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lunedì 9 aprile 2018

Nidhal, arbitro #gay aggredito e minacciato dalla famiglia; accade in #Tunisia

Se i tifosi del pallone adorano il machismo per cui la frase fatta più comune è che “il calcio non è sport da signorine”, le persone in questo sport che sono anche solo sospettate di essere omosessuali non vivono mai una situazione idilliaca. Ma mentre in alcune realtà la legge è dalla tua parte, come nel caso del direttore di gara inglese Ryan Atkin, autore lo scorso anno di uno storico coming out, esserlo nel posto sbagliato può costare caro.

Lo sa bene il ventinovenne Nidhal, arbitro del massimo campionato tunisino, arrestato l’estate scorsa e condannato a tre mesi di carcere (che aveva già abbondantemente scontato quando è stata emessa la condanna, lo scorso 24 novembre). Purtroppo le disgrazie del promettente fischietto nordafricano non sono finite con la sua liberazione: ieri, infatti, suo padre, suo zio e suo cugino sono entrati nella sua casa, facendosi consegnare le chiavi dal proprietario dell’appartamento, e hanno picchiato violentemente Nidhal, accusandolo di aver infangato l’onore della famiglia, mostrandosi a viso aperto nel notiziario del canale televisivo Konbini.

Diritti LGBT, la Tunisia in bilico

Nonostante la forza degli aggressori, l’arbitro è riuscito a fuggire rifugiandosi nella sede dell’associazione LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) tunisina Shams (Sole), dove ha ricevuto una telefonata dal suo compagno di stanza che lo informava del fatto che suo padre era tornato nell’appartamento, portandogli via tutte le cose e gli effetti personali. Il giovane, che aveva già perso il lavoro e molti dei suoi amici per la condanna subita e la diffusione della notizia relativa al suo orientamento sessuale, ha ora perso totalmente il sostegno familiare (sembra che suo padre abbia manifestato il proposito di ucciderlo per lavare la vergogna che ha “infangato” la sua famiglia) e non sa dove andare, conscio di essere unicamente colpevole di aver manifestato le sue naturali inclinazioni.

La Tunisia, malgrado la rivoluzione, una nuova costituzione molto più aperta e un fervente dibattito nella società, continua ad avere in vigore il vecchio codice penale che, all’articolo 230, punisce i rapporti di “sodomia” tra gli adulti con una pena massima di tre anni di carcere. Esistono da qualche anno associazioni riconosciute per i diritti delle persone LGBTQIA, ma come spesso nelle situazioni di dibattito, alcuni settori della polizia e della magistratura sembrano essersi irrigiditi nell’applicazione delle regole esistenti e gli ultimi mesi hanno visto una recrudescenza di arresti, condanne e censure che si sperava appartenessero solo al passato.

Michele Benini

   


   
























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