, perché si opponga a questo genere di provvedimenti, ricordando che un misto “di bigottismo, islamofobia e xenofobia di questo genere non si vedeva da molto tempo” e ricordando che “siamo ugualmente impegnati nella difesa della libertà religiosa e della nostra tradizione di dare rifugio a chi fugge dalle persecuzioni” [Orlando Sentinel].

Ma ancora più interessante appare una ricerca del Public Religion Research Institute, che ha voluto indagare sugli appartenenti a comunità religiose messi a confronto con il tema del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il sondaggio ha evidenziato che sono molto poche le comunità in cui la maggioranza si oppone al matrimonio egualitario: i testimoni di Geova (25% di favorevoli e 53% di contrari), i protestanti evangelici bianchi (31% a favore e 61% contro), i mormoni (37% favorevoli e 55% contrari) e i protestanti ispanici (41% a favore e 46% contro).

Con l’eccezione dei protestanti neri, inchiodati su un pareggio al 45% tra favorevoli e contrari, tutti gli altri gruppi religiosi – chi più chi meno – hanno una percentuale di favorevoli superiore a quella dei contrari: 44% pro e 41% contro tra i musulmani, 59% a favore e 30% contrari tra i cristiani ortodossi, per salire ancora di più con cattolici ispanici, cattolici bianchi, protestanti bianchi,  induisti, ebrei, seguaci di altre religioni e universalisti (con un 94% di favorevoli e 2% di contrari).

La stessa ricerca ha messo in luce che ancora minore è la propensione alla discriminazione per ragioni religiose (come, ad esempio, negare una stanza d’albergo a una coppia gay). In questo caso solo i protestanti evangelici bianchi hanno espresso una maggioranza a favore della possibilità di negare un servizio adducendo motivazioni di fede (50% di favorevoli, 42% di contrari), mentre tutti gli altri gruppi religiosi hanno osservato, con percentuali piuttosto nette, che tutti i cittadini devono godere degli stessi diritti.

E – curiosità marginale ma non irrilevante – i mormoni, i cattolici ispanici e bianchi, i protestanti ispanici e bianchi e i cristiani ortodossi risultano avere tutti percentuali a favore della discriminazione più alte dei musulmani e dei protestanti neri, spesso associati invece all’idea di una maggiore discriminazione verso le persone LGBTQI.


Tutti questi dati e le proteste citate all’inizio non ci devono troppo rassicurare, perché certamente la presidenza Trump non favorirà il cammino dei diritti umani per immigrati e persone LGBTQI. Ma i numeri ci dicono che, in qualche modo, le minoranze sembrano voler fare fronte comune contro le ingiustizie. Se così fosse, sarebbe un effetto oltremodo benefico del nuovo corso americano. E da attivisti non dovremmo che prenderne esempio.

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