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martedì 7 febbraio 2017

lo strano caso del dottor #MagnusHirschfeld

E’ iniziato tutto durante la seconda stagione di Transparent. Per chi non la conoscesse, si tratta di una serie tv prodotta dagli Amazon Studios, ideata e diretta dalla regista femminista statunitense Jill Solloway, vincitrice di due Golden Globes. Perché non ne avete mai sentito parlare? Forse perché, quando qualcuno ha iniziato a raccontarvi la trama, lo avete puntualmente interrotto con un “Aspetta, ma è quella serie sui trans? Ah no, non è il mio genere”. O almeno, questo è quanto accaduto a me — argh — talvolta. Così dicendo, invocate involontariamente una delle tematiche principali della serie: gender, sesso, identità e transizione. Il protagonista è Morton L. Pfefferman, docente di scienze politiche in pensione, finalmente pronto a rivelare alla famiglia il segreto che si porta dietro da tutta la vita: Morton si è sempre sentita donna. Inizia così a vestirsi con abiti femminili e diventa per tutti Maura. Attorno a lei, orbitano i figli (Sarah, Josh, Ali) e l’ex moglie Shelly. Da qui il titolo trans-parent. Se vi sembra tutto molto strano e improbabile, sappiate che la sceneggiatura della serie è ispirata alla vicenda personale del padre della regista: all’età di 75 anni, dopo più di 40 anni di matrimonio, Harry Soloway ha fatto coming out come transgender. Da quel momento è diventata Carrie.


Nel corso della seconda stagione (del 2015, uscita in Italia l’anno scorso) il personaggio di Ali, la figlia minore, è alle prese con la tesi di laurea, nella quale intende sviluppare un parallelismo tra la persecuzione degli ebrei durante il regime nazista e il sistema patriarcale. L’interesse di Ali scaturisce dalle sue origini: i Pfefferman erano una famiglia ebrea di Berlino; la bisnonna Yetta e la nonna Rose erano fuggite dalla Germania nazista nel 1933. Ma in Europa era rimasta una persona che Rose non avrebbe mai dimenticato, suo fratello Gershon.

Fin dalla prima puntata, un flashback inquadra un sub-plot che diviene meglio comprensibile solo più avanti: siamo a Berlino, nel 1933, e una giovane ragazza adolescente attraversa l’ingresso di un “Istituto per la ricerca sessuale”. Una voce spiega: «Crediamo che i diversi tipi di sessualità, inclusa l’omosessualità, siano naturali». L’Istituto è un luogo sicuro, diretto da un uomo dalla fronte sempre corrucciata e i larghi baffi bianchi, di nome Magnus Hirschfeld. Ospita una vasta biblioteca e un ospedale, tra le stanze camminano, recitano, leggono, amano, donne e uomini liberi di esprimere la propria identità. Ed è qui che ha scelto di vivere Gershon, ora Gittel, la sorella nata uomo di Rose: è la zia che Maura non ha mai conosciuto ma dalla quale ha ereditato una dolorosa scelta.

Le vicende di Gittel e della giovane Rose proseguono per tutta la seconda stagione di Transparent. Solloway costruisce una narrazione fiabesca attorno a questo Istituto, che, se fosse esistito, avrebbe anticipato di cent’anni la gender revolution. Ma è solo finzione.

O forse no?

MAGNUS HIRSCHFELD

Magnus Hirschfeld era originario di Kolberg, figlio di un medico ebreo tedesco. Dal 1910 aveva iniziato a lavorare come neurologo a Berlino e dedicò poi il resto della sua vita a lottare in favore dei diritti delle persone omosessuali, transgender e intersessuali. La sua rivoluzione inizia nel 1896, anno in cui diede alle stampe il pamphlet Sappho und Socrates: storia di un uomo che, costretto nel vincolo matrimoniale, si toglie la vita. Inutile dire che suscitò un enorme scalpore. L’anno successivo fondò la prima organizzazione omosessuale tedesca, il Comitato Scientifico Umanitario (Wissenschaftlich-humanitäres Komitee), che i nazisti ignorarono volutamente fino al 1933, definendolo un «terreno fertile solo alla coltivazione di lerciume e sporcizia omosessuale». Si deve a lui la definizione di “travestito”, coniata nel 1910 con la pubblicazione dello scritto Die Transvestiten, e anche la distinzione tra “travestitismo” e “transessualità” (obsoleto, è da preferirsi “transgender”).

Hirschfeld era un medico omosessuale, ebreo, socialdemocratico, usava travestirsi e fin dall’inizio fu tra i principali sostenitori della campagna contro l’Articolo 175.

L’Articolo 175, o dei Crimini e delitti contro la moralità :

" Gli atti venerei contro natura, commessi tra persone di sesso maschile o da uomini con bestie, sono puniti dal carcere; si può anche pronunziare la perdita dei diritti civili onorifici. "

È con la diffusione del cristianesimo che inizia la persecuzione delle persone LGBTQ. I primi ad occuparsene sono gli imperatori cristiani Costanzo e Costante II, i quali, nel 342 d.C., approvarono la prima legge penale contro l’omosessualità. In oltre un millennio di storia, questa legge venne conservata e tradotta, fino al 18 gennaio 1871, giorno in cui Otto von Bismarck proclamò l’Impero Tedesco (il Secondo Reich) e con esso accolse l’Articolo prussiano sui Crimini e delitti contro la moralità, che da quel momento portò il numero “175”. L’Articolo è anche noto come Paragrafo 175.

In quegli anni cominciò a svilupparsi il primo movimento per i diritti degli omosessuali in Germania, che vide in Magnus Hirschfeld uno dei principali militanti. Con il Comitato Scientifico Umanitario, organizzò una petizione per abrogare l’Articolo 175, arrivando a raccogliere le firme — tra le tante — di Hermann Hesse, Albert Einstein, Thomas Mann e Rainer Maria Rilke. Di fatto, però, finché i nazisti non salirono al potere, i condannati con la 175 erano stati “solo” 835. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il governo di Weimar non aveva attivato alcun mezzo repressivo: le persone omosessuali si incontravano liberamente nei bar, nei club, nei circoli culturali. Non si trattava semplicemente di tolleranza diffusa: erano gli anni del “panico voluttuoso” della sottocultura omosessuale — così come li definisce Mel Gordon —, i ruggenti anni Venti della Berliner Luft.

Institut für Sexualwissenschaft

In questo clima si colloca la fondazione dell’Istituto per la ricerca sessuale di Berlino. Il 6 luglio del 1919 aprì le sue porte nel quartiere Tiergarten: questo Istituto costituisce il primo tentativo della storia di introdurre una scienza della sessualità. Nel giro di pochi anni divenne un punto di riferimento per ricercatori, accademici, politici e per i membri della comunità LGBTQ. Per chi abitava a Berlino era un vero e proprio consultorio. Qui si praticarono i primi interventi di chirurgia per il cambio di sesso tra il 1930 e il 1931: tra i pazienti vi fu la pittrice danese Lili Elbe, le cui vicende hanno ispirato il romanzo The Danish Girl (e l’omonimo biopic diretto da Tom Hooper). L’Istituto attirò l’attenzione di intellettuali e artisti come Christopher Isherwood, Alfred Döblin, Sergej Ėjzenštejn. Vi lavoravano più di 40 persone, impiegate in diversi campi: ricerca, consultorio, trattamento delle malattie veneree ed educazione sessuale. Ospitava gli uffici del Comitato Scientifico Umanitario, ai quali si aggiunsero quelli della Lega mondiale per la riforma sessuale, impegnata nell’area della legislazione sessuale.

Il lavoro teorico e pratico dei ricercatori abbracciava l’intero spettro delle scienze della sessualità. Partendo dalla teoria del “terzo sesso”, sostenuta dallo scrittore Karl Heinrich Ulrichs, secondo la quale ogni persona racchiude in sé un’innata combinazione di caratteri sessuali maschili e femminili, Hirschfeld sviluppò la sua teoria delle “sexual transitions”. «Ogni maschio è potenzialmente femmina e ogni femmina è potenzialmente maschio», scrisse. L’assunto di base era che tutte le caratteristiche umane, fisiche e mentali, si esprimessero sia nelle forme maschili che femminili e, per chiarezza, le classificò in quattro gruppi: genitali, fisiche, di orientamento sessuale e altri aspetti psichici. L’uomo puro (Vollmann) e la donna pura (Vollweib), con caratteri esclusivamente femminili o maschili, costituivano gli opposti ed estremi idealtipi. Nel mezzo: il resto dell’umanità. Ogni persona combina in modo sempre diverso tutte queste caratteristiche, fino ad un numero possibile di tipi sessuali (calcolato da Hirschfeld) pari a 43.046.721. Sostanzialmente, siamo tutti genderqueer.

La dottrina dei caratteri innati dell’omosessualità fu però criticata dalla comunità scientifica, così come parte del movimento omosessuale attaccò l’idea di Hirschfeld dell’omosessuale come demi-woman. Inoltre, Hirschfeld riteneva che l’amore e la sessualità costituissero un nucleo naturale, la cui divisione porta necessariamente all’alienazione della persona; per questo motivo, la prostituzione era deprecabile.

Il nazismo al potere

Fin qui, tutto bene. Per molto tempo i nazisti non adottarono alcuna azione repressiva, anche perché contavano numerose persone omosessuali nel loro movimento. Responsabili del mutamento dell’opinione pubblica furono alcuni eventi di cronaca nera, tra questi, il più raccapricciante fu quello del “macellaio di Hannover” del 1924, un certo Friedrich Haarmann. Informatore della polizia, all’età di diciassette anni era stato arrestato mentre intratteneva un rapporto sessuale con un coetaneo e internato in manicomio. Fu poi rilasciato e, anni dopo, a seguito di numerose denunce e sparizioni, Haarmann venne riconosciuto come colpevole di 24 omicidi comprovati (criminologi e patologi gliene attribuirono però 147, mentre lui ne confessò 127): adescava le sue vittime in strada, principalmente gigolò e giovani fuggiti da casa, offriva loro accoglienza e, dopo aver consumato un rapporto sessuale, li uccideva, strappando spesso loro la testa a morsi. Dopodiché, i cadaveri venivano portati nella sua macelleria, dove la carne umana veniva accuratamente staccata dalle ossa, tagliata, macinata e venduta. Con grande stupore degli acquirenti, il negozio era sempre ben fornito di carne fresca, alimento che nel resto della Germania scarseggiava.

Magnus fu coinvolto nel processo in qualità di “esperto di omosessualità” ma il caso del “macellaio di Hannover” spezzò in maniera irreparabile il movimento. Andò diffondendosi la “teoria della degenerazione” del teologo Benedict Augustin Morel e la classe medica iniziò ad occuparsi sempre di più della cura dell’omosessualità come prevenzione dei crimini. Anche l’omosessualità era diventata una malattia.

A partire dal 1928, le posizioni del NSDAP si fecero sempre più chiare — «chiunque anche solo pensi all’amore omosessuale è nostro nemico» — e nel 1933 Hitler salì al potere. In un convegno internazionale sull’eugenetica, tenutosi nel luglio del 1934, dopo la Notte dei Lunghi Coltelli, il giurista esperto di “questioni omosessuali” del NSDAP, Rudolf Klare, auspicò una “purificazione perfetta” perseguita attraverso lo sterminio fisico degli omosessuali, pédales e donne. Iniziarono così le deportazioni, principalmente nei campi di “sterminio attraverso il lavoro” (Arbeitslager) e nei campi di concentramento “a scopo rieducativo” (Konzentrationslager). I deportati LGBTQ venivano spesso indirizzati direttamente ai crematori, senza essere prima registrati, sottoposti a castrazione, vessati e stuprati, impiegati come cavie umane.

La vita della comunità LGBTQ e di qualsiasi persona libera fu irrimediabilmente compromessa dal 28 giugno 1935, data in cui Hitler approvò l’integrazione dell’Articolo 175/A, che sanzionava addirittura le “fantasie omosessuali”. Tutto divenne perseguibile, anche un desiderio o uno stato d’animo.

Feuerspruche

Il 6 maggio del 1933 l’Institut für Sexualwissenschaft fu devastato dalla gioventù studentesca nazista del Deutsche Studentenschaft. Nella notte del 10 maggio, gli oltre 20.000 volumi della biblioteca vennero ammucchiati e bruciati sulle strade dell’Opernplatz. L’elenco di tutti coloro che avevano fatto parte della storia dell’istituto fu sequestrato, insieme ad oltre 5.000 immagini, per un totale di oltre mezza tonnellata di materiale. Il 14 giugno dello stesso anno la proprietà fu confiscata e ceduta ad organizzazioni e associazioni anti-comuniste e antisemite. Hirschfeld dichiarò di aver ricevuto, in tutti quegli anni, oltre 30.000 donne e uomini bisognosi di aiuto, un aiuto che lui riusciva a dare dedicando la giusta attenzione a ogni persona che si presentava all’Istituto. Secondo i dati rilasciati, solo nel 1924 si presentarono ogni settimana in media 20 nuovi casi al consultorio, un terzo dei quali erano in “sexual transitions”.

Magnus Hirschfeld fu costretto all’esilio e morì a Nizza il 14 maggio del 1935. Nel suo necrologio sul New York Herald Tribune si legge che «qualche scrittore fantasioso lo aveva definito l’Einstein del sesso». E prosegue: «Dopo avere sentito nuove e strane deviazioni dalla norma, incominciò a domandarsi qual era la norma e se esisteva un limite della natura umana».

Come insegna Transparent: siamo tutti in transizione.

Roberta Cristofori






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