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venerdì 10 marzo 2017

due papà grazie alla #gpa

Pride Online ha intervistato Giovanni Fantoni, papà assieme al compagno Stefano grazie alla surrogacy in California: «Femministe contro gpa? Ragionano per stereotipi»

In questi giorni è rimbalzata sulla stampa la storia di Giovanni, ingegnere navale di 36 anni, e di Stefano, architetto 44enne, che hanno avuto un figlio con la gpa (gestazioni per altri) in California. Uno dei Paesi, dove la pratica è chiaramente regolata dalla legge.

I due si sono conosciuti nel 2010 e quasi subito sono andati a convivere in un piccolo centro della provincia di Genova. Si sono poi uniti civilmente nel 2012 a Londra (l’atto è stato convertito in matrimonio nel 2015 dopo l’approvazione della legge britannica).

Abbiamo raggiunto Giovanni per farci raccontare la loro storia.

Come è nato il vostro desiderio di paternità?

Quando ci siamo conosciuti e siamo andati a convivere, non avevamo neppure considerato questa possibilità. Io sono cresciuto negli anni ’90. Ho fatto coming out a 15 anni ma non credevo che come gay avrei mai avuto una famiglia mia. Non lo ritenevo possibile. Della surrogazione avevamo soltanto l’idea negativa che diffondono i media generalisti.

Poi nel 2011 una coppia di amiche ha avuto un figlio. Allora abbiamo deciso di sposarci e informarci meglio anche sulla gpa. Siamo andati a una riunione di Famiglie Arcobaleno, dove abbiamo incontrato altre coppie di papà che avevano fatto questo percorso prima di noi e ci siamo convinti che si poteva fare.

Avevate dubbi di natura etica rispetto al rapporto con la donna che avrebbe portato avanti la gravidanza?

Come dicevo all’inizio, la cosa semplicemente non ci sembrava possibile. Avevamo un’immagine negativa della gpa così come era veicolata dai media. Una specie di bancomat. A cambiare la nostra visione è stata l’esperienza delle nostre amiche che hanno avuto un figlio. La mamma ci ha raccontato di come prima non aveva mai capito come si potesse fare la surrogazione. Ora aveva capito quale dono incredibile fosse e ci disse: “Per voi lo farei”.

Il resto lo ha fatto il percorso dentro Famiglie Arcobaleno e in particolare la conoscenza diretta di altre coppie di papà, che lo avevano fatto in modo assolutamente etico e rispettoso di tutte le parti e delle donne coinvolte. Parlare con Gianfranco e Tommaso, sentire il racconto della donna che ha fatto nascere i loro figli è stato fondamentale. Abbiamo capito che ci sono posti, come la California o il Canada, dove ci sono delle norme chiare che tutelano tutte le parti.

Voi quale Paese avete scelto e perché?

Abbiamo scelto la California perché è il miglior Stato americano in cui farlo. Essendo legale sia la surrogacy sia il contratto fatto tra le parti, in realtà tutto è più chiaro sin dal principio. I diritti della donna portatrice e dei genitori intenzionali sono tutelati dalla legge. Se tutto va bene, il contratto finisce in un cassetto. Se invece ci sono criticità (malformazioni del bambino, una delle parti che cambia idea), sussiste un contratto che fissa dall’inizio cosa succede in ogni caso limite. Un altro vantaggio della California è che la paternità viene assegnata ai genitori intenzionali già al quinto mese di gravidanza senza bisogno di un’adozione successiva come avviene in altri Paesi.

C’è qualcosa che vi ha stupiti?

Quando abbiamo conosciuto Jamie nel 2011, quando siamo entrati nella sala riunione in cui c’era lei e il suo compagno, lei era visibilmente emozionata. Quasi più di noi. Per lei era un viaggio super emozionante e lo faceva perché voleva che un’altra coppia che non poteva avere figli avesse la gioia della genitorialità. Purtroppo in seguito ha dovuto rinunciare a causa di problemi sul lavoro del marito e solo nel 2015 abbiamo conosciuto Candies. Sia con lei sia con la donna donatrice siamo sempre in contatto, anche dopo il nostro rientro in Italia, sia via mail sia via skype.

Poi quando eravamo lì, subito dopo la nascita di nostro figlio, ci ha stupito la naturalezza con cui siamo stati trattati in ospedale, in giro, dovunque. Vedendoci a nessuno veniva in mente la domanda “Dov’è la madre?”. Ci chiedevano piuttosto se avevamo adottato. Cosa molto più frequente negli Usa. Donne, che non vogliono i bambini alla nascita e lo danno in adozione.

Le vostre famiglie come hanno preso la decisione del matrimonio e di diventare papà?

Molto bene. Purtroppo i genitori di Stefano non ci sono più, ma sua sorella era molto contenta. I miei sono super supportive, erano già contenti del matrimonio, poi di un nipote ancora di più.

Cosa pensate del dibattito italiano sulla gpa, che ha accompagnato e seguito l’approvazione della legge sulle unioni civili e si riaccende a ogni sentenza? Cosa in particolare delle posizioni ostili di alcune esponenti del femminismo?

È molto fastidioso. Un conto sono Casa Pound, il Vaticano o Adinolfi. Tutto quello che dicono lo trovo aberrante e non mi aspetto da parte loro nulla di meglio. Le femministe ci hanno scioccato, anche se si sapeva che una parte la pensa in questo modo, perché è quasi un fuoco amico.

La sorpresa che anche loro ragionassero in base a uno stereotipo. Mettere assieme esperienze come India e Usa è come mettere assieme il mercato nero degli organi con la donazione in Italia: come dire vietiamo la donazione perché c’è il mercato nero.

L’altra cosa è che loro considerano qualsiasi rapporto economico sfruttamento, assumendo che una donna non sia libera perché condizionata dal fattore economico. “L’utero è tuo, ma lo gestisco io femminista”. Abbiamo detto alla donna che stava portando nostro figlio: “Lo sai che in Italia ci sono femministe che pensano che tu sia sfruttata da noi?”. E la sua risposta “Assolutamente non sono sfruttata, dategli il mio numero e ditegli di chiamarmi. Cosa stanno dicendo”.

Temo che sotto ci sia molto più dello sfruttamento della donna. Nel momento in cui noi uomini possiamo diventare padri senza che ci sia una madre è come se noi gli stessimo levando un ruolo. Ma non è così. Non stiamo intaccando il ruolo di nessuna.

Cosa è successo alla nascita di vostro figlio dopo il parto?

Candice non aveva intenzione di avere altri figli. Partiva già con l’intenzione di fare una gravidanza senza volere un figlio. Quando è nato ce l’hanno dato in braccio. L’ospedale sapeva già che era una surrogacy con già il giudizio del tribunale che assegnava a noi la paternità.

Com’è andato il rientro in Italia?

L’unica cosa che ci ha fatto sudare freddo è stato il passaggio di frontiera in Germania, dove faceva scalo il nostro volo. Il poliziotto ci ha chiesto: “E la madre dov’è?”. Ha guardato con sospetto i passaporti, ha chiesto il certificato di nascita e il passaporto del bambino. Si è poi allontanato per chiedere ai superiori. Infine, poco convinto, ha timbrato il passaporto. Dieci minuti in tutto, ma infiniti.

Il certificato poi è stato trascritto in Italia senza intoppi. Non ci sono stati problemi. Nel piccolo Paese dove viviamo, in anagrafe ci conoscevano già, ci hanno fatto mille feste e l’impiegata si è scusata di poterlo trascrivere solo come figlio mio.

Cosa cambia per voi la sentenza di Trento?

È ancora un tribunale ordinario, non la Cassazione. Ma è un piccolo precedente che ci indica che è la strada giusta che anche noi perseguiremo.

Come mai la decisione di esporvi così tanto sui media?

Siamo entrambi attivisti di FA da tanto. Il nostro matrimonio è finito sui giornali da subito, quindi siamo sempre stati esposti. Ora è fondamentale rendere visibile la nostra esperienza, e quella delle altre famiglie, perché la gente veda che non siamo orchi ma persone come loro. Con figli come loro. Insomma lo sai meglio di me quanto la visibilità sia importante.

Andrea Maccarrone



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